A cosa serve il diluvio di leggi, prediche e pool anticorruzione (a parte «aggiunger molte vessazioni» alle nostre vite)?

Dilaga il giustizialismo, Transparency ci svergogna, si moltiplicano i controlli di legalità. Eppure il crimine progredisce. Era tutto già scritto nei Promessi sposi

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A detta di Trasparency International l’Italia ha un tasso di “corruzione percepita” che è il più alto d’Europa. Naturalmente non è un dato scientifico. Non si basa sulla raccolta di dati empirici. È il frutto di sondaggi svolti tra le “istituzioni” da un ente sovranazionale che in Italia è stato creato nel 1996 sull’onda di Mani pulite e che tecnicamente si autodefinisce “associazione contro la corruzione”. I “trasparenti” non sono marziani. Sono italiani per bene che pubblicano annualmente l’esito delle loro interviste, appunto, in materia di “corruzione percepita”. Una metodologia discutibile. Ma come sappiamo ormai invalsa, che ben si attaglia a un uso propagandistico e che perfino Beppe Grillo, il Di Pietro 2.0, ha contestato nella famosa conferenza stampa in Europa dove, non senza buone ragioni, citando una ricerca indipendente austriaca, dichiarò che «la Germania è il paese più corrotto d’Europa».

Sia come sia, ci si potrebbe fare una domanda sul nostro presunto record criminale. Come mai, essendo la società italiana da molto tempo impegnata in una lotta senza quartiere alla corruzione, sembra che la corruzione progredisca? Per quale mistero criminoso più si moltiplicano i pool giudiziari, le leggi, le associazioni antimafia e anticorruzione, i programmi scolastici di educazione alla legalità, le trasmissioni di denuncia televisive, gli editoriali etici, le inchieste giornalistiche manipulitissime, più la corruzione dilaga?

Forse perché non siamo che al primo capitolo dei Promessi sposi. Là dove il pavido don Abbondio incrocia i due sgherri al servizio dei signorotti che nel Seicento imperversavano nel Settentrione d’Italia sotto il dominio spagnolo. «Don Abbondio non era nato cuor di leone» e a quell’epoca «la forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi da far paura altrui». Però, «non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo se producevano qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi».

Insomma, anche oggi che non comanda lo spagnolo al Nord ma comanda l’Europa su tutta l’Italia, viene da chiedersi se il “romanzo criminale” italiano che riempie ogni piega della comunicazione e richiama sempre nuove leggi, nuovi idoli tribunizi, nuovi supercommissari, sia utile a fare giustizia. O, piuttosto, a proseguire nel cammino di colonizzazione e asservimento allo straniero che, grazie alla politica giudiziaria, il nostro paese ha intrapreso fin dall’epoca delle prime “Mani pulite”.

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