Samaritani dove tutto è sotto zero

Di Annalisa Teggi
17 Maggio 2026
Il vescovo Carlassare ci dice come sostiene la speranza in Sud Sudan, in un contesto colpito da povertà, guerre, sfollamenti e alluvioni. Grazie anche all’8xmille
Il vescovo di Bentiu Christian Carlassare, missionario comboniano in Sud Sudan dal 2005
Il vescovo di Bentiu Christian Carlassare, missionario comboniano in Sud Sudan dal 2005

«Qui a Bentiu bisogna partire non da zero ma da sotto zero». A parlare è il vescovo Christian Carlassare, missionario comboniano in Sud Sudan dal 2005 e, dal 3 luglio 2024, primo vescovo della nuova diocesi di Bentiu.

Grazie ai fondi dell’8xmille destinati alla Chiesa cattolica in Sud Sudan possiamo sostenere un lavoro quotidiano di presenza, educazione e ricucitura sociale in una terra ferita da guerra, sfollamenti e alluvioni. All’inizio di marzo, nell’area di Abiemnhom, almeno 169 persone sono state uccise in un attacco armato; pochi giorni dopo, secondo le autorità locali citate dall’Unicef, il bilancio è salito a 180 morti. È solo uno degli episodi più recenti di una storia segnata da conflitti, divisioni etniche, fughe di massa e disastri naturali.

Resistere alla violenza

Nel 2005 l’accordo di pace con Khartoum aprì per il Sud Sudan una stagione di speranza. «La Chiesa è cresciuta, facendosi samaritana», racconta Carlassare. «A quel tempo la presenza era basata soprattutto sui catechisti laici, erano più di un migliaio. Adesso ne abbiamo solo 400 in diocesi. Accanto a questi catechisti, che sono delle vere e proprie guide delle comunità locali, ci sono dieci preti diocesani. Rimane la comunità dei missionari comboniani e c’è una comunità di frati cappuccini». Il Paese, però, è stato travolto dalla guerra civile esplosa nel 2013 dopo la rottura politica tra Salva Kiir e Riek Machar, presto degenerata anche lungo linee etniche, soprattutto tra Dinka e Nuer. A spezzare quel il filo della speranza non è stata solo la guerra, perché, prosegue Carlassare, «alla firma dell’accordo di pace nel 2019 c’è stata una grande alluvione che adesso copre circa il 40 per cento del territorio e quindi la popolazione vive ancora per l’80 per cento sfollata». Da zero a sottozero, appunto.

L’idea di ricostruzione, qui, non può che ripartire dal basso. Lo mostrò anche papa Francesco quando, al termine del ritiro in Vaticano con i leader sudsudanesi, l’11 aprile 2019, s’inchinò a baciare loro i piedi implorando pace.

La diocesi di Bentiu è vasta, le comunità cristiane sono sparse nel territorio e la popolazione vive in gran parte in zone rurali, spesso molto lontane fra loro. La presenza cristiana deve fare i conti con diffidenze e ostilità che continuano a innestarsi sull’appartenenza etnica. Lì dove il vicino è visto prima come una minaccia che come una persona, «vediamo che le nostre comunità cristiane sono comunità di resistenza alla violenza». E aggiunge Carlassare: «Se la narrativa è che l’altro sia un nemico, un pericolo, dentro la nostra comunità ci sono persone che hanno una visione diversa. Abbiamo visto cristiani capaci di proteggere e difendere la vita anche di una persona di un gruppo etnico diverso. Abbiamo visto donne che hanno perso i loro figli e hanno detto no alla vendetta perché la terra è stata bagnata con troppo sangue. Se una madre riesce a fare questo passo, vuol dire che c’è una conversione in atto».

Villaggi della pace

Sostenere la diocesi di Bentiu attraverso i fondi dell’8xmille non significa soltanto aiutare una presenza ecclesiale in un territorio martoriato. Significa rendere possibile un lavoro quotidiano di condivisione umana, sostegno sociale e accompagnamento spirituale. Perché oggi, racconta il vescovo, si respira molta demoralizzazione. «All’indomani dell’indipendenza c’è stato un momento di slancio ideale, oggi vedo stanchezza e sofferenza per azioni violente che sembrano non finire. Noi come Chiesa continuiamo a credere che sia il Vangelo a portare una trasformazione del cuore che può permettere anche una trasformazione sociale». È da qui che passa il lavoro della Chiesa: dalla formazione di un popolo capace di non lasciarsi definire dalla paura. «Stiamo facendo un workshop per i nostri leader della Chiesa per riflettere su queste situazioni di scontro e su come possiamo rispondere con l’incontro, col farci vicini, col renderci fratelli nell’essere anche liberi da quelle narrative violente e pessimiste». E ancora: si tratta di imparare a leggere la realtà non con l’alfabeto della paura, ma con un alfabeto realista e aperto al futuro.

C’è un’immagine concreta che traduce questa visione in opera: esiste una fascia di terra di almeno 50 chilometri, contestata dalle due comunità etniche dei Nuer e dei Dinka. È un territorio dal grande potenziale, fertile ma lasciato all’incuria a causa delle lotte intestine, ed è il simbolo di un intero Paese che sarebbe ricchissimo di risorse ed è povero perché impoverito da decenni di travagli.

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Nessuno può vivere libero da solo nel proprio territorio, dividendosi dagli altri. A partire da questa proposta, spesa in ogni contesto sociale, il vescovo Carlassare scommette sulla costruzione di quelli che ci tiene a chiamare «villaggi della pace»: luoghi in cui famiglie cristiane di diversa appartenenza etnica possano vivere insieme, sostenersi e lavorare, anche attraverso l’agricoltura, in un contesto dove la popolazione è tradizionalmente pastorale e seminomade. Nella diocesi vivono inoltre decine di migliaia di sfollati, profughi dal Sudan e rimpatriati: persone che potrebbero diventare decisive per avviare esperienze di convivenza e di lavoro comune.

Percorsi educativi

Accanto alla terra, c’è la scuola. Ed è forse il terreno più decisivo, perché tocca la vera nascita di un popolo. «La più grande povertà è l’ignoranza in cui sono stati mantenuti questi territori e queste popolazioni». Carlassare descrive una situazione durissima. In Sud Sudan oltre il 70 per cento dei bambini è fuori dalla scuola; nelle aree più periferiche il quadro è ancora peggiore. Per questo la diocesi ha avviato un progetto educativo che a Bentiu, dice il vescovo, deve partire «non da zero ma da sotto zero».

In Sud Sudan i fondi dell’8xmille destinati alla Chiesa cattolica sostengono esattamente questo: catechisti e sacerdoti che tengono unite comunità disseminate, scuole e percorsi educativi, una paziente ricostruzione dei legami là dove guerra e sfollamenti li hanno spezzati. Qui la fede coincide ancora con una presa concreta sulla vita. «La gente, la popolazione vive davvero attaccata a Dio perché non ha altre sicurezze».

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