Lupi: «Milano è ancora una grande città, quello che manca è la politica»
Pubblichiamo di seguito la trascrizione – con minimi interventi redazionali per agevolare la lettura – dell’intervento che Maurizio Lupi, deputato, presidente di Noi Moderati e della Fondazione Costruiamo il futuro, già assessore allo Sviluppo del territorio, Edilizia privata e Arredo urbano di Milano, ha pronunciato venerdì 17 aprile al convegno “Milano, fine dei giochi?”, organizzato da Tempi e Ccl – Consorzio Cooperative Lavoratori nella Sala delle Accademie della Veneranda Biblioteca Ambrosiana.
* * *
Che Milano abbiamo, che Milano vogliamo
Come si fa ricomporre una frattura? Come si fa a stabilire un patto? C’è solo un modo – e io sono d’accordo con la provocazione del titolo che Tempi ha dato a questa riflessione. Fermarsi non è interrompere: fermarsi a giudicare quello che è accaduto, quello che c’è e quello che hai davanti è l’unico modo per costruire il futuro. Un grande papa, Benedetto XVI, in una enciclica trascurata ma scritta in un momento drammatico del nostro paese e di tutto l’Occidente (dopo Lehman Brothers eccetera), diceva che il difetto più grande che l’Occidente aveva avuto e a causa del quale stava autodistruggendosi, riprendendo Paolo VI, era che aveva perso la capacità di giudizio e di pensiero.
Allora per noi politici non è superfluo capire, giudicare, confrontarsi, capire che Milano vogliamo che sia da qui ai prossimi 15 anni. E per fare questo devi avere un’idea, ma prima ancora devi avere una stima, che è quella che rischia di perdersi nella nostra città e che invece è sempre stata grandemente e fortemente caratteristica di Milano: la stima verso l’altro, la stima verso le ricchezze che questa città ha. La coscienza che Milano non è la classe politica che la gestisce, ma è innanzitutto la ricchezza che Milano è e che la fa grande in Italia e nel mondo.
Bisogna avere stima
E alla politica spetta guardare, capire, valorizzare, dare regole e indicare una strada. La stima verso l’altro, verso l’imprenditore che non è il nemico da abbattere. Verso i capitali che arrivano e che sono una ricchezza, non una negatività. Grazie a Dio ce li abbiamo! Viviamo in un momento drammatico dove le risorse non ci sono e a Milano arrivano i capitali: e noi che cosa vogliamo? Li blocchiamo? Eppure, c’è bisogno di comprendere come anche questi capitali che attraggono – Milano è capace di attrarre – altrettanto non espellano, non buttino fuori. E la responsabilità è dei capitali o di chi ha il compito di guidare e indirizzare? Bisogna avere stima verso l’altro, anche verso l’avversario politico.
Voglio raccontare velocissimamente quello che a me è successo, ma senza guardare al passato con la sindrome del torcicollo, che è la cosa peggiore che si può fare: “Eravamo bravi”, “eravamo i migliori”, eccetera. No. Il passato serve solo per comprendere un metodo e per capire come affrontare le sfide del futuro, partendo dalla nostra identità.
Quando abbiamo perso le elezioni con Letizia Moratti ed è entrato in campo Pisapia, il programma di Pisapia prevedeva – e [la vicesindaca Anna Scavuzzo] se lo ricorda, ovviamente – che la metropolitana M4 non si sarebbe dovuta realizzare, perché era pensata secondo una certa idea di città ovviamente, e loro iniziavano a entrare nel governo di questa città. Io ero diventato ministro delle Infrastrutture, c’era un capo di gabinetto che si chiamava Confalonieri… La capacità di stima verso l’altro non è negare il proprio programma, ma comprendere e capire che la forza di Milano è stata anche la continuità amministrativa su alcuni temi, che poiché erano positivi e buoni sono tati portati a termine. Stima verso l’altro è la capacità di cambiare idea: quella metropolitana è la metropolitana più importante di Milano, perché è simbolica, perché unisce il mondo alle periferie, perché c’è Linate e c’è Lorenteggio e Giambellino. Questa è la forza di Milano, ma senza la stima verso l’altro noi facciamo solo talk-show in politica.
Bisogna avere idee
La seconda parola è l’idea. Che idea abbiamo? Che Milano vogliamo costruire? Anche qui, per realizzare quello che noi abbiamo fatto abbiamo dovuto fare una cosa: mettere in campo idee, pensieri. Nel 1999, il Consiglio comunale di Milano, tra l’altro in un dialogo e in una collaborazione tra maggioranza e opposizione, approva un progetto che si chiama “Ricostruire la Grande Milano”, con degli obiettivi, partendo da una cosa da cui ancora oggi si può partire: quali sono la forza e l’eccellenza di questa città? È un caso che qui abbiamo le migliori università? È un caso che questa è la città che produce più cultura? È un caso che la sanità si è sviluppata in questi anni in una tradizione e in un modello incredibili? È un caso che le imprese, le startup sono uno di punti di forza? (Allora Milano era una città industriale che stava drammaticamente ripensando al proprio futuro, in ginocchio). È un caso che questa è la città del welfare ambrosiano, che tutti ci invidiano? E il welfare ambrosiano ha la caratteristica di unire, non di dividere… E allora ripartiamo! Riflettere vuol dire iniziare a ricomprendere questo, e dire come questi elementi vincono le sfide del futuro di una città.
Allora ricostruire la Grande Milano voleva dire che noi avevamo un milione e centomila abitanti, e noi dicevamo che avevamo bisogno di riportare la gente a vivere in questa città. Oggi ne abbiamo un milione e quattrocentomila: positivo, ma è cambiata la demografia. Il futuro dei prossimi vent’anni è che ci saranno solo due grandi città in Italia che non perderanno abitanti: una si chiama Milano e l’altra si chiama Roma, così dicono, se vogliamo guardare alle statiche. Milano cambia la sua composizione sociodemografica; perderà duecentomila abitanti e li sostituirà con un modello sociale e demografico totalmente diverso: più ricchi, più capacità di reddito da una parte, ed espulsione dall’altra parte. Sono il diavolo queste tendenze o vogliamo riflettere su che città vogliamo? Oppure l’idea è ancora oggi, nel 2026, la Milano ristretta nei propri confini? O invece quelle intuizioni e quelle cose di cui abbiamo sempre discusso nel tempo diventano oggi sempre più attuali e sempre più drammatiche? Ho sentito delle proposte interessanti e intelligenti da parte di una parte politica e dell’altra. L’area metropolitana: il sindaco di Milano è formale che sia il sindaco dell’area metropolitana oppure è una cosa sostanziale? Quanto ha guidato questo cambiamento? Quanto non lo ha guidato?
Bisogna entrare nel merito
Queste sono le domande, ma non per fare polemica, non per creare fratture. Se io ho introdotto la cedolare secca nel 2014 per il canone concordato al 10 per cento, la leva fiscale diventa uno strumento essenziale per guidare l’offerta: metti la tua casa in affitto e io ti premio, ma mettila a lungo termine e mettila a canone concordato. Quant’è il canone concordato oggi a Milano? E il canone concordato non è una colpa di qualcuno; sono tre soggetti che si mettono insieme: Comune di Milano, associazioni di inquilini e proprietari, no? Cinquanta metri quadrati in affitto oggi a canone concordato – cioè usufruendo di un vantaggio fiscale, perché pagano il 10 per cento di aliquota fiscale – in una zona importante, che si è sviluppata, la zona Fiera, cinquanta metri quadrati si pagano 1.900 euro. È colpa del Comune? È colpa degli inquilini? È colpa di quest’altro? O vogliamo capire perché si arriva a tanto?
Poi io posso fare il talk show e dire: siete dei delinquenti perché fate questi prezzi. Affrontare i problemi, però, vuol dire entrare nel merito e trovare delle soluzioni, che esistono e che ci possono essere… Perché se il 30 per cento dello stipendio di una persona che vive a Milano non basta neanche a pagare un mutuo per comprarsi una casa, allora avremo problemi a trovare tranvieri per l’Atm, a trovare infermieri che devono venire a lavorare al Niguarda…
Ho fatto degli esempi. Bisogna entrare nel merito di queste cose, e allora ci confronteremo, e allora il patto lo potrai fare. E ben venga che l’occasione delle prossime elezioni possa essere finalmente un confronto serio sugli ideali, sui valori, sulla città che vogliamo costruire. Poi i cittadini scelgano il progetto migliore. Chi ha governato dovrà dire che cosa ha costruito in questi 15 anni di modello di città. E chi vuole essere un’alternativa, anziché fare gli X Factor in cui andiamo a cercare ogni giorno il candidato migliore che può permetterci di battere il centrosinistra, dica che progetto vuole, se vuole tornare ad essere protagonista – parlo a me ovviamente, a me stesso, nel senso del mio schieramento politico.
Bisogna fare politica
Ed è per questo che l’ultima parola è la politica. Il problema è la debolezza della politica. Io ero uno scarso in Fisica al liceo, ma mi hanno insegnato che i vuoti si riempiono. Se la politica si ritrae indietro, non lamentiamoci se poi c’è la magistratura che fa la sua parte, gli immobiliaristi che fanno la loro… Noi dobbiamo tornare a dettare gli indirizzi, a dire le regole, a ribadire la primazia della politica. Perdonatemi, non entro nel merito delle inchieste, ma allo stadio di San Siro chi cavolo ci deve andare? Il Milan e l’Inter o l’Alcione piuttosto che l’Udinese? Adesso, con tutto il rispetto per quelli che fanno le indagini… Poi certo, facciamo opposizione e maggioranza: “Lo vogliamo su”, “lo vogliamo giù”, ma capite che c’è qualcosa che nel rispetto reciproco dei ruoli non sta funzionando? Allora la politica ritorni.
Il mio modello è: indirizzo, regole chiare, controllo, libertà su tutto. A proposito della collaborazione pubblico-privato: ma quali sono i due parchi più belli che sono stati realizzati a Milano? (Con uno ancora più bello, che è il parco delle Cave: io sono nato a Baggio e mi prendevano in giro perché dicevo che quel parco doveva diventare Central Park… Adesso vengono tutti lì, a proposito di riqualificazione delle periferie). I due parchi di Portanuova e di Citylife, che sono aperti a tutti, e tutti ci vanno: ma non è un modello di collaborazione seria tra pubblico e privato dove la qualità si esprime? Ma lo possiamo allargare anche a tutte le periferie questo modello? O ci sono alcuni privilegiati e altri no? Pulire una strada, accogliere i barboni… Ecco, queste sono le cose che, secondo me, ci permettono di progredire. Allora confrontiamoci.
Poi ovviamente adesso bisogna fare il piano casa: confrontiamoci. Io ho un modello, ovviamente la giunta ne ha seguito un altro: l’edilizia convenzionata tradizionale sembra sparita, ma la fascia media è quella più importante che noi abbiamo e che dobbiamo proteggere. Le cooperative hanno ancora una funzione o non ce l’hanno? Una volta collaboravano cooperative, imprenditori, fondi… Ci sono anche delle esperienze interessanti, non è tutto morto. Ci sono delle esperienze bellissime in questa città. Grazie a Dio siamo ancora una grande città.
(Appunti non rivisti dall’autore)
* * *
Oltre a Lupi, al dibattito di Tempi e Ccl sul futuro di Milano hanno partecipato: Marco Riva, presidente del Coni Lombardia, Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi, Michela Mineo, coordinatrice di Casa Jannacci per Medihospes, capofila della coprogettazione, Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, Andrea Severini, amministratore delegato di Trenord, Manfredi Catella, fondatore e ad di Coima, Alessandro Maggioni, presidente di Ccl, Sergio Urbani, direttore generale di Fondazione Cariplo, Giovanni Bozzetti, presidente della Fondazione Fiera Milano, Andrea Dellabianca, presidente della Compagnia delle opere, Marco Giachetti, presidente della Fondazione Policlinico, Anna Scavuzzo, vicesindaco e assessore alla Rigenerazione urbana. Il video integrale del convegno è disponibile qui.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!