Addio a Elio Pagliarani, fondatore del Gruppo 63

È morto a 84 anni Elio Pagliarani, poeta romagnolo fortemente legato a Milano e a Roma. Interessato alla situazione sociale dei poveri e degli indigenti, Pagliarani deviò verso direzioni più esasperate, fondando la neoavanguardia nel 1963.

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Vittorio Sereni, in una lettera inviata all’amico Giancarlo Vigorelli nel 1937, scriveva: «Io in poesia sono per le cose. Non mi piace dire “io”, preferisco dire “loro”». Siamo ai primordi della Linea Lombarda, quella strana accozzaglia di poeti così diversi e disparati, ma uniti dall’unico intento di lasciar parlare il mondo attraverso di sé, il proprio sguardo, i propri occhi. Tirandosi indietro, comunicando attraverso una mediazione umana e poetica ridotta, ma presente. Una lezione che ben conosceva anche Elio Pagliarani, lui romagnolo, perché ben presto si trasferì a Milano in cerca di lavoro. Nato nel 1927, è morto ieri. Nel frattempo, ha inciso sulla letteratura italiana con un solco autoritario, personale e politicamente schierato.

È il 1960. A Milano, Pagliarani dà alle stampe La ragazza Carla, storia poetica di una ragazza nel nuovo mondo industriale del capoluogo in forte espansione. L’opera, con i suoi riflessi e interessi per il mondo “di borgata”, non può non trovare in Pasolini la sua fonte e il suo primo estimatore. Ciò che colpisce è il tessuto linguistico, fitto di elementi tecnico-scientifici, di oggetti comuni, di inserti inglesi, francesi, tedeschi. È una lingua che esaspera possibilità espressive già proposte da Pascoli, da Gozzano e da Montale. Un inizio che, secondo la tradizione della pianura, pone nella facilità comunicativa un profondo intento morale, etico. Non ideologico, ma compartecipativo, attento, teso a colmare le distanze tra ideali diversi.

La ragazza Carla anticipa, per intenti, la deriva neoavanguardistica che, insieme a Umberto Eco, Aldo Palazzeschi, Edoardo Sanguineti, spingerà Pagliarani a fondare il Gruppo 63. A Palermo – nulla, in Italia, di più fisicamente distante da Milano e dal suo realismo – si propone una destrutturazione del linguaggio per parlare della politica in modo diverso dalla tradizione. Non sono più le “cose” a parlare, avrebbe detto Sereni, ma le ideologie. In un’intervista, il poeta milanese Luciano Erba avrebbe detto che non basta una nuova sintattica per creare una nuova poesia. Pagliarani, da parte sua, ha risposto che l’intento del gruppo era la «contestazione di significati precostituiti e causati dalla langue e la progettazione di nuovi significati». Il risultato è Lezioni di fisica e Fecaloro, del 1968, dove il vertiginoso plurilinguismo e la completa destrutturazione dei canoni stilistici precedenti limita la comunicazione con il lettore, che non comprende. E si misura la riuscita della poesia in una morale esterna, ideologica. Politica, non poetica.

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