Altre razioni di laïcité per temperare il radicalismo islamico. Grave errore

La soluzione non è rimuovere croci o vietare veli, ma presentare la realtà francese per quello che è nella sua interezza, proponendola agli altri come un’opzione finalmente libera

Accade in Francia. Dopo i giorni del terrore il primo ministro Manuel Valls annuncia una stretta sul piano della sicurezza. In parallelo Najat Vallaud-Belkacem, ministro dell’Educazione, vara un piano per le scuole a partire dalla duplice constatazione che gli attentatori di Parigi sono migranti di seconda generazione, già inseriti nel sistema di istruzione, e che il giorno dopo la strage non pochi ragazzi hanno rifiutato nelle aule il minuto di silenzio per le vittime, all’insegna del “se la sono cercata”, o hanno manifestato apprezzamento per gli assassini. Da adesso a luglio mille “educatori” gireranno le scuole per sensibilizzare sui temi della laicità e della lotta ai pregiudizi; fra i criteri di valutazione dei docenti ci sarà la capacità di trasmettere “i valori della Repubblica” e il 9 dicembre sarà celebrata la “giornata della laicità”.

Funzionerà? Rivediamo il film della rivolta nelle banlieue di dieci anni fa: fra tanti ghetti etnicamente o religiosamente omogenei con maggioranza di disoccupati, solo i quartieri musulmani esplosero. Lì, non altrove, imam e organizzazioni ultrafondamentaliste azionarono il detonatore. Vuol dire che i musulmani sono tutti estremisti? Vuol dire che la risposta dell’assimilazione laicista è profondamente errata: i modelli assimilazionisti tendono a fare del diverso una copia di sé, e rappresentano l’esatto corrispondente, all’estremo opposto, dei modelli di marginalizzazione degli immigrati. Gli appartenenti alle comunità musulmane sono molto diversi tra loro: a seconda dei paesi d’origine, c’è differenza di fede e di fedeltà, di conoscenza e di interpretazione del Corano, di tradizioni e di culture; il modo migliore per compattarli su sponde radicali è contrastare e reprimere l’espressione di fede, pur quando non presenta modalità violente. Prima ancora vi è la tendenza gallica, accentuata sotto Hollande, di comprimere la libertà religiosa come diritto connesso alla dignità della persona, qualunque sia la confessione di riferimento, inclusa quella cattolica. Ma se l’orizzonte della laïcité coincide col relativismo, è logicamente impossibile sostenere che ci sono beni non sottoposti a negoziazione: la pari dignità fra uomini e donne, l’inaccettabilità della poligamia o dell’infibulazione, il rispetto della vita sempre. Sono questi i diritti fondamentali da radicare nell’educazione e nell’istruzione scolastica, non l’astratto richiamo ai “valori della Repubblica”, il cui sviluppo ha condotto, per esempio, alla legge sul matrimonio fra persone dello stesso sesso. La soluzione non è trasformare la Francia in un angolo di un martoriato paese di religione islamica, rimuovendo crocifissi e presepi o coprendo templi, ma presentare la realtà francese ed europea per quello che è nella sua interezza storica e di contenuti, proponendola a chi proviene da altre tradizioni come un’opzione finalmente libera. L’idea secondo cui è sufficiente una massiccia diffusione di laicismo per affievolire il fondamentalismo viene smentita ogni qual volta è riproposta.

Dieci anni fa l’allora arcivescovo di Parigi Lustiger eresse una grande croce sul sagrato di Notre-Dame, nell’ambito di una campagna per la nuova evangelizzazione; il sindaco Delanoë, richiamandosi alla legge cardine del laicismo francese, quella del 1905 che vieta l’esposizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici, ne chiese la rimozione perché turbava i valori repubblicani dei parigini. Oggi i parigini, i francesi e il mondo intero sono stati turbati da ben altre vicende accadute nella capitale. La risposta al radicalismo non è la cancellazione della religione fin dalle aule scolastiche, ma il rispetto della libertà religiosa in un quadro di adesione ai fondamenti del diritto naturale. Quale “piano” per le scuole si dovrà attendere per arrivarci?