Perché Amy Barrett può fare per le donne molto di più di Ruth Bader Ginsburg

La giudice nominata da Trump alla Corte suprema è un esempio vivente di un femminismo nuovo, scrive Politico. Basta con gli slogan sull’aborto, è ora di difendere i veri diritti delle donne

Donald Trump e Amy Coney Barrett alla Casa Bianca

Ancora prima che Donald Trump nominasse ufficialmente Amy Coney Barrett alla Corte suprema degli Stati Uniti, i giornali perbene si erano obbligati ad aggiungere un epiteto dispregiativo ogni volta che scrivevano il suo nome. Così, in vista della svolta epocale che tale nomina potrebbe determinare nel massimo organo della giustizia americana, i media ci hanno abituati ad associare alla Barrett i concetti di «ultra-conservatrice», o meglio di «cattolica conservatrice del profondo Sud», o meglio ancora di «cattolica fondamentalista e fieramente anti abortista».

Ancora non c’era stato l’annuncio che la Casa Bianca intendeva proporre proprio la «fondamentalista» Amy Coney Barrett per il seggio lasciato libero da Ruth Bader Ginsburg, e qualche militante anti Trump aveva già messo in dubbio perfino la legittimità delle pratiche di adozione dei suoi due figli haitiani (sessismo?). Del resto il modo in cui una certa sinistra vede le donne come lei era già tutto contenuto nella celebre battuta rivoltale in Senato dalla democratica Dianne Feinstein nel 2017 durante l’audizione in vista del suo incarico (sempre su indicazione trumpiana) di giudice d’appello federale a Chicago: «The dogma lives loudly within you», le rinfacciò la senatrice preoccupata. Il dogma vive con forza dentro di te.

Per i democratici americani l’ingresso della Barrett alla Corte suprema è pura kriptonite e faranno di tutto per mettersi di traverso da qui al 12 ottobre, quando comincerà l’esame della candidata in Senato. Eppure l’attesa conferma della giurista alla Corte suprema non dovrebbe essere percepita come una vittoria “reazionaria”: al contrario, «fungerà da catalizzatore per il ripensamento del più potente movimento sociale dell’ultimo mezzo secolo: il femminismo». Lo scrive in una bella analisi ospitata da Politico Erika Bachiochi, giurista specializzata nei temi legati ai diritti delle donne, fellow presso l’Ethics and Public Policy Center di Washington e senior fellow all’Abigail Adams Institute di Harvard.

Secondo la Bachiochi, l’arrivo di Amy Barrett dopo Ruth Bader Ginsburg non sarà affatto il ritorno ai tempi bui evocato pavlovianamente dalla sinistra e dalla maggior parte di giornali e tv. Piuttosto sintetizza perfettamente come stia cambiando il femminismo.

Donald Trump con Amy Coney Barrett

Rbg, ricorda la studiosa nel suo intervento per Politico, «ha spinto tanto la legge quanto la cultura a rivedere i modi in cui le donne venivano etichettate come casalinghe e gli uomini come quelli che portavano a casa il pane». Questo è stato un bene per le donne e per tutta la società occidentale, come non ha dimenticato di sottolineare la stessa Barrett nel suo discorso di accettazione alla Casa Bianca. L’errore del progressismo americano che ha elevato Rbg a icona, continua la Bachiochi, è stato se mai fissarsi sul diritto all’aborto come principio assoluto, traguardo supremo e intoccabile delle battaglie femministe, come se valorizzare la donna in fondo comportasse necessariamente annullare il valore della maternità.

Il guaio è questo, si legge nell’articolo:

«Anziché rendere le donne più uguali agli uomini, la costituzionalizzazione del diritto all’aborto compiuta dalla Corte suprema con la sentenza Roe vs Wade ha sollevato gli uomini dalle mutue responsabilità che derivano dal sesso, spazzando via i doveri di cura dei figli che i padri devono condividere con le madri».

Ebbene, la nomina di Amy Barrett può contribuire a raddrizzare questa stortura penetrata per via giuridica nel pensiero comune:

«La Barrett incarna un nuovo tipo di femminismo, un femminismo costruito sulla base della lodevole opera antidiscriminazione della Ginsburg, ma che va oltre. Esso insiste non solo sui pari diritti di uomini e donne, ma anche sulle loro comuni responsabilità, specie nell’ambito della vita familiare. In questo nuovo femminismo, l’uguaglianza sessuale è fondata non nell’imitare la capacità degli uomini di fuggire di fronte a una gravidanza inattesa grazie all’aborto, ma piuttosto nel chiedere agli uomini di corrispondere alle donne nella mutua responsabilità, reciprocità e cura».

Amy Coney Barrett, una mamma di sette bambini che raggiunge il vertice delle istituzioni americane, è la dimostrazione vivente che questo nuovo femminismo è possibile. Invece di ripetere vuoti slogan per l’espansione all’infinito del diritto all’aborto, le femministe dovrebbero chiedersi «come ha fatto questa madre di tanti figli a raggiungere obiettivi così ambiziosi».

Amy Coney Barrett

Un principio di risposta lo ha dato la stessa giudice durante un incontro al Notre Dame Club nel 19 febbraio 2019 (qui il video). Domanda: come fa a portare avanti i suoi studi e la sua carriera e contemporaneamente a star dietro ai suoi cinque figli naturali, di cui uno disabile, e agli altri due adottati? Subito la professoressa della Notre Dame School of Law si è messa a raccontare come per lei e per suo marito – avvocato pure lui – sia normale dividersi compiti e responsabilità in famiglia a seconda delle esigenze dei figli e del lavoro di entrambi.

«La Barrett racconta che per entrambi i genitori, i bisogni dei figli vengono per primi, le carriere per seconde, eppure prosperano sia i figli che le carriere. Invece di accettare l’assunto che prendersi cura della famiglia è una “scelta” della donna da abbracciare o rifiutare in solitudine, come fa la Roe vs Wade, i Barrett riconoscono che sia le madri sia i padri sono investiti dalle responsabilità verso i figli che dipendono da loro. Questo è il nuovo femminismo».

In quella chiacchierata del 2019 al Notre Dame Club la Barrett esprimeva poi la sua gratitudine per l’aiuto ricevuto dal resto della famiglia, e anche per la flessibilità concessale dai suoi datori di lavoro, flessibilità favorita anche dalla «crescente presenza di donne nella professione». Più donne ci sono, spiegava allora Amy Barrett e ribadisce oggi Erika Bachiochi, più i datori di lavoro saranno inclini a rendere flessibili orari e mansioni per andare incontro alle loro dipendenti che richiedono queste forme di conciliazione.

Al contrario, è un errore imperdonabile consegnarsi al culto dell’aborto come soluzione a tutti gli “ostacoli alla carriera”. Perché, infatti, faticare per andare incontro alle esigenze delle donne, quando sono loro stesse a indicare una scorciatoia così comoda?

Osserva la Bachiochi:

«Quando sminuiamo lo statuto morale del bambino non nato, trattando l’essere umano nascente in quasi mezzo secolo di giurisprudenza come una “vita potenziale”, o nelle discussioni accademiche (e popolari) come un parassita della donna, non ci dobbiamo sorprendere se i datori di lavoro o altre istituzioni culturali trattano gli esseri umani dipendenti allo stesso modo. Se la gravidanza continua a essere paragonata a qualunque altra scelta di vita, o peggio a un handicap in una competizione hobbesiana contro uomini privi di utero, le donne incinte e i genitori non riceveranno mai il sostegno culturale di cui hanno bisogno».

Ecco perché Amy Barrett può fare ancora di più per le donne (e per gli uomini) di quanto non abbia fatto Ruth Bader Ginsburg:

«Certo, le vittorie negli anni Settanta della giudice Ginsburg hanno aperto la strada all’emergere di una donna con il talento di Amy Barrett; all’annuncio della sua nomina, la Barrett è apparsa molto grata per questo. Ma la Barrett conosce il segreto di una cultura che sostiene pienamente la vita della famiglia: nessuna opera professionale – nemmeno quella di un giudice della Corte suprema – può eguagliare l’opera essenziale di una madre o di un padre.

Raccontando come ha deciso di affrontare la sua seconda adozione, la Barrett ha detto: “Che cosa c’è di più grande che crescere dei figli? È in questo la nostra più grande incidenza sul mondo”. E quando un giudice della Corte suprema testimonia una simile verità con la sua stessa vita, questa intuizione a lungo dimenticata può finalmente iniziare a riemergere nella nostra cultura».

Foto Ansa