A Kiev comanda un semidittatore (grazie a una legge elettorale come quella che vuole il Pd)

Nel carcere femminile di Odessa il 90 per cento delle schede valide va al partito di Yanukovich. Deve aver promesso un’amnistia, o almeno è stata sparsa questa voce crudele

Ho partecipato come osservatore del Consiglio d’Europa alle elezioni legislative in Ucraina. Prima a Kiev e poi a Odessa. Boris Godunov, memore del battesimo della Rus’ celebrato a Kiev circa 1000 e 30 anni fa, si è immerso nelle acque materne. Qui alcuni appunti. (La politica in senso stretto, in fondo).

A Kiev i comizi finali sono a base di spettacoli con i cantanti. I militanti dei partiti arrivano inquadrati e imbandierati. È in lizza Shevchenko, per il partito (ma va?) Forza Ucraina! Non sarà eletto.

Odessa. I primi seggi che siamo andati a controllare stavano in due carceri. Ci avevano avvertiti: faranno storie. Alle sei del mattino eravamo lì a esibire documenti e sorrisi. Dopo molte telefonate e decine di porte e corridoi e rumore di chiavi e sibili di metal detector, entriamo in una biblioteca polverosa. Alle otto del mattino, in tuta, ecco i prigionieri, quasi tutti giovani. In Ucraina tutti i detenuti votano, anche i condannati. In questo carcere fu ristretto Trotskij. Il direttore ci dice che il cuore della prigione è la fabbrica di macchine agricole, il lavoro è di 40 ore settimanali. Il salario dipende dalla produttività. Se si sta sotto alla “norma”, non becchi niente. Si arriva però in media a circa 600-800 grivna al mese, tra i 55 e i 75 euro. (Il salario delle guardie è di 3.000 grivna). Metà paga è trattenuta dallo Stato, il resto va su un conto bancario. Secondo seggio. Carcere femminile. Sono ragazze, c’è una crosta di desolazione sul volto che non va via, nessuna ride, solo silenzio. Sono 787, e di esse voteranno 783. Nel teatro, che ha l’odore dei disinfettanti, stanno sedute in divisa blu, un foulard bianco a raccogliere i capelli. I fiori sono finti. Tutto è tetro, poi improvvisamente, dietro l’angolo, un piccolo giardino, e fioriscono ancora le rose coltivate dalle detenute. Torniamo a sera per lo scrutinio. Su 783 schede il 15 per cento bianche. Di quelle valide il 90 per cento va al partito del semidittatore Viktor Yanukovich, l’uomo che ha spedito in carcere Yulia Tymoshenko, con accuse a cui non crede nessuno. Dal risultato del carcere femminile capiamo chi vincerà le elezioni: lui. Nelle carceri si ha fiuto. Deve aver promesso un’amnistia, Yanukovich, o almeno è stata sparsa questa voce crudele.

Odessa è la città sul Mar Nero dove ci fu la rivolta dei marinai della “Corrazzata Potëmkin” (e c’è la scalinata famosissima ormai irrimediabilmente fantozziana). Odessa fu cosmopolita, genovese, ebrea, greca. I nazisti rumeni la invasero nel 1941 e assassinarono decine di migliaia di ebrei. E sotto la cipria dei bei negozi italiani e lo zucchero della splendida architettura liberty si sente che la terra è ferita e rimbomba ancora il grido delle madri. Nella chiesa cattolica di San Pietro due preti polacchi celebrano Messa in inglese-francese-latino con canti bantu per la comunità di africani, indiani, filippini. Le lingue sono diverse ma si capisce che la solitudine è rotta, c’è una febbre di vita nuova. Le studentesse arrivano dal Congo Brazzaville.

Ultimo appunto. Con l’opposizione in galera, Yanukovich è riuscito ad avere la maggioranza dei seggi pur avendo poco più del 30 per cento. Come ha fatto? La legge elettorale prevede una parte proporzionale con liste bloccate, e il maggioritario uninominale per collegi. Tale e quale la proposta del Pd. La stabilità è garantita, come no?, un po’ meno la democrazia.