Così la voglia di consacrarsi a “sua maestà il mondo” rischia di condurre gli anglicani allo scisma

La capitolazione delle province occidentali davanti alle pretese più liberal dell’opinione pubblica sta provocando fratture devastanti nella Chiesa d’Inghilterra

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Sono decenni che gli 85 milioni di appartenenti alla Comƒunione anglicana parlano di “scisma”, “disintegrazione”, “eresia”. Ma la Chiesa nata nel XVI secolo dal capriccio di un re, Enrico VIII, non ci è mai andata così vicino come la settimana scorsa. Dall’11 al 16 gennaio si sono riuniti a Canterbury 38 arcivescovi, detti primati, a capo delle altrettante province in cui è divisa la Comunione anglicana nel mondo. I leader religiosi non dovevano solamente prendere una decisione che riguarda la sfera della sessualità, se cioè accettare il matrimonio tra persone con tendenze omosessuali, e una che tocca la struttura della Chiesa, cioè se mantenere in un’unica Comunione coloro che già celebrano i matrimoni gay nel nome dell’“amore” e coloro che li rigettano come «deviazione dall’insegnamento della Bibbia». Il tema al cuore del raduno più spinoso mai organizzato dagli anglicani nei loro quasi 500 anni di vita era un altro: le decisioni dottrinali devono ancora essere prese a partire dalla Bibbia e dall’insegnamento che Gesù ha dato con la sua vita e le sue parole? E ancora: i Vangeli hanno qualcosa da dire oggi al mondo secolarizzato?

L’unità non è mai stata il punto forte degli anglicani, che nei fatti sono divisi su tutto, soprattutto da quando la Comunione si è diffusa nel mondo: c’è chi permette alle donne di diventare sacerdoti e vescovi e chi no, chi crede nei sacramenti e chi no, chi crede nella Bibbia e chi no. Non avendo un’autorità ultima come il Papa – l’arcivescovo di Canterbury infatti è solo un primus inter pares – gli anglicani hanno faticato a mantenere un’identità precisa. Alcune delle attuali 38 province ritengono che i 39 articoli in cui è racchiusa la Confessione di fede anglicana siano fondamentali, ma c’è anche chi pensa che «bisogna rinchiuderli in un bel palazzo signorile e fargli visita solo di tanto in tanto». Alcune comunità hanno abbandonato la liturgia del Book of Common Prayer per sostituirla con una più femminista o più multiculturale o più multireligiosa.

Ad esempio, un gruppo di pressione femminista chiamato Watch (Women and the Church), formato da sacerdoti donne, ha chiesto che la Chiesa anglicana smetta di utilizzare un «linguaggio sessista» e si rivolga a Dio «al femminile per non dare l’idea che gli uomini siano più simili a Dio delle donne». Un teologo studioso dell’anglicanesimo come James Innell Packer ha sintetizzato così i problemi della Comunione: «Relativismo in teologia, sincretismo nella religione, naturalismo nella liturgia, approccio femminista al ministero femminile, valutazione positiva del comportamento omosessuale e visione socio-politica della missione della Chiesa».

Un sondaggio condotto nel 2003 da Christian Research ha ben evidenziato queste divisioni: solo il 58 per cento dei sacerdoti di sesso maschile e appena il 33 per cento dei preti donne crede che Gesù sia nato da Maria Vergine; solo il 68 per cento dei sacerdoti maschi e il 53 per cento dei preti donne crede che Gesù sia risorto; solo il 53 per cento dei sacerdoti maschi e il 39 dei preti donne crede che la fede in Gesù possa salvare l’uomo.

Per tenere insieme queste diverse posizioni, senza squalificarne nessuna, la Comunione ha imparato a «descrivere in modo retorico il caos come ordine, l’ambiguità come ricchezza di comprensione, la patente diversità come speciale tipo di unità», ha spiegato l’ex sacerdote anglicano e studioso Edward Robert Norman, accolto nel 2012 nella fede cattolica. Ecco perché la Chiesa anglicana, con la sua teoria della «autorità dispersa», è stata definita dall’ex vescovo di Leicester come «una casa costruita sulla sabbia di dottrine cangianti».

Il colpo di grazia
Il risultato di questa confusione, almeno in Inghilterra, è dato da un recente sondaggio di NatCen Social Research: se nel 1983 gli anglicani erano il 40 per cento della popolazione, nel 2014 costituivano appena il 17 per cento. Se nel 2004 c’erano 13 milioni di anglicani in Inghilterra, oggi sono meno di 8,5 milioni. Secondo l’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey, «se non facciamo niente, la Chiesa di Inghilterra tra una generazione sarà estinta».

Il colpo di grazia alla già fragile unità degli anglicani è stato dato nel 2003 da tre diverse chiese di tre diversi paesi: in Inghilterra è stato nominato vescovo di Reading Jeffrey John, grande sostenitore delle unioni omosessuali, in Canada una coppia gay di Vancouver è stata benedetta dal vescovo di New Westminster e negli Stati Uniti è stato ordinato vescovo di New Hampshire Gene Robinson, divorziato dalla moglie e impegnato in una unione omosessuale. Nonostante le proteste della maggior parte dei fedeli anglicani, guidati soprattutto dalle province africane, la Chiesa episcopale americana (nome assunto dagli anglicani negli Stati Uniti per motivi legati agli storici attriti con gli inglesi) non si è fermata e nel 2015 ha cambiato la definizione del matrimonio e adottato due riti speciali per benedire le unioni omosessuali. La Chiesa canadese ha seguito l’esempio.

In risposta a queste mosse progressiste, nel 2008 è nata Gafcon, la Rete mondiale delle Chiese anglicane rimaste ancorate alla tradizione e al Vangelo. Rappresentando la maggioranza nella Comunione anglicana, i vescovi aderenti hanno deciso di disertare l’ultima Conferenza di Lambeth e l’ultimo Incontro dei primati (due dei quattro organi decisionali della Chiesa anglicana insieme all’arcivescovo di Canterbury e al Consiglio consultivo), per non essere associati a vescovi che hanno «deliberatamente sovvertito l’ordine divino senza dimostrare pentimento alcuno».

«Non possiamo cambiare la Bibbia»
Ha spiegato Peter Jensen, ex arcivescovo di Sydney e segretario generale di Gafcon: «La Chiesa episcopale americana e quella canadese sono andate troppo oltre nel loro tentativo di raggiungere un compromesso con il mondo e hanno perso la capacità di parlare con forza nel nome del Vangelo e di Gesù». Per cercare di evitare uno scisma definitivo, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby (foto sopra) ha convocato l’Incontro dei primati 2016 a Londra, predisponendo addirittura due cappelle diverse perché i vescovi africani non volevano pregare insieme ai progressisti americani. Fiutando la possibile capitolazione degli anglicani allo “spirito del mondo”, prima dell’inizio dei lavori, 105 importanti membri della Comunione, tra cui alcuni vescovi, hanno inviato una lettera a Welby chiedendogli che la «Chiesa anglicana riconosca di non essersi presa cura dei membri Lgbti del Corpo di Cristo in tutto il mondo». La Chiesa dovrebbe «pentirsi di aver accettato e promosso la discriminazione in tema di sessualità, causando dolore ai fratelli e alle sorelle Lgbti», e dovrebbe approvare i matrimoni gay una volta per tutte. Mentre i primati erano riuniti, all’esterno della cattedrale di Canterbury decine di attivisti protestavano contro «l’omofobia della Chiesa».

In questo clima, molti hanno invocato un compromesso per evitare lo scisma, ma Michael Nazir-Ali, influente vescovo e teologo anglicano, ammiratore di Benedetto XVI, ha chiarito: «Su un tema fondamentale come questo non si possono fare compromessi. Gli omosessuali vanno sempre accolti e amati, come la Comunione anglicana ha già detto in una famosa risoluzione. Se poi abbiamo compiuto qualche torto, dobbiamo pentirci perché siamo una comunità di peccatori. Ma l’insegnamento della Bibbia e della Chiesa è sempre stato che il matrimonio è tra un uomo e una donna. La pratica omosessuale è incompatibile con la Sacra Scrittura. Questo può non piacere alla comunità Lgbti, ma sta a loro decidere: noi non abbiamo il diritto di cambiare la Bibbia».

Dopo un confronto serrato, i primati hanno raggiunto un risultato per molti inaspettato: nessuno scisma ma condanna della Chiesa episcopale, sospesa per tre anni dal rappresentare la Comunione negli organismi ecumenici e interreligiosi. Nel comunicato finale si legge che «i recenti sviluppi nella Chiesa episcopale rispetto a un cambiamento nel loro canone sul matrimonio rappresentano un fondamentale allontanamento dalla fede e dall’insegnamento seguito dalla maggioranza delle nostre Province sulla dottrina del matrimonio». Che è e resta «una unione fedele per tutta la vita tra un uomo e una donna».

«Milioni di anime in pericolo»
Molti hanno protestato ugualmente perché alla Chiesa episcopale non è stato chiesto di «pentirsi», anche se è stata nominata una commissione per provare ad appianare le divergenze, visto il «comune desiderio di camminare insieme». Probabilmente le divergenze rimarranno, se si dà credito alle dichiarazioni del leader della Chiesa sanzionata, Michael Curry: «I fedeli gay o lesbiche che seguono Gesù nella nostra Chiesa saranno ancora più addolorati ora. Noi non cambieremo la nostra posizione, avevo già detto agli altri primati che non sarebbe mai successo».

Le differenze per ora restano, così come le difficoltà della Comunione anglicana. Ma le province più numerose, cioè quelle africane, che da anni hanno superato in numero di fedeli le province inglese, americana e canadese, affette da una emorragia di cristiani sempre più grave, sono riuscite a riaffermare «l’insegnamento della Bibbia». Questo movimento partito dal sud del mondo, secondo Nazir-Ali, non si è certo fermato in Africa: «La Chiesa episcopale americana mette in pericolo le anime di milioni di persone, permettendo cose condannate da Dio. Non bisogna pensare che solo gli africani siano contrari a queste nuove dottrine: la stragrande maggioranza dei cristiani, anche cattolici e protestanti, non vuole capitolare davanti al fascino modernista come hanno fatto pochi occidentali. Questa è la realtà».

Foto Ansa/Ap


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