Asia Bibi cinque anni dopo. Così la sua persecuzione «sta cambiando il Pakistan»

Nel quinto anniversario dell’ingiusta condanna a morte della cristiana per “blasfemia”, l’ex ministro per le Minoranze Paul Bhatti vede segni di cambiamento nel paese

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Come ricorda Avvenire, sono trascorsi esattamente cinque anni da quando Asia Noreen Bibi è stata condannata a morte per impiccagione da un tibunale in Pakistan con l’accusa di “blasfemia”: aveva preso dell’acqua dal pozzo per ristorarsi durante il lavoro nei campi ed è stata denunciata per aver «infettato la fonte». Un giorno dopo l’altro, la donna, di fede cattolica e madre di cinque figli, con la sua discreta ma clamorosa testimonianza è diventata «emblema della lotta per la libertà di religione» nel paese. E forse, suggerisce il quotidiano della Cei, è riuscita perfino a cambiarlo.

«UNA LEZIONE». Asia Bibi è davvero «una lezione per l’intera società e le sue differenti componenti: cristiani, musulmani, indù, credenti di ogni fede, agnostici, atei», dice ad Avvenire Paul Bhatti, ex ministro per le Minoranze del Pakistan e fratello di Shahbaz Bhatti, suo predecessore al ministero, assassinato da estremisti islamici nel 2012 proprio per aver difeso Asia Bibi e per essersi battuto contro la famigerata legge sulla blasfemia, responsabile di troppe ingiustizie nel paese. Quella donna, prosegue Paul Bhatti, «ha mostrato come la legge anti-blasfemia possa essere manipolata per fini che niente hanno a che fare con la fede. E che, anzi, sono in aperto contrasto con l’islam. Tale consapevolezza sta facendo maturare la coscienza del Paese».

SEGNALI POSITIVI. La pena capitale per Asia Bibi è stata sospesa dalla Corte suprema, che dopo le condanne in primo e secondo grado ha accettato di riesaminare il processo. Asia Bibi, è «palesemente innocente», scrive Avvenire, eppure «rimane in cella» nonostante le sue pessime condizioni di salute (sembra che abbia potuto ricevere cure mediche solo dopo le insistite denunce della famiglia). A cinque anni dall’inizio di questa ingiustizia, «siamo, tuttavia, ottimisti sulla conclusione della vicenda», dice Bhatti. L’ex ministro ritiene un segnale positivo il fatto che i giudici supremi abbiano «rifiutato le prove presentate dall’accusa e le testimonianze secondo cui Asia avrebbe offeso l’islam». Potrebbe dunque aprirsi per lei la possibilità di una libertà su cauzione, ipotesi finora rimasta esclusa «per ragioni di sicurezza: i fondamentalisti hanno emesso una fatwa contro la donna».

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L’ALTRA SENTENZA. Che qualcosa stia cambiando in Pakistan, sia pure lentissimamente, lo confermerebbero secondo Paul Bhatti anche i primi processi contro la “giustizia fai da te” degli estremisti e un’altra recente decisione della stessa Corte suprema a proposito di quanti difendono gli accusati di blasfemia. «Prima erano considerati essi stessi blasfemi. Ora i giudici hanno esplicitato che ognuno ha diritto a una tutela legale. Perché il sistema giudiziario è fatto da uomini e, come tale, soggetto a errori. Tanti innocenti possono essere imprigionati. E gli avvocati hanno, dunque, il dovere di contribuire a impedire eventuali ingiustizie».

Foto Ansa

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