Articolo 18, Del Turco: «Renzi per la sinistra è “eversivo” come Craxi: lui sulla scala mobile la spuntò, poi arrivarono le toghe»

Intervista al co-fondatore del Pd, sindacalista Cgil ai tempi del referendum dell’85: «Quante analogie con il presente. Ma Renzi ha la maggioranza dalla sua»

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Già una volta la sinistra italiana si è ritrovata spaccata quanto oggi sull’articolo 18: correva l’anno 1985 e il paese si preparava al referendum per l’abrogazione del taglio della scala mobile. Anche allora si trattava di dimostrare chi avesse davvero in mano il comando, i socialisti di Craxi contro il Pci degli eredi di Berlinguer e la Cgil di Luciano Lama. Dopo mesi di dibattito incandescente, prevalse la linea riformista, la scala mobile fu abrogata, l’inflazione si abbassò e il Pil tornò a crescere. Oggi, mentre si svolge un’altrettanto incandescente direzione del Pd sull’articolo 18, dalla sua abitazione a Collelongo (Aq), l’ex governatore dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco, che nel 1985, da segretario aggiunto di Lama nella Cgil lottò contro l’ala conservatrice del sindacato e contro il suo segretario, traccia interessanti analogie su quei fatti. Osservando un quadro di Garibaldi che conserva in casa, il co-fondatore del Pd dice a tempi.it: «Me lo ha regalato Craxi, all’indomani della vittoria del referendum. Mi disse: “Lo regalo a tutti quelli che hanno avuto il coraggio di non mettersi in fila col vento che tira e andare controtendenza”. Al che ridendo gli chiesi: “Scusa, ma quanti siamo?”. “Pochi, non ti preoccupare”».

Alla luce dei fatti di trent’anni fa, cosa pensa di quello che sta accadendo oggi con l’articolo 18?
Penso che quello che accade dentro il Pd sia un film già visto. Con una differenza. Il referendum sulla scala mobile resta il fatto più clamoroso della storia sindacale degli ultimi 30 anni. Però all’epoca, l’abolizione della scala mobile non ebbe dissensi dentro il Pci: Berlinguer riuscì a mantenere il partito compatto contro la riforma, nonostante la prudenza di uomini come Giorgio Napolitano o dello stesso Lama (che comunque firmarono contro Craxi). Oggi invece la maggioranza del Pd, così come dei suoi elettori, mi pare, è convinta che Renzi stia facendo bene, il problema sono la minoranza dem e la Cgil.

Lei è amico della Camusso e conosce bene l’ambiente della Cgil. Cosa starebbe avvenendo dunque nella minoranza Pd e nel sindacato. Perché questa battaglia esasperata sull’articolo 18?
La maggioranza della Cgil ha deciso di andare contro la dirigenza del Pd e per farlo si è alleata con la minoranza dem. Teniamo conto che si sta discutendo il rinnovo della dirigenza della segreteria della Cgil. Bonanni ha lasciato la Cisl, Angeletti lascia la Uil, mi sembrerebbe eccessivo che non se ne andasse pure la Camusso: l’uscita degli altri due segretari pone un problema di rinnovamento rapido, e c’è una fetta di Cgil che non è d’accordo con la Camusso, anche se per ora non emerge. Dietro la battaglia per l’articolo 18 c’è qualcosa di ben diverso dalla difesa dei lavoratori.

Anche la minoranza dem strumentalizza l’articolo 18 per un fine diverso dalla difesa dei lavoratori?
C’è ovviamente una lotta interna al Pd, che si vede espropriata del diritto di fare quello che ha sempre fatto, cioè il più grande partito d’opposizione ma anche un partito che partecipava alla riflessione economica. Quello che sta facendo Renzi è considerato eversivo non tanto in tema di politiche del lavoro, ma dal punto di vista politico. Renzi infatti sta andando contro tutti i compromessi, anche quelli “storici”. All’epoca del referendum sulla scala mobile la cosa più impressionante per Craxi non fu trovare l’ovvia opposizione del Pci, a cui seppe resistere, ma l’atteggiamento di De Mita, il quale pensò che se avesse vinto la linea di Berlinguer sulla scala mobile la fine di Craxi sarebbe stata vicina. E così lavorò a favore del sì all’abrogazione del taglio. All’epoca, inoltre, la sinistra riteneva che la scala mobile non fosse il tema centrale della riforma economica. Mi impressiona come oggi, allo stesso modo, la minoranza dem replichi a Renzi che l’articolo 18 non è certo intoccabile, ma non è la priorità. Ci vuole “ben altro”, dicono, per rilanciare l’economia. Il solito benaltrismo che ha tenuto insieme la cultura del Pci, della Dc e anche di una parte del Pd. Oggi credo che la minoranza dem stia facendo come De Mita con Craxi nell’85.

Intende dire che lavorano per il no alla riforma dell’articolo 18 nella speranza che questo faccia cadere l’avversario?
Esattamente. Bisognerebbe ricordare loro come finì il referendum dell’85. Il no all’abrogazione, ovvero la linea Craxi, vinse anche a Mirafiori, il quartiere degli operai della Fiom, e perse invece a Nusco, il paese di De Mita.

Lei del Jobs Act di Renzi e della riforma dell’articolo 18 cosa pensa?
Ripeto, per me è un messaggio che ha una struttura eversiva. E non è “eversivo” sulla vicenda dei licenziamenti o di eventuali diritti dei lavoratori violati, piuttosto ha un carattere eversivo perché il Pd di Renzi dà finalmente due messaggi chiari agli italiani e agli imprenditori: non voglio che siano i giudici a decidere le liste elettorali e non voglio che i giudici decidano anche sui licenziamenti. Domenica, con le primarie in Emilia a cui è stato candidato e ha vinto Stefano Bonaccini, il Pd ha finalmente detto che si possono candidare anche persone che hanno ricevuto un avviso di garanzia, perché questo non significa necessariamente una condanna. Con la riforma dell’articolo 18 il Pd sta dicendo agli imprenditori che si può licenziare ma senza un Tribunale che dia ragione alla parte più eversiva.

La modifica dell’articolo 18 prevederebbe, al posto del reintegro, un indennizzo economico per i licenziamenti ingiusti. La minoranza Pd obietta solo che la riforma provocherebbe più licenziamenti. Lei cosa dice?
Penso che sia una sciocchezza. Un imprenditore che ha lavoro e dipendenti che lavorano non ha nessun interesse a licenziare. Al contrario, si tiene i dipendenti ben stretti. L’unica cosa che rinnova davvero la riforma dell’articolo 18 è che finalmente saranno le dinamiche di mercato a determinare il destino di un’azienda, non gli aiuti di Stato. Su questo aspetto la vicenda della Fiat è esemplare. Perché infatti in questi giorni Marchionne scopre Renzi mentre Della Valle dice che è un sòla? Perché quest’ultimo, da sempre amico del premier, oggi parla da azionista di Italo e accusa Renzi di non aver sostenuto la sua compagnia contro Trenitalia. Insomma, lamenta di non aver ricevuto il solito aiuto di Stato. Dall’altra parte l’addio di Montezemolo e il rinnovo al vertice della Ferrari rappresentano il cambio di mentalità di un’azienda, che è stata creata ad uso e consumo degli Agnelli e che non viveva per il merito, ma per gli aiuti di Stato. Con Renzi è diventato difficile vivere facendo l’occhiolino al politico di turno. E quindi è partita contro di lui una campagna per destabilizzarlo come avvenne con Craxi. Non ci riuscirono con il referendum sulla scala mobile. Ci riuscirono solo dopo molti anni e per via giudiziaria.

Sta dicendo che anche per Renzi si prospetta un assedio giudiziario?
È già cominciato. La vicenda del padre è solo un inizio. Non penso che cadrà adesso. Ma so per certo che quando Renzi accusa i poteri forti ha un’idea chiara di quello che dice.

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