Ad Aleppo è tornata l’acqua, ma non la vita. Qui si può morire sotto le bombe in qualunque momento. Reportage

Sabato notte si sono riaperti i rubinetti grazie a un apparente accordo ribelli-regime. Ma le due metà della “nuova Sarajevo” sono ancora devastate dalla guerra

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DAL NOSTRO INVIATO AD ALEPPO (SIRIA)

La grande sete di Aleppo è finita, se Dio vuole e se gli uomini manterranno i patti. Sabato notte alle due, dopo 25 giorni di tribolazione, l’acqua ha ripreso a fluire dai rubinetti fra il tripudio generale. Ci sono ancora intoppi, sospensioni, quartieri non ancora raggiunti dal rinnovato flusso, ma il peggio sembra passato. Lungo i marciapiedi le animate code davanti ai camioncini cisterna, ai punti di disinfezione e filtraggio di acque contaminate allestiti dalla Mezzaluna Rossa e da una Ong svedese, le distribuzioni attraverso flessibili e rubinetti collegati ai pozzi artesiani delle chiese cristiane si fanno rare fino a disperdersi. Nell’ultima settimana queste ultime erano diventate l’àncora di salvezza di centinaia di migliaia di persone esauste, la borghesia e la classe media peculiari alla città, spesso denigrati dagli altri siriani per la loro presunta spocchia, trasformate in una schiera stremata e maleodorante. Le liti e le male parole per discussioni sui quantitativi prelevati – erogati gratuitamente e senza discriminazioni su base religiosa da tutte le parrocchie – non mancavano.

CHI CONTROLLA L’ACQUA. Il problema dell’acqua ad Aleppo dipende dal fatto che le due centrali di pompaggio che distribuiscono l’acqua, proveniente dal lago Assad alimentato dall’Eufrate 90 chilometri a nord della città, a tutto l’abitato si trovano in territorio sotto controllo ribelle. Fino a qualche tempo fa costoro hanno usato con parsimonia l’arma della sete, cioè la possibilità di sospendere l’erogazione dell’acqua alla parte ovest della città, quella sotto il controllo governativo e la più popolata. Dei 2 milioni e mezzo di abitanti che risiedevano nella Milano di Siria prima della guerra, oggi ne restano probabilmente la metà, 300 mila dei quali nell’est sotto il dominio di 17 bande di ribelli diverse (senza contare i gruppi minori), e gli altri, 1 milione circa, nell’ovest. Parte dell’antica popolazione dell’est è fuggita lontano, fino all’Europa con le note peripezie, parte è sfollata nel settore ovest. Non per buon cuore i ribelli lasciavano che gli aleppini di ogni quartiere avessero accesso alle risorse idriche, ma in cambio di forniture da parte governativa: diesel, elettricità, eccetera.

POCHE ORE DI SPERANZA. Ora è successo che nel mese di giugno un attacco di Jabhat al Nusra ha messo fuori uso la centrale termoelettrica di Mansur, che alimentava le centrali di pompaggio di Azeib e di Suleyman al Arabi. A quel punto c’erano solo due modi per rimettere in funzione gli acquedotti: o usare le pompe alimentate da motori diesel presenti presso i due centri, o attingere alla rete elettrica della centrale che sta nei pressi di Hama, 120 chilometri più a sud. La seconda ipotesi è stata scartata dopo che i ribelli hanno chiesto una quantità esorbitante di kilowattora (da dirottare verso le regioni dell’Idlib da loro recentemente conquistate) per dare il loro via libera all’operazione. Grazie alla mediazione della Mezzaluna Rossa, si è concordato che i governativi inviassero cinque autobotti ad Aleppo est per riavviare i centri di pompaggio. L’11 luglio l’acqua ha ripreso a scorrere nelle superstiti tubature di tutta la città, con grande tripudio generale, ma solo per poche ore: il diesel è andato subito esaurito perché il carburante messo a disposizione è stato dirottato dai ribelli ad altro uso (forse anche rivenduto).

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LA SOLUZIONE (PRECARIA). Il negoziato è ripreso, e la soluzione apparentemente trovata è che, fino a quando Mansur non sarà riparata, si farà affidamento sull’elettricità proveniente dalla centrale di Hama per far funzionare le pompe, e una certa quantità di essa, inferiore a quella chiesta in prima battuta dai ribelli, verrà messa a loro disposizione. Naturalmente tutti i lavori di riparazione e di manutenzione sono a carico del governo, e governativo è il personale tecnico che periodicamente si reca alle stazioni di pompaggio per mantenerle funzionanti. Non hanno nessuna garanzia per la loro sicurezza: spesso vengono maltrattati, umiliati, derubati delle razioni alimentari. Eroi anonimi e quotidiani del servizio alla città.

MANCA ANCHE LA LUCE. L’acqua potabile non è l’unico problema di quella che giustamente il cardinal Scola ha definito la “nuova Sarajevo”. Con le centrali elettriche quasi completamente fuori uso, la rete statale non garantisce più di un’ora o due al giorno di elettricità, che chi può si produce da sé con generatori diesel piazzati ormai ovunque, persino nelle aiuole centrali delle piazze – in quest’ultimo caso a condizione che l’elettricità prodotta serva anche all’illuminazione pubblica. Gli artigiani più umili, che non possono pagarsi l’elettricità privata, hanno trasportato le loro attività sul suolo pubblico, senza aggravi impositivi: un barbiere di un negozio di una strada secondaria ha trasportato due poltrone e un lavabo sul marciapiede davanti al negozio, e lì sta servendo i clienti. Dal 24 marzo, poi, la città è priva di connessione a Internet: per gli studenti, soprattutto quelli universitari, è una vera tragedia.

COME BEIRUT E SARAJEVO. E naturalmente c’è l’incubo della mancanza di sicurezza. Aleppo è percorsa per chilometri e chilometri da una lunga linea del fronte che separa governativi e ribelli e che passa fra le vie e fra le case come a Beirut negli anni Settanta e Ottanta e come a Sarajevo negli anni Novanta. In qualunque momento un colpo di mortaio o una bombola di gas riempita di esplosivo C4 e schegge di ferro può cadervi sulla testa o sulla casa se vivete (come la maggior parte degli aleppini) nella parte governativa, un proiettile di artiglieria o un missile di un caccia possono centrarvi se vi aggirate in territorio ribelle. In questi ultimi tre giorni esplosioni e intensi scambi di arma da fuoco si sono concentrati nelle ore notturne.

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LE ZONE “CALDE”. Le due metà in guerra di Aleppo sono incastrate in un modo che ricorda il cerchio orientale contenete i princìpi dello ying e dello yang, con la specificità che le aree fuori dal similcerchio, cioè le campagne e aree industriali adiacenti, sono scambiate: a ovest di Aleppo ovest ci sono forze ostili al governo, e a est di Aleppo est ci sono reparti governativi che sembrano voler accerchiare i ribelli. I combattimenti più intensi, con maggiore spiegamento di mezzi da una parte e dall’altra, si svolgono nei sobborghi a nord della città, anche se recentemente le coalizioni ribelli hanno tentato una controffensiva più a sud, all’altezza della località di Zahra. Ma dentro alla città una guerra di attrito fatta di bombardamenti sporadici, tiri di cecchini, autobombe falcia vite e semina feriti in una lunga catena di quartieri attraversati dalla linea del fronte, cominciando da al Hamadaniya, che accoglie il visitatore con un paesaggio di palazzoni devastati dagli attacchi aerei governativi che hanno permesso la riconquista di parte del quartiere a caro prezzo, per proseguire con Achrafieh, Azizie, Sdeide, Midan: tutti quartieri dove migliaia di civili vivono a meno di 500 metri dai cecchini e dai mortai dei ribelli.

STORIA DI AHMAD. I quattro ospedali pubblici di Aleppo ovest sono costantemente debordati dal numero dei feriti negli attacchi, e inviano parte di essi verso la decina di cliniche private presenti in città che dispongono di sale operatorie. Tre fissatori inficcati nella gamba destra, semiseduto in un letto dell’ospedale Saint Louis, gestito da suore francesi che fanno lavorare chirurghi siriani, Ahmad è il simbolo vivente dell’irriducibilità del valore della vita umana in un luogo e in un tempo dove ogni circostanza sembra dire che la vita degli esseri umani vale meno di nulla. Tre anni fa, quando aveva appena quindici anni, un colpo di mortaio lo ha ferito gravemente alla gamba destra mentre aiutava suo padre a vendere biscotti per strada: l’unica attività economica di una famiglia musulmana poverissima di nove persone. Da allora Ahmad ha subìto ben 20 operazioni chirurgiche nel tentativo di far recuperare un po’ di funzionalità alla sua gamba. Il costo sarebbe stato insostenibile anche per una famiglia benestante, ma Ahmad e la sua famiglia hanno trovato benefattori che non li hanno mai abbandonati, fino a questo letto di un ospedale dove è stato ripetutamente curato. La madre, vestita di nero, leva le braccia al cielo, loda e ringrazia Dio e benedice tutti i presenti al capezzale del figlio, giornalista compreso.

Foto Ansa e Ansa/Ap

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