Alla fine dei giochi ricomincia Milano

Di Alessandro Maggioni
13 Aprile 2026
Un invito a fermarsi, guardare, pensare a che cosa può far ripartire la città senza bisogno di booster eventistici né di correre a tutti i costi. Le ragioni del convegno Tempi-Ccl

Ci sono tre cose che mi hanno quasi ucciso.

La prima è l’abitudine: una strada percorsa quasi ogni giorno per vent’anni, fino a non vederla più. La seconda è il senso di onnipotenza: in quei giorni ero a mille, le cose andavano bene, mi sentivo invincibile. La terza è la velocità: andavo troppo forte per potermi fermare in tempo. Messi insieme, questi tre ingredienti producono un solo risultato possibile: la morte.

A me è andata bene. Mi sono svegliato dopo 25 giorni di coma farmacologico, a causa di un gravissimo incidente motociclistico, e ho avuto il tempo – molto tempo, nei giorni e nelle notti in cui capivo che la mia vita era definitivamente cambiata – di analizzare con lucidità cosa era successo. Non per autocommiserazione, ma perché capire le cause è l’unico modo per non ripetere gli errori.

Lo scrivo qui perché penso che quelle tre cause valgano come monito anche per le città. Le città sono organismi viventi: crescono, si ammalano, possono rantolare. E Milano, in questi anni, ha percorso la sua strada a testa bassa, forte dell’abitudine al successo, convinta della propria onnipotenza – noi milanesi, va detto con onestà, non stiamo simpaticissimi fuori da Milano – e a una velocità che non ha sempre lasciato il tempo di guardare dove si stava andando.

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Il coraggio delle parole scomode

Oggi, con gli amici di Tempi, ci siamo chiesti: e adesso? Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina sono finite, il clima preelettorale è già nell’aria e per la prima volta da anni non c’è nessun Grande Evento all’orizzonte a cui affidare l’adrenalina della città. La domanda che abbiamo scelto come titolo del nostro convegno – “Milano, fine dei Giochi?” (copyright di Caterina Giojelli) – non è una provocazione. È un invito a fermarsi, a guardare, a pensare a che Milano vogliamo davvero.

Perché fermarsi non è una sconfitta. È la condizione per capire dove si è, prima di decidere dove andare.

Milano ha accumulato, in questi anni, una serie di fratture che la velocità ha reso invisibili ma non ha sanato: l’aumento strutturale delle disuguaglianze abitative, un’eccessiva tolleranza alla rendita che ha premiato chi già aveva a scapito di chi cercava spazio, un nodo urbanistico irrisolto che oggi si traduce in uno stallo amministrativo – autorizzativo ed edilizio – che dura ormai da tre anni ed è diventato un problema serio, concreto, quotidiano. Tre cause, ancora una volta. E anche queste, lasciate correre, rischiano di portare a un risultato che non vogliamo.

Promemoria del convegno di Tempi e Ccl ”Milano, fine dei giochi?”

La risposta non è andare più piano per rassegnazione. È rallentare per ritrovare la direzione giusta – che Milano, in realtà, conosce bene, perché l’ha già percorsa.

La forza storica di questa città è sempre stata un pragmatico interclassismo. Non la melensa “inclusione” di cui si riempiono i convegni, ma qualcosa di più concreto e più esigente: la capacità, viscerale e strategica insieme, di costruire un ecosistema in cui qualità della vita, modernità, qualità del lavoro e crescita diffusa si alimentavano a vicenda. Una città in cui il posto di ognuno non era garantito per decreto, ma era reso possibile dalle condizioni che la città stessa sapeva creare.

Tornare a quel modello significa avere il coraggio di dire alcune cose scomode. Che la ricchezza va prodotta, ma va anche redistribuita: da chi più ha a chi più ha necessità. Che serve un temperato mix di liberalismo regolato e – non ho più timore a usare questa bellissima parola – socialismo, in dialogo con quella sobrietà che è da sempre la cifra del cattolicesimo ambrosiano. Che il manicheismo che divide tutto tra vincenti e soccombenti non è solo ingiusto: è benzina ad alto numero di ottani per il motore del populismo, e non possiamo permettercelo.

Essere “tessitori di urbanità”

Non a caso la cooperazione unitaria nasce a Milano. Non è un dettaglio folcloristico: è la prova che questa città sa, quando vuole, unire imprenditorialità e restituzione, crescita ed equità. Ccl ne è un esempio concreto: circa 16 mila alloggi realizzati a Milano e nella sua provincia, costruendo non solo case ma relazioni, restituendo valore economico e sociale ai soci e alla città.

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È esattamente questo sguardo – allargato alla città metropolitana, attento al trasporto pubblico e agli spazi delle relazioni collettive – che può indicare una strategia capace di rimettere Milano in gioco senza bisogno di booster eventistici.

Sarò nostalgico, ma penso che la strada per tenere insieme identità e modernità, lavoro e vita, ricchezza ed equità, centro e periferia, passi proprio da qui: da un pragmatismo impregnato di ideali profondamente ambrosiani, umile e fiero allo stesso tempo.

Il mio adorato e compianto Giancarlo Consonni, in una delle sue ultime parole a noi cooperatori, ci chiedeva di contemperare interesse pubblico e proprietà privata, di vedere nel lavoro e nella casa le due questioni centrali per il futuro delle città, e di essere “tessitori di urbanità”. È un’immagine che non smette di sembrarmi giusta. Tessere richiede pazienza, richiede di conoscere i fili, richiede di avere in mente il disegno finale. È l’opposto della velocità cieca.

Finiti certi giochi, si ricomincia a tessere. Partendo, come sempre, dalla forza dell’umanità che nelle città vive e si riproduce.

* * *

Alessandro Maggioni, autore di questo articolo, è presidente esecutivo del Consorzio Cooperative Lavoratori (Ccl).

Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di aprile 2026 di Tempi. Abbonati per sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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