A Est cambiano idea. «L’euro? Grazie, non lo vogliamo più»

Bulgaria, Polonia, Lituania e Lettonia fanno un passo indietro, e ripensano le loro strategie di passaggio alla moneta unica. «Non c’è beneficio nell’adesione, ma solo dei costi». Meglio rimanere al vecchio conio.

L’Europa non è più appetibile come una volta. Questa, in breve, la ragione del premier bulgaro Boyko Borisov e del ministro delle finanze Simeon Djankovic per  «congelare indefinitamente» l’annessione della Bulgaria alla moneta unica del Vecchio continente. L’evento era già stato programmato: il primo gennaio 2013 sarebbe stato il giorno del cambio. Già pronti i principali preparativi, già decisa l’effige che si sarebbe dovuta vergare sulla moneta – il bassorilievo del “cavaliere di Madara”, vicino alla città di Sumen –: ma ora la Bulgaria ha deciso di fare un passo indietro. La nazione più povera della Ue, ma con i conti in ordine e un deficit in continua riduzione, non ci sta. «C’è stato un cambio di orientamento nelle nostre riflessioni e in quelle dell’opinione pubblica. Oggi come oggi, non vedo alcun beneficio nell’adesione all’euro, solo dei costi» chiosa senza mezzi termini il premier al Wall Street Journal.

BULGARIA E LITUANIA Col suo Paese incastrato tra i “falchi” del nord e le “colombe” del sud, Borisov profetizza: «Vedremo una divisione sempre più profonda perché molti governi non sono preparati a digerire le difficili decisioni che devono prendere. È come quando un bambino viziato non vuole andare dal dentista per farsi curare i denti guasti, anche se l’operazione è necessaria». Parole grosse, che però non cantano da sole in est Europa, ma trovano seguito in Lituania, Lettonia e Polonia. Nelle dichiarazioni del presidente lituano Andrius Kubilius si legge una nota di scusa: «L’euro rimane un obiettivo strategico. Tuttavia, vorremmo vedere una situazione più chiara e stabile nell’Eurozona prima di accettare». Nel 2006 la Lituania fu l’unico paese a cui non fu concessa l’adozione della moneta unica, cosa che le è servita, successivamente, per rialzarsi da una condizione di crisi che, adesso, pare affievolirsi.

LETTONIA E POLONIA I cugini lettoni poi, guidati dal premier Valdis Dombrovskis, mandano da Riga una risposta affine a quella lituana. In un’intervista rilasciata a Latvijas Radio il primo ministro ammette che, prima di acquisire la moneta unica, preferirebbe vedere un controllo maggiore e delle sanzioni verso chi non ha rispettato i budget di debito. Anche Radoslav Sikorski, ministro degli Esteri polacco, non vuole saperne di abbandonare gli zloty. «Aspettiamo la fine della crisi» dichiara alla radio locale. Se la Lituania poteva mostrarsi un alleato di minor pregio per la risoluzione della recessione, minata com’è dall’emigrazione e da una profonda crisi sociale, sulla mancata entrata dell’euro della Polonia ci sono più rimorsi. Al centro dell’Eurozona, la Polonia è un cuore industriale che sembra non essere danneggiato dall’aumento del debito Ue.