“Adolescence” al Meeting. I ragazzi tra solitudine e adulti assenti

Di Piero Vietti
25 Agosto 2025
A Rimini un incontro a partire dalla serie Netflix su ragazzi e violenza. «Non basta dire che "hanno qualcosa che non va" o dare la colpa ai social, bisogna guardarli senza etichettarli»
Adolescence Meeting
Da sinistra: Domenico Fabio Tallarico, insegnante e rettore Scuole Sacro Cuore, Cesena; Lorenzo Bassani, neuropsichiatra infantile: la moderatrice Valentina Frigerio (foto Meeting Rimini 2025)

Non ci sono più gli adolescenti di una volta? È davvero perduta la generazione di chi oggi ha tra i 13 e i 18 anni, è davvero più spenta e disperata di quelle che l’hanno preceduta? O non sono forse anche gli adulti a mancare, affrettando giudizi sui giovani ed etichettandoli prima di averli guardati? Partendo dalla provocazione della serie Netflix che più ha fatto discutere quest’anno, Adolescence, al Meeting di Rimini si è parlato di come adulti e ragazzi possono incontrarsi uscendo dalla solitudine in cui sempre più persone si rinchiudono.

Lo hanno fatto il neuropsichiatra infantile Lorenzo Bassani e il rettore delle Scuole Sacro Cuore di Cesena Domenico Fabio Tallarico. Un dibattito vivo, pieno di esempi e aneddoti personali, che non ha banalizzato un tema spesso trattato con frasi fatte e ricette astratte, provando a chiamare le cose con il loro nome.

«I ragazzi stanno male? Sì»

«I ragazzi oggi stanno male?», si è chiesto Bassani rispondendo alle domande della moderatrice Valentina Frigerio. «Sì, è inutile negarlo. Gli accessi al pronto soccorso per problemi psichiatrici degli adolescenti sono raddoppiati negli ultimi dieci anni. Di fronte a questo dato ci si può arroccare e stare in difesa, guardare in fenomeno con cinismo e distanziamento, dire che “i ragazzi hanno qualcosa che non va”. Oppure si può guardare a questi sintomi per quello che sono davvero: domande di un rapporto».

Nel suo lavoro da anni vede «più di un tentato suicidio a settimana, sono facilitato a guardare oltre al sintomo. Finché c’è un sintomo c’è speranza, perché è una spinta a stare meglio. Dietro a quel disagio c’è uno che vuole essere incontrato, ogni spazio di dolore che si crea spinge anche ad aprirsi ad altro. La domanda è: quel sintomo, quella persona, incontrerà qualcuno che è disposto a guardarlo senza disgusto o disperazione? Incontrerà qualcuno di noi disposto ad andargli dietro?».

Come in “Adolescence”, mancano adulti che sanno guardare i ragazzi

«Gli adulti non guardano più l’altro», ha detto Tallarico, mostrando la foto di una scritta comparsa su un muro vicino alla sua scuola che dice “Chi sei quando nessuno ti guarda?”. «È una frase molto vera, che i ragazzi sentono molto. In Adolescence questo si vede in maniera potente: quando il ragazzino protagonista viene preso in giro dai compagni perché non sa giocare a calcio il padre non lo guarda. Lui cerca il suo sguardo ma non lo trova. Oggi gli adolescenti sono guardati per gli interessi degli adulti, per dei progetti, sono schiacciati dall’idea della performance che sentono costantemente su di sé. Una mia alunna mi ha detto che il suo desiderio è che i suoi genitori fossero contenti quando a scuola prende “solo” 8, e che vorrebbe avere il coraggio di dire loro che sogna di fare la parrucchiera, “ma non posso dirlo”».  

Nella sua esperienza di insegnante e rettore, Tallarico vede una mancanza da parte degli adulti di «un amore libero e disinteressato nei confronti dei ragazzi». Oggi c’è un disagio profondo, dice, che nei giovani si vede nei tentativi di suicidio, nella violenza, nel sesso che si fa sempre più precocemente: «Mi capita di fare lunghe discussioni con dei miei alunni per capire il motivo per cui vanno in giro armati di coltello».

«Nei ragazzi di oggi non manca nulla»

L’errore più grave che si può fare con gli adolescenti è etichettarli, incasellarli, dice Bassani: «Nei ragazzi di oggi non manca nulla, c’è anche la ribellione. Mancano adulti curiosi di incontrarli dove e come sono loro. Perché loro si lasciano incontrare». Lo testimonia Tallarico raccontando di una sua allieva che per mesi non si è presentata mai a scuola: «All’appello non rispondeva, e io non sapevo nemmeno che volto avesse. Scopro che è ricoverata, vado a trovarla e resto sconvolto: non mangiava da un mese, era in fin di vita. Sono stato un po’ con lei poi ho chiesto alla madre se potevo tornare».

Per tre mesi è andato a trovarla tre volte a settimana. «Lei ha ricominciato a mangiare, le nostre chiacchierare nel giardino della clinica si sono allargati ad altri ragazzi ricoverati. Quando stava per essere dimessa per entrare in una comunità le ho regalato una felpa azzurra ricordandole Pavel Florenskij che dice “quando siete tristi guardate il cielo”. Lei mi ha salutato facendomi un segno della croce sulla testa, come le avevo fatto io». Una sua ex alunna, ricoverata anche lei, gli aveva raccontato tutti i suoi tentativi di suicidio, e il male fatto ad altre persone: «Ascoltandola mi sono messo a piangere, e lei si è stupita: “Come è possibile che ci sia ancora qualcuno che piange per me?”».

Jamie, il protagonista di Adolescence, cerca lo sguardo di suo padre, impazzisce quando la psicologa con cui sembrava avere iniziato un dialogo gli dice che non si vedranno più. «Il tema dello sguardo degli adulti è fondamentale», chiosa Tallarico.

Tutta colpa dei social? Nì

Se i ragazzi oggi sono così fragili è, come si dice spesso, colpa dei social? Per Bassani no (con molti distinguo), per il rettore delle Scuole Sacro Cuore “snì”: «Come ha scritto Jonathan Haidt ne La generazione ansiosa è innegabile che da quando esistono gli smartphone gli adolescenti sono cambiati. Una responsabilità delle piattaforme c’è, certamente si lega alla proposta educativa che si fa ai ragazzi. È giusto limitare i social sotto una certa età, ma non si riuscirà a fare. Io chiedo sempre ai miei alunni quanto tempo usano lo smartphone, e quando vedo che alcuni lo usano anche 11-12 ore al giorno è chiaro che c’è un problema devastante».

«Ma noi come li usiamo? Il mondo dei social è un mondo fatto dagli adulti. Chi deve moderare i contenuti su TikTok, ad esempio, racconta di vedere ogni giorno cose orribili, quasi sempre fatte dagli adulti. Il fatto che i social facciano danni oggettivi ci interroga su come li usiamo e su come ci influenzano».

Per Bassani le piattaforme come Facebook, X, Instagram, TikTok, YouTube ecc hanno «nuclearizzato il fronte dell’esperienza comune. Se a questa sala in cui vedo molti adulti dico Bim Bum Bam quasi tutti sanno di cosa parlo, perché tutti con la mente andiamo a una esperienza comune. Ecco, questo non esiste e non esisterà più. Mark Zuckerberg ha ammesso che dei contenuti che guardiamo sui social solo il 10 per cento arrivano da persone con cui abbiamo anche rapporti “analogici”, il resto viene da conoscenze virtuali o da perfetti sconosciuti».

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Non solo. «Quello che io vedo nel mio feed non è quello che vedi tu. Parliamo di una realtà sempre più individuale. Il punto però è che cosa abbiamo da proporre loro per tirarli fuori da lì. Abbiamo qualcosa di meglio?». Non per questo va bene il liberi tutti, per Bassani è giusto limitarli per i più piccoli, per favorire i loro rapporti “analogici” e perché i contenuti social “riempiono la pancia”, rendendo molto più difficile il fare esperienza di qualcosa di bello, «come rimpinzarsi di M&M’s prima di una cena in un ristorante stellato».

Abbracciare e poi giudicare

Oggi gli adolescenti sono pieni di social ma sempre più soli: «Quando chiedo ai miei alunni che cos’è per loro l’inferno», ha raccontato Tallarico, «quasi tutti rispondono: la solitudine. I ragazzi chiedono compagnia, e se un social può essere utile a questo non lo demonizzo a priori: ad esempio io Instagram lo uso per restare in contatto con loro».  

L’adolescenza è il momento in cui si forma l’io, e mai come oggi le ideologie vogliono etichettare i ragazzi spacciando questa operazione come una liberazione. Sono sempre di più i casi di ragazzi anche giovanissimi che si dichiarano omosessuali o che vogliono fare una transizione di genere perché non si sentono a loro agio nel proprio corpo. Tallarico, che puer ha dato battaglia pubblicamente contro l’inserimento della Carriera Alias nelle scuole, spiega che davanti a casi così «non bisogna giudicare subito, ma abbracciare. Poi, all’interno dell’abbraccio si può dare un giudizio e aiutare i ragazzi a darlo. Ma la prima cosa che va detta loro è “tu sei”».

I mattoni nuovi “siamo noi”

Come un albero che cresce al chiuso collassa su se stesso alla prima tempesta, dice Bassani, «così ai ragazzi serve dare elementi per uno sviluppo positivo che permetta loro di reggere una tempesta». Il problema è che oggi «c’è una tempesta costante che investe giovani e adulti e una strutturazione di sé che fatica a prendere piede. L’uomo a ogni età ha bisogno di essere guardato, voluto bene, sfidato. Noi facciamo fatica nella relazione con gli altri perché conosciamo poco noi stessi. Questo si vede, ad esempio, nel rapporto con il corpo. Il corpo inteso come quello che suda, si ammala, guarisce, ha difetti… La società di oggi ne è nemica. Pensiamo alla sessualità, che ormai si fonda su una tempesta costante, sulla pornografizzazione della realtà, di tutta la realtà, a fronte di un rapporto col corpo sempre più distante».

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Con quali mattoni si può costruire in questo deserto? «Amando come ha amato Cristo», ha risposto Tallarico. «È lui che fa nuove tutte le cose. Le Sette opere di misericordia, poi, sono il miglior manuale educativo possibile, e hanno a che fare proprio con la curiosità per l’altro di cui abbiamo parlato».

«Noi siamo i mattoni nuovi», ha concluso Bassani. Oggi vedo in tanti adulti un’assenza di pensiero che è un’assenza di legami. Si conosce solo ciò che si ama. Ma questo è un problema degli adulti. Se il tema è essere legati, io devo legarmi. Un mattone da solo non fa niente, mille sì. Servono adulti che si mettono insieme e spontaneamente perdono del proprio per regalarlo e aiutarsi a guardare i ragazzi». Abbracciandoli senza imporre un progetto.

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