Non si spegne l’odio contro la Chiesa in Canada
La settimana scorsa è bruciata un’altra chiesa canadese. Questa volta è toccato a Saint-Simon, nella penisola acadiana del New Brunswick: un edificio di oltre cent’anni, costruito nel 1918, punto di riferimento della comunità cattolica locale, raso al suolo da un incendio che la Royal Canadian Mounted Police ha confermato essere doloso.
Nessun ferito, perché la chiesa era vuota, ma l’ennesimo pezzo di storia religiosa del Canada che se ne va in fumo. Ad appiccare le fiamme sarebbe stato Gilles Mallet, 68 anni, arrestato e accusato di incendio doloso: il movente non è stato reso noto, ma la lista dei precedenti in Canada è già lunga abbastanza da rendere la domanda superflua.
Cento chiese date alle fiamme in Canada
A raccogliere la notizia è stato Pierre Poilievre, leader dei conservatori canadesi, che ha rilanciato un dato che il Partito Liberale da anni va derubricando a esagerazione della destra: «Cento chiese sono state incendiate», ha dichiarato a Juno News. «I cristiani potrebbero essere il gruppo più colpito dalla violenza motivata dall’odio. Ma, ovviamente, non è politicamente corretto affermarlo». I canadesi di ogni fede, insiste Poilievre, «meritano di praticare il proprio culto in pace». Non è un’impressione isolata: un’indagine del 2025 di True North ha censito 123 casi di incendio doloso o vandalismo contro chiese dal 2021. I dati ufficiali del governo parlano di circa 463 incendi dolosi contro istituzioni religiose tra il 2016 e il 2023, senza nemmeno un conteggio separato per le sole chiese.
Quando quel rapporto di True North arrivò alla Camera dei Comuni, scoppiò la polemica. Il deputato liberale John-Paul Danko accusò i conservatori di «ripetere teorie del complotto», esortando a concentrarsi sui «veri crimini d’odio», come l’odio antisemita. Sulle chiese, un compromesso non si è mai trovato: nel 2024 i conservatori avevano proposto una pena minima di cinque anni per chi incendia un luogo di culto, salita a sette per i recidivi. La legge è morta con le dimissioni di Trudeau, nel gennaio 2025, e non è mai più stata ripresentata.
L’assoluzione del cardinale Ouellet
C’è, in questi giorni, una seconda notizia che va letta insieme alla prima, perché racconta la stessa storia da un altro capo: quella di un pregiudizio anticattolico che in Canada ha smesso da tempo di essere un’opinione per diventare un riflesso condizionato. Come racconta Matteo Matzuzzi sul Foglio, nell’agosto 2022 la signora Paméla Groleau, nell’ambito di una class action contro l’arcidiocesi di Québec, accusò il cardinale Marc Ouellet di violenza sessuale ripetuta, fatti che sarebbero avvenuti tra il 2008 e il 2010 quando il porporato era arcivescovo. Ne seguì uno scandalo enorme, con la macchina mediatica già pronta a condannare senza processo, mentre in quello stesso periodo si moltiplicavano gli assalti alle chiese.
Quattro anni dopo, un giudice ha stabilito che le accuse erano infondate e ha condannato la donna a risarcire Ouellet con centomila dollari per calunnia e diffamazione. Il cardinale ha preso atto «con gratitudine che la giustizia civile del mio paese ha riconosciuto che le accuse di violenza sessuale mosse contro di me erano false e formulate con una temerarietà estrema, equivalente a malizia, e che la persona in questione sia ritenuta responsabile delle affermazioni infamanti e diffamatorie rivolte contro di me e ampiamente diffuse a livello mondiale».
La maxi class action contro l’Arcidicocesi del Québec
All’epoca Ouellet era prefetto del dicastero per i Vescovi: Papa Francesco dovette aprire un’indagine preliminare, affidata al gesuita Jacques Servais, che archiviò tutto in fretta: «Non c’è alcun fondato motivo per aprire un’indagine per aggressione sessuale». Il danno d’immagine (eufemismo), però, era già fatto, e restò tale mentre la versione della donna cambiava in aula, passando da un racconto di violenza esplicita a una presunta “progressione” di gesti più ambigui. I centomila dollari del risarcimento, ha annunciato il cardinale, andranno alle organizzazioni che si occupano dei veri abusi subiti dalle popolazioni indigene.
Il caso Ouellet va inserito nel contesto più ampio di quella stessa maxi class action intentata contro l’Arcidiocesi del Québec e decine di religiosi e laici, che riguarda circa duecento vittime di abusi commessi da membri del clero a partire dal 1940: la Corte Superiore del Québec ha approvato nell’agosto 2026 un accordo storico da 31,5 milioni di dollari. Anche il cardinale Gérald Lacroix, coinvolto nei documenti della causa, è stato poi scagionato dal Vaticano dopo un’indagine interna.
La catastrofica fake news dei bambini indigeni sepolti
Lo stesso copione che si è ripetuto nel giugno scorso, con cinque anni di ritardo, sul caso (o meglio, la più grande fake news mai raccontata in Canada contro i cattolici) che più di ogni altro ha alimentato l’odio contro le chiese canadesi: i bambini indigeni sepolti nei terreni del collegio cattolico di Kamloops. Come ha raccontato Alex Dhaliwal su Juno News, a distanza di cinque anni la redazione del Globe and Mail ha finalmente riconosciuto di non aver mai verificato a sufficienza la notizia del 2021, ammettendo che i primi articoli avevano dato per scontato il ritrovamento dei resti di 215 bambini nell’ex istituto residenziale indiano di Kamloops.
Eppure nel maggio 2021, come ricostruito ancora da Matzuzzi sul Foglio, l’allora premier Justin Trudeau si scagliò pubblicamente contro la Chiesa e Papa Francesco, fidandosi delle rilevazioni del georadar, manifestò all’Angelus la propria vicinanza a un popolo canadese “traumatizzato”. Le bandiere restarono a mezz’asta per sei mesi e la stampa internazionale, New York Times in testa, parlò della scoperta come di una tragedia accertata. Anche i principali media italiani, da Ansa a Corriere, Repubblica e La Stampa, titolarono nello stesso modo, e il manifesto arrivò a parlare di genocidio.
L’inarrestabile ondata di odio contro la Chiesa in Canada
Ma dagli scavi non emerse nulla. Come spiegò allora Anna Farrow sul Catholic Herald, la tecnologia Gpr usata a Kamloops non fotografa corpi ma rileva solo anomalie nel sottosuolo, e l’area esaminata coincideva probabilmente con un vecchio campo settico degli anni Venti. Dove si è scavato per davvero, come alla Pine Creek First Nation in Manitoba, un mese di ricerche nel 2023 su quattordici siti non ha portato alla luce nessun corpo.
Il libro Grave Error: How the Media Misled Us (and the Truth about Residential Schools), curato dagli studiosi C.P. Champion e Tom Flanagan, raccoglie diciotto saggi che arrivano alla stessa conclusione: nessuna prova credibile di tombe anonime, bambini scomparsi o genocidi nelle scuole residenziali. Nel frattempo, però, il Canada ha vissuto un’ondata di violenza vera: quasi un centinaio di chiese danneggiate, profanate o incendiate in odio ai cattolici, mentre l’allora premier, giustificava i roghi così: «La rabbia è comprensibile».
Torniamo dunque a Saint-Simon, alla chiesa del 1918 ridotta in cenere nel New Brunswick. Non è un episodio isolato né un incidente: è l’ultimo capitolo di una storia che comincia con un titolo sbagliato del maggio 2021 e continua, cinque anni dopo, con smentite pubblicate in un trafiletto mentre le chiese continuano a bruciare. Il modo giusto per raccontare il Canada di oggi, parafrasando un titolo di Tempi di qualche mese fa, resta questo: fosse comuni nelle scuole cristiane, zero; chiese assaltate, un’altra ancora.
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