Appello ai cristiani: «Fate pellegrinaggi in Terra Santa»

Di Giancarlo Giojelli
19 Novembre 2025
Rony, che ha un negozio di articoli religiosi, e il diacono Sobhy si uniscono al Patriarca Pizzaballa e a fra Ielpo: «Aiutateci a rimanere in questi luoghi»
Israele, Gerusalemme
Israele, Gerusalemme (Foto Ansa)

Rony Tabash sta lavorando nel grande negozio di articoli religiosi vicino alla Basilica della Natività a Betlemme, la città dove è nato Gesù, all’angolo tra la via del Latte e la piazza della Mangiatoia. Venticinque anni fa, nell’anno della Giubileo, Rony cantò per papa Wojtyla. Anche allora si era in tempo di guerra, di lì a poco sarebbe scoppiata la seconda Intifada, e, come ricorderete, la Basilica era stata presa d’assedio dai guerriglieri palestinesi che li si erano asserragliati, accerchiati dall’esercito israeliano. Anche allora, i Tabash non chiusero la loro attività. Sono sempre rimasti e incoraggiano i cristiani a non andarsene dalla terra Santa. Da cento anni, la famiglia di Rony possiede il negozio che dà da vivere a centinaia di famiglie di artigiani. Lui si prepara al Natale, anche se sa che pochi saranno i pellegrini che riusciranno ad arrivare qui. La guerra di Gaza ha ripercussioni ovunque.

«Ogni giorno si presentano nuove sfide – dice a Tempi -. Non ho mai vissuto niente di simile prima, mai! Non sono in ansia solo per i soldi, anche se non so come arriverò alla fine del mese, ma sono preoccupato soprattutto per il futuro dei luoghi e delle famiglie cristiane, i bambini hanno paura, i miei figli non vogliono essere separati da noi».

Tabash racconta le difficoltà causate dalla pandemia di Covid e dell’assenza di pellegrini in Cisgiordania: «In molti hanno cercato lavoro a Gerusalemme. Ora, però, i posti di blocco sono chiusi e i permessi d’ingresso per i palestinesi sono stati bloccati». Le poche persone che hanno la doppia nazionalità emigrano all’estero perché hanno perso la speranza. Alcuni, come Rony, hanno deciso di rimanere, anche se potrebbero andarsene.

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«Vogliamo solo la pace»

«Continuo ad aprire il mio negozio ogni giorno – dice ancora Rony a Tempi -, vado in piazza, davanti alla Basilica della Natività, e la gente mi chiede perché non me ne vado. L’unica cosa che mi sostiene è la fede; senza fede, non potrei andare avanti, nemmeno per un minuto. La speranza è debole e tutto ciò che mi rimane è la fede. Non posso lasciare mio padre, che è malato, lui mi dice: “Abbi fede, Betlemme è un luogo sacro, non verrà toccato”. Sì, resterò perché è un luogo sacro; viviamo nel luogo in cui è nato Gesù, non possiamo andarcene. Come cristiano palestinese la mia missione è stare qui, anche se ogni giorno si presentano nuove sfide. La guerra deve finire. Siamo stanchi, vogliamo la pace, solo la pace per i nostri figli e le nostre famiglie».

Rony lancia un grido al mondo: «Questo luogo è sacro solo per me, per la mia famiglia, per noi palestinesi in Cisgiordania? Non è un luogo sacro per tutti i cristiani del mondo?». «Molte persone desiderano venire in Terra Santa, ed è tempo di aiutarci, di essere presenti in questi luoghi. Venite, sostenete le famiglie cristiane in Terra Santa».

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La vendita di presepi

Sobhy Makhoul è il diacono del Patriarcato maronita di Gerusalemme. Docente di Teologia, da quarant’anni organizza i viaggi religiosi dei fedeli che arrivano da tutto il mondo: «La situazione è terribile ovunque – dice a Tempi -. La guerra a Gaza potrebbe riprendere o la Striscia essere divisa tra israeliani e Hamas, pronti a tornare alle armi. Noi maroniti siamo legati al Libano, dove la tregua è sempre più fragile. Non si sa cosa accadrà in Iran, in Iraq, in Siria. Tutta la regione medio orientale è in pericolo. In Cisgiordania gli israeliani, oltre ai muri, hanno costruito più di duecento cancellate, rosse, gialle e nere. Le aprono e le chiudono senza preavviso. Quelle nere, praticamente, sono sempre bloccate. Le altre sono aperte o chiuse a seconda dello stato di allarme».

Spostarsi è una impresa, spiega Makhoul. «Si rimane per ore in coda per scoprire, magari, che il passaggio è stato improvvisamente chiuso. Gli unici che si spostano sono i coloni, sempre più aggressivi. Vogliono la terra. Noi del Patriarcato maronita cerchiamo di aiutare le famiglie degli artigiani e vendiamo a distanza i presepi. È una delle poche attività possibili per i cristiani che vivono, o meglio vivevano, di commercio e turismo».

Santuari di tutta la cristianità

Il custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, e il patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, attendono con ansia la presenza dei cristiani di tutto il mondo alle sorgenti della fede. Hanno diffuso un video. Fra Ielpo ricorda quanti sono venuti e vengono nonostante le difficoltà: «Un grande grazie, una grande riconoscenza, una grande gratitudine per tutti coloro che in questi due anni hanno continuato a venire: delegazioni vescovili, conferenze episcopali, amici, volontari. Davvero in questi momenti difficili hanno testimoniato un amore a noi e alla gente che vive in questa terra: è la terra di tutti. Questi santuari sono i santuari di tutta la cristianità. E qui, noi frati della Custodia di Terra Santa, ma oserei dire tutta la Chiesa locale, tutta la Chiesa di questa terra, vi attende, vi aspetta. Siamo davvero ansiosi di potervi accogliere con le braccia aperte, perché il pellegrinaggio, è davvero un’esperienza che segna la vita. È l’esperienza dell’incontro autentico».

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«La guerra è finita»

Il cardinale Pizzaballa ha fatto suo l’appello e ricordato il valore del cammino verso la Terra Santa: «È il pellegrinaggio per eccellenza perché è l’incontro con Gesù, con la sua umanità, con la sua storia, che qui diventa un incontro con la realtà concreta innanzitutto dei luoghi santi, dove Gesù ha vissuto, ma anche con la piccola comunità cristiana che in questi anni ha veramente molto sofferto».

Il Patriarca non ignora problemi e paure: «Sì, lo so qual è la prima obiezione: “È pericoloso, c’è la guerra”. Ecco, la guerra è finita. Non siamo ancora nella pace, ma il pellegrinaggio è sicuro. Quindi è tempo di venire in Terra Santa per esprimere questa vicinanza con questa Chiesa».

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