Meno Dante, Manzoni, Leopardi. Nelle Indicazioni c’è qualcosa che non va
C’è una buona notizia e una cattiva. Quella buona è che in viale Trastevere hanno aperto un ristorantino che fa una cacio e pepe da paura. Quella cattiva è che la Commissione nominata dal ministero dell’Istruzione e del merito deve averne abusato prima di stendere le nuove Indicazioni nazionali per i licei. Il ministro ha dichiarato che verranno adottate soltanto previo «un percorso di ascolto della comunità scolastica», ma non c’è da aspettarsi che vengano stravolte. È «una riforma attesa, una scuola che cambia», trilla il sito del ministero: «Con il testo licenziato dalla commissione ministeriale e da oggi offerto alla consultazione pubblica e ai diversi stakeholders, l’Italia compie un passo significativo nella ridefinizione del secondo ciclo di istruzione. Non si tratta di una semplice revisione di programmi: è un ripensamento strutturale della funzione formativa del Liceo, del rapporto tra discipline e tra scuola e società».
In bocca al lupo, verrebbe da dire, anche perché le ultime Indicazioni nazionali per i licei risalgono addirittura al 2010: un’era scolastica fa, un mondo in cui a malapena esistevano gli smartphone, la soglia dell’attenzione dei giovincelli era tutto sommato accettabile, la Dad non era neanche un incubo, un’epoca in cui a un povero fesso come me poteva ancora venire il desiderio di fare l’insegnante, insomma. Ma mentre la scuola, come la Chiesa, è semper reformanda, ci sono cose dentro la scuola, in particolare autori (io mi occupo di letteratura e non ho le competenze per esaminare le Indicazioni oltre ciò che mi pertiene), che invece non appartengono alla scuola, che non sono reformandi e che la scuola ha soltanto il compito di selezionare e proporre, certi del fatto che essi un valore ce lo abbiano di per sé. Costoro, guai a toccarli.
I promessi sposi? Troppo difficile
Un dubbio sorge subito, non appena sul sito del ministero viene strombettato che «una delle novità più rilevanti sul piano didattico-epistemologico è l’introduzione di una sezione intitolata “Perché studiare questa disciplina”. Questa sezione pone un’esigenza che è epistemologica e didattica insieme: illuminare il valore formativo di ogni disciplina, agganciando i saperi appresi alla realtà contemporanea e alla motivazione ad apprendere degli studenti». Insomma, dopo tremila anni di civiltà occidentale la novità principale è che ci stiamo domandando “perché studiare lettere, perché studiare storia, perché studiare matematica”. In altri termini, “perché la scuola”. Grave che vada spiegato.
Così come gravi, anzi gravissime sono alcune indicazioni che leggo nei programmi di Italiano. Innanzitutto: si lascia facoltà al docente di sostituire, al secondo anno, la lettura integrale de I promessi sposi con altri libri «meno complessi dal punto di vista linguistico». Il capolavoro di Manzoni, infatti, a differenza che nell’Ottocento «non è più un “classico contemporaneo”». Allora forse dobbiamo davvero interrogarci su “perché studiare italiano”, se non sappiamo neanche più che un classico o è contemporaneo, o non è. Non esiste un classico stagionale. Quando si inserirono I promessi sposi nei programmi nell’Ottocento, fu per l’intuizione che essi stessero sul medesimo livello di Dante: un gradino tale per cui a ogni giovane italiano si faceva la carità (la carità!) di farli leggere. Nelle aule professori, ho sentito più volte sussurrare che «sono troppo difficili per i ragazzi di oggi»: a sostenerlo, erano sempre i miei colleghi più scarsi (una minoranza, in realtà).
La lettura del capolavoro manzoniana andrà ora invece spostata in quarta. Possiamo immaginarci con quale profitto, dal momento (seconda notizia eclatante) che in quarta d’ora in poi andrà fatto anche Leopardi, prelevato dalla quinta per fare spazio alla stagione postunitaria. Dunque, in quarta, da Ariosto a Manzoni e Leopardi, con lettura integrale dei Promessi sposi. Dimentico qualcosa? Ah, sì: il terzo crimine contro l’umanità delle nuove Indicazioni nazionali è che la Commedia di Dante, invece che su tre anni, andrà spalmata su due. Quindi, in quarta aggiungeteci il Purgatorio e il Paradiso.
Una scusa per gli sfaticati
Forse la Commissione ha pensato che i docenti di lettere dispongano della Stanza dello spirito e del tempo di Dragon Ball, nella quale si entra in una dimensione di tempo infinito, altrimenti non si spiega. Chi mai, infatti, che abbia trascorso un anno a scuola, può pensare che sia realistico (per chiunque: super docenti e mezze seghe, e ce ne sono di entrambi i tipi) affrontare un programma del genere in un solo anno scolastico? Il risultato sarà che, a cercare di star dietro a queste nuove indicazioni, si farà male tutto quanto. Il che fa ridere, considerando che altrove le Indicazioni recitano che è prioritario dare spazio alla qualità e alla lettura integrale dei testi, invece che alla quantità: talmente contraddittorio che fa dubitare della buona intenzione dei discorsi sulla qualità.
Manzoni e Dante, i due intoccabili della nostra letteratura, rischiano seriamente di essere i grandi sacrificati per indicazione della Commissione. Una roba da matti. Il re è nudo, lo so: quanti colleghi già non leggono un canto della Commedia che vada oltre l’Inferno, quanti abdicano a Manzoni perché «difficile»? Eppure, il ruolo di chi dà queste Indicazioni dovrebbe essere proprio quello di mantenere la barra dritta, di mirare alto, come dice Machiavelli, consci che poi la freccia potrebbe cadere più in basso. Se invece sono loro i primi a segare ed ammucchiare, cosa farà il professor Tizio Caio, che magari aveva già poca voglia di lavorare prima d’oggi, e ora si sentirà giustificato a entrare in una seconda e far leggere per un anno intero Dio sa cosa invece di Manzoni?
Bene Buzzati, ma il Corano?
Cose da dire ce ne sarebbero ancora molte altre: la presenza del nome di Buzzati (finalmente) tra i grandi del Novecento di cui è caldeggiata la lettura; la lettura del Corano (posto che abbia senso, chi mai potrebbe esserne in grado?) al fianco di Omero, di Ovidio e della Bibbia nel primo biennio; il ritorno di Geografia, ex Geostoria, in un’inutile tarantella fra queste due materie che Alsazia e Lorena spostatevi e che fa il bene soltanto delle casse delle case editrici; insomma, ars longa, Tempi brevis, e il dibattito è aperto.
Andate da un malato (i giovani e la scuola lo sono) e ditegli che forse può fare a meno dei polmoni per respirare meglio. Fa ridere? Non dovrebbe. Tra parentesi: il prossimo che mi viene a parlare dell’urgenza di fare educazione affettiva e poi non fa leggere quei due, si becca una pernacchia.
(articolo aggiornato alle 11.50 del 24 aprile 2026)
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1 commento
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Bravo Carlo Simone, preciso e puntuale.
Ma perche’ appena si riuniscono in Ministero diventano stolidi e stolti (si noti la delicata variatio…)