Referendum. Con la vittoria del “sì” si aprirebbe la Terza Repubblica
L’autore di questo articolo, Lorenzo Malagola, sarà ospite dell’incontro organizzato da Tempi e LabOra a Milano, venerdì 13 marzo, dal titolo “Riformare la giustizia non è reato”. Con lui anche Nicolò Zanon, presidente del comitato SìRiforma, e Lodovico Festa. Per partecipare all’incontro basta compilare questo modulo online.
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Al centro del dibattito sulla riforma della giustizia vi sono questioni che riguardano l’organizzazione della magistratura e l’equilibrio del sistema penale. Secondo una rilevazione Tecnè, l’indice di fiducia verso la magistratura è crollato dall’88 per cento nel 1998 – erano passati cinque anni dalla morte di Falcone e Borsellino – al 33 nel 2022. Mentre un tempo la magistratura rappresentava la primizia della società italiana, oggi è considerata dall’opinione pubblica un corpo autoreferenziale e condizionato da interessi di parte, che hanno poco a che fare con la giustizia. Insomma, il senso di ingiustizia sembra prevalere.
Di cosa tratta il referendum
Il referendum interviene sull’assetto della magistratura e in particolare sul rapporto tra chi accusa e chi giudica. Ciò che i cittadini chiedono è un giudice terzo e su questo punto si misura l’equilibrio tra poteri dello Stato e diritti individuali. Il nuovo impianto prevede pertanto una distinzione più netta tra magistrati requirenti e giudicanti, collocandoli in due carriere separate e dotandoli di organi di autogoverno distinti.
Vengono istituiti due Consigli superiori, eletti a sorteggio e ciascuno competente per la propria area, e una Corte disciplinare autonoma chiamata a valutare le responsabilità dei magistrati. In tutte le grandi democrazie occidentali, come Germania, Francia o Gran Bretagna, la distinzione tra chi accusa e chi giudica è considerata una garanzia essenziale mentre in stati ben poco liberali come Russia, Egitto, Iran, Turchia o Cina, tale distinzione non esiste. La separazione delle carriere non nasce per indebolire la magistratura, anzi, serve a rafforzarla, garantendo che la terzietà del giudice non sia mai messa in ombra da logiche interne.
Il problema delle correnti della magistratura
Nel tempo, infatti, le correnti della magistratura hanno finito per assumere un peso eccessivo. Quelle che nacquero come spazi di confronto culturale sono diventate centri di influenza capaci di orientare nomine e incarichi secondo criteri di appartenenza anziché di merito. A conferma della necessità di rendere più trasparente il sistema, i dati parlano chiaro. Ogni anno circa mille persone, in Italia, finiscono agli arresti per errori giudiziari. Eppure, tra il 2018 e il 2024 soltanto 89 magistrati sono stati chiamati a risponderne e, di questi, ben 72 sono stati assolti o prosciolti. Per non parlare dei “processi politici” che ancora oggi occupano la maggior parte della cronaca giudiziaria e che rappresentano il più grave sfregio alla nostra Costituzione.
La gogna mediatica colpisce indistintamente politici nazionali come Salvini o locali come Pietro Tatarella – caro amico recentemente assolto dopo 7 anni di processo. Basterebbe rileggere il libro di Palamara per comprendere come il “sovranismo giudiziario” di certe procure abbia trasformato l’azione penale in uno strumento di puro potere o di lotta politica. Che la misura sia colma è testimoniato anche da una vasta area di intellettuali, giuristi e politici di sinistra per il sì. È chiaro dunque come l’indipendenza della magistratura non sia in pericolo. Al contrario, il suo autogoverno viene rinforzato, rendendolo trasparente e impermeabile a dinamiche opache. Il sorteggio dei componenti del Csm serve a questo: spezzare il legame tra carriere, incarichi e appartenenze correntizie, restituendo centralità al merito, alla professionalità e alla responsabilità individuale.
L’importanza di votare
Credo che nella nostra storia repubblicana ci sarà un prima e un dopo questo referendum. Se dovesse vincere il sì si aprirebbe definitivamente la Terza Repubblica e l’Italia potrebbe correre più veloce verso il futuro, se invece prevalesse il no ogni tentativo di riforma della giustizia verrebbe accantonato e rimarremmo intrappolati in un sistema bloccato. In fondo, il senso di questo referendum è nell’idea di giustizia che vogliamo consegnare alle prossime generazioni. Non so quale Italia troveranno i miei figli quando saranno grandi, ma vorrei che fossero certi di vivere in una nazione in cui la giustizia sia davvero giusta. Anche per questo, il 22 e 23 marzo è importante andare a votare: in questo referendum non è previsto alcun quorum e il risultato dipenderà solo da chi sceglierà di partecipare. E su questo, al di là delle appartenenze, ciascuno di noi è chiamato a dare la propria risposta.
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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di marzo 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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