I primi nemici di questi antirazzisti sono i veri antirazzisti

Il caso del prof di Edimburgo “processato” dalla sua università per essersi opposto alla segregazione dei neri. E una riflessione del vescovo anglicano Nazir-Ali

Pugno chiuso a una protesta di Black Lives Matter

Neil Thin, 60enne docente scozzese di Antropologia sociale con 34 anni di onorato servizio, è stato sospeso dall’Univeristà di Edimburgo, dove insegna, in attesa dei risultati dell’indagine disciplinare aperta sul suo conto. Il capo di accusa è di quelli da rovinare per sempre una carriera: razzismo, sessismo e psicoreati addentellati vari.

Come ha scritto mercoledì scorso il Times, che ha dedicato al “caso Thin” diversi articoli, l’esposto all’ateneo è arrivato attraverso alcuni «forum online» che hanno raccolto le denunce anonime degli studenti. A un certo punto, precisa il quotidiano britannico, questi siti e gruppi social si sono messi a «invitare le persone a mandare reclami contro di lui, mettendo in circolazione anche un modello di lettera per agevolare la registrazione delle proteste».

Il prof contro i nuovi ghetti

E cosa ha fatto di tanto intollerabilmente razzista il professor Thin per meritare la sollevazione dei suoi studenti? Ha osato esprimere pubblicamente qualche perplessità a riguardo di un evento oraganizzato nel campus e intitolato “Resisting Whiteness”, ossia “Resistere alla bianchezza”. E, ancor più grave, ha osservato che l’idea di prevedere nell’ambito di quella manifestazione contro la bianchezza delle aree riservate alle persone di colore sapeva un tantino di «segregazione». Insomma, si è azzardato a criticare due iniziative chiaramente razziste e ghettizzanti concepite nel nome dell’antirazzismo. La pagherà per questo.

L’evento scatenante, in realtà, è un altro. Il docente di Antropologia sociale è entrato nel mirino delle organizzazioni antirazziste dell’università quando ha commesso il gravissimo errore di sottoscrivere un appello contro la rinominazione di un edificio dell’ateneo intitolato a David Hume. Il famoso filosofo illuminista deve aver scritto cose etnicamente sconvenienti nel lontano 1742 o qualcosa del genere (per chi voglia approfondire, c’è sempre il Times a disposizione), fatto sta che qualche mese fa è partita la solita campagna per cancellare il nome di Hume dalla palazzina universitaria.

Il razzismo degli antirazzisti

A firmare l’appello contro la cancellazione di Hume insieme a Thin e molti altri colleghi c’era anche un certo Sir Tom Devine, considerato la massima autorità della storiografia scozzese. Insomma non è che Thin si sia messo improvvisamente ad avallare manifesti suprematisti. Tuttavia i moderni miliziani dell’antidiscriminazione non tollerano idee diverse dalla propria. E così perfino un professore che si batte contro l’odio verso i bianchi e l’autoghettizzazione dei neri, che si descrive come «un libero pensatore né di destra né di sinistra» e che promuove la visione di «un mondo post-razziale in armonia sociale» può diventare il nemico “razzista” numero uno.

Scusate l’insistenza, ma non è il caso Thin la perfetta dimostrazione di quello che diciamo da tempo, e cioè che la “critical race theory” alla base di Black Lives Matter e di altri moderni movimenti sedicenti antirazzisti è in fondo essa stessa grottescamente razzista e creatrice di ghetti?

La lettera anonima degli studenti

Dietro il paravento dell’anonimato garantito dai forum di denuncia utilizzati per la guerriglia contro Thin, gli studenti del terzo anno hanno anche scritto all’università una lettera dai toni drammatici:

«Come possono gli studenti, specialmente gli studenti neri e appartenenti alle minoranze etniche e di genere femminile, sentirsi sicuri in questo ateneo quando un membro delle istituzioni contesta apertamente le questioni femministe e ricorre alla retorica razzista?».

Sabato 24 aprile l’Università di Edimburgo – dopo la precisazione di rito che la libertà di espressione non è assolutamente in discussione, ma quando mai – aveva rassicurato questi poveri studenti impegnati nella «decolonizzazione del proprio modo di pensare» (sic) e feriti dalla presenza di un tale figuro tra i loro insegnanti: Thin sarebbe andato incontro a provvedimenti concreti. E così è stato: «Mi hanno sollevato dall’insegnamento e da ogni attività con gli studenti finché l’indagine non sarà chiusa», ha confermato il prof al Times.

La “prova regina” contro Thin

Nel frattempo, i guerriglieri della giustizia razziale si sono messi a invocare una scrupolosa revisione delle dispense e delle tesi preparate da Thin. Gli hanno setacciato i profili social in cerca di qualunque appiglio. E non devono aver trovato molto se i social media manager di BlackED, il gruppo universitario antirazzista più attivo nella campagna contro il prof, si sono ridotti a sventolare su Instagram come “prova regina” nei confronti dell’imputato il suo profilo Twitter dove sta scritto «la civiltà è per tutti».

Il profilo Twitter di Neil Thin sul profilo Instagram degli antirazzisti di BlackEd
Il profilo Twitter di Neil Thin sventolato su Instagram da BlacED come “prova regina” del razzismo del professore: c’è scritto «la civiltà è per tutti»

Inutile la lettera aperta scritta da Thin ai colleghi per ricordare quanto sia fondamente per il progresso dell’umanità e delle conoscenze mantenere apertura mentale, capacità di confronto e perfino disponibilità a cambiare idea. «La carriera stellare di Neil è ora irrimediabilmente macchiata», ha commentato al Times un anonimo professore dell’Università di Edimburgo, «l’ateneo è riuscito a mettersi in una posizione per cui l’ideologia estremista è accettata e non può essere messa in discussione. Chi lo fa, come Neil, sarà etichettato come misogino e razzista».

Nazir-Ali e la teologia antirazzista

È un punto, il razzismo degli antirazzisti alla Black Lives Matter, colto molto efficacemente dal vescovo anglicano Michael Nazir-Ali in un commento ospitato in questi giorni dallo Spectator. Nel suo articolo Nazir-Ali, già titolare per 15 anni della diocesi di Rochester, più volte in passato entrato in polemica con i vertici anglicani per il loro appiattimento sulla mentalità del mondo (progressista), critica un documento recentemente pubblicato dalla Chiesa d’Inghilterra che appare sposare appassionatamente in tutto e per tutto la critical race theory dei moderni antirazzisti. Un profluvio di comitati di “monitoraggio della diversità”, ricorrenze dedicate alla “black history”, corsi sulla “identity politics” disseminati in tutte le istanze educative, nomine ovunque di “racial justice officers”.

Il dramma del report anglicano, scrive Nazir-Ali, è che in perfetta sintonia con la crociata razzisticamente corretta oggi in corso, finisce per condannare alla cacellazione l’intera storia dell’impero britannico, e con essa quella della Chiesa d’Inghilterra, riducendo tutto al peccato (innegabile) di schiavismo. Il vescovo fa un lungo elenco di personalità imperialiste e anglicane che hanno combattuto segregazione, razzismo e schiavismo anche pagando il loro impegno a carissimo prezzo, e che però sono sistematicamente rimosse dalla nuova “storiografia”. Senza dimenticare il dettaglio non trascurabile che per sua essenza «la tradizione giudeo-cristiana si è sempre opposta al razzismo».

«Fate spazio ai diversi»

Soprattutto, Nazir-Ali sottolinea la profonda intolleranza insita in tante iniziative antidiscriminazione, magari portate avanti con le migliori intenzioni. Un giudizio che riguarda vicende particolari di una particolare denominazione cristiana, ma che tuttavia evidenzia storture comuni a tutte le moderne crociate antirazziste, compresa quella contro il professor Neil Thin.

«Oggi la Comunione anglicana è una famiglia di diverse razze e culture costituita da 41 province legate insieme da una fede comune. Se la Chiesa d’Inghilterra fosse davvero interessata alla diversità, il rapporto raccomanderebbe di riflettere e rappresentare queste diverse culture nelle sue strutture. Oltre che su un reclutamento maggiormente differenziato a livello locale, insisterebbe anche sulla valorizzazione degli indiscutibili talenti delle varie province, specialmente di chierici e laici fuori dal Regno Unito che sono conservatori e guardano con sospetto a tutto ciò che appare troppo “woke”».

«Non ci serve conflitto ma amicizia»

“Woke” è il termine usato oggi nei paesi anglosassoni per indicare la militanza per le cause di giustizia sociale, razzismo e gender sopra a tutte. È chiaro il richiamo del vescovo con doppio passaporto britannico e pakistano alle sue antiche battaglie per una Chiesa meno omologata al mainstream occidentale. Notevole però anche la successiva demolizione cultural-teologica della critical race theory fatta propria dai vertici anglicani.

«L’altra più profonda difficoltà è che la critical race theory, il fondamento intellettuale della teologia elogiata in questo documento, è, al cuore, contraria a Cristo e al messaggio di Cristo. Essa è basata sulle idee marxiste di sfruttamento e cerca di trasformare in vittima qualsiasi gruppo ritenuto “oppresso”, in modo da usarli tutti per rovesciare il sistema esistente. La teoria ricerca il successo attraverso il conflitto, non con mezzi pacifici; e, come spero che la gerarchia della Chiesa un giorno comprenda, è ostile alla riconciliazione e all’amicizia richieste dal Vangelo. (…)

Per quanto riguarda la formazione del clero e dei laici, la nostra enfasi dev’essere sull’approfondire la conoscenza della Bibbia e sul magistero costante della Chiesa, non sull’approfondire la loro conoscenza della critical race theory e delle sue tante sfaccettature. (…) Anziché reclutare un’altra vasta schiera di funzionari diocesani e nazionali per soddisfare questo o quel gruppo, dovremmo assistere il travagliato popolo della nostra nazione, sostenere la vita delle famiglie e riportare le persone in chiesa. I nostri edifici devono essere di nuovo aperti a tutti: ai frequentatori regolari e a quelli occasionali, ai devoti e ai turisti, in modo che possiamo proclamare la nostra vera fede – non nella critical race theory, ma in Cristo».

Foto Ansa