All’Italia serve una rinuncia di Berlusconi e un “sì per accettazione” di Monti

Tutte le aree del Pdl prendano atto che non c’è oggi altra soluzione che la continuazione di Mario Monti con altri mezzi, cioè politici, con un grande rassemblement di responsabilità nazionale.

Ci aspettano altri tre anni di lacrime e sangue. Non è catastrofismo, ma il puro e semplice dato, circostanziato da ben tre autorevoli dossier internazionali, che il diligente Rodolfo Casadei si è incaricato di illustrare nel servizio di copertina del numero del settimanale Tempi in edicola da domani.

Tra tante inchieste versate al sensazionalismo ci permettiamo di assegnarci un ruolo di onesti divulgatori. Attaccarsi allo spread è infatti un piccolo imbroglio se serve per aprire la campagna elettorale invece che a misurare la febbre dei mercati a riguardo di un sistema-paese dove le istituzioni politiche vacillano, i magistrati detengono il vero potere, l’incertezza istituzionale è legge. Se il nostro quadro nazionale è quello prefigurato da Ocse, Commissione europea e Citigroup, si capisce perché lo spread resti ballerino e perché la fiducia nel nostro paese è ondivaga e claudicante.

Abbiamo bisogno di una conduzione forte e decisionista della cosa pubblica. In tale prospettiva, noi che abbiamo accolto come una jattura la ricandidatura a premier di Berlusconi, registriamo come una positiva novità la notizia di uno “spacchettamento” del Pdl. Ciò, se confermato e se, soprattutto, gli “spacchettati” convenissero da tutte le aree del Pdl nel prendere atto che non c’è oggi altra soluzione che la continuazione di Mario Monti con altri mezzi, cioè politici, con un grande rassemblement di responsabilità nazionale.

A quel punto, vista l’aria che tira in Europa, potrebbe essere lo stesso Berlusconi ad annunciare la morte delle sue buone intenzioni e, “per il bene dell’Italia”, rinunciare alla sua candidatura per quella montiana. Ma se Monti non si candida che si fa? Bè, in questo disgraziato caso, è ovvio, Berlusconi rientrerebbe dalla finestra.