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Barbera: «Il mio sì al referendum per attuare la Costituzione»

Di Emanuele Boffi
09 Marzo 2026
Le post-verità di chi voterà no, gli errori di Zagrebelsky, Violante e Gratteri e una rassicurazione «per il mio amico cardinale Zuppi». L’ex presidente della Corte costituzionale spiega perché, da uomo di sinistra, è a favore della riforma della magistratura
Cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte suprema di Cassazione, Roma, 30 gennaio 2026 (foto Ansa)
Cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte suprema di Cassazione, Roma, 30 gennaio 2026 (foto Ansa)

«Non faccio parte di alcun comitato, ma ho deciso di far sentire la mia voce per il sì al referendum perché sono convinto che questa riforma sia un’attuazione dell’ordinamento costituzionale». Augusto Barbera è uno dei più insigni costituzionalisti italiani. Ex presidente della Consulta, è professore emerito di Diritto costituzionale a Bologna. È stato ministro nel governo Ciampi e parlamentare, prima nel Pci e poi nel Pds, dal 1976 al 1994. Anche per questo è stato attaccato da sinistra, ma lui ha sempre voluto tenere il punto: «Nel prossimo referendum non si vota né a favore del governo Meloni né contro, ci saranno altre occasioni per poter giudicare quel governo come le elezioni politiche del prossimo anno».

Una delle critiche più frequenti alla riforma è che, con la sua approvazione, i giudici saranno sottoposti al potere politico. È un refrain che ripetono in molti. Rispondendo allo storico Alessandro Barbero che ripeteva la medesima accusa, lei ha fatto notare che, casomai, è vero il contrario, e cioè che con la vittoria del sì al referendum, in base a quanto espresso nell’articolo 104, «l’autonomia della magistratura viene rafforzata». Nonostante queste spiegazioni, il fronte del no continua a insistere su questo punto. Perché secondo lei?

Perché chi si oppone a questa riforma ha deciso di fare una campagna non basata su dati di fatto oggettivi, ma su quella che io ho definito una post-verità, riprendendo una definizione di Lee McIntyre, riferita al linguaggio di Donald Trump. Non si considerano i fatti, non si usano gli strumenti della logica e della ragionevolezza, ma si vogliono solo suscitare emozioni e paure. Se noi stiamo alla lettera di quanto previsto dalla riforma, leggiamo che all’articolo 104 si prevede che sia «i magistrati della carriera giudicante sia di quella requirente» costituiscono un «ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Da questo punto di vista, la riforma introduce una ulteriore garanzia rispetto al testo del 1948 che affidava alla legge ordinaria, non alla legge costituzionale (come nel nuovo testo), le garanzie per assicurare forme e modi dell’indipendenza del pm.

Augusto Barbera (foto Ansa)
Augusto Barbera, presidente emerito della Corte costituzionale, è professore emerito di Diritto costituzionale all’Università di Bologna. È stato ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Ciampi ed eletto per cinque mandati alla Camera dei deputati nel Pci e nel Pds (foto Ansa)
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Eppure il comitato per il no promosso dall’Anm ha scritto su alcuni manifesti apparsi nelle stazioni italiane questo slogan: «Con la legge Nordio, i politici vogliono controllare le decisioni dei magistrati».

Come gli scienziati dovrebbero trarre le loro conclusioni partendo dai dati scientifici, noi giuristi dovremmo farlo a partire dalle norme. Non c’è nessun articolo nel testo Nordio che ci porti a dedurre quello che dicono i manifesti da lei citati. È uno spauracchio agitato da chi fa propaganda.

Roberto Saviano ha scritto che con l’approvazione della legge Nordio si indebolirà la lotta alla mafia. Altri hanno fatto notare che la separazione delle carriere era uno dei punti del programma della loggia massonica P2 di Licio Gelli.

Anche in questo caso si agitano paure che non hanno ragione d’essere. Da quale articolo della legge Saviano trae le sue conclusioni? Dove è scritto? Non basta l’ipse dixit, siccome l’ha detto Saviano allora è vero… E a proposito della massoneria e di Gelli: è vero che la P2 era a favore della separazione delle carriere, così come era a favore di molte altre cose. Ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari, avvenuta in Italia grazie al Movimento 5 stelle. In quel caso, però, non ho sentito nessuno parlare di “riforma piduista”.

Una critica più seria è quella avanzata da Paolo Cirino Pomicino e Luciano Violante, secondo i quali la separazione delle carriere porterà ad avere, come ha scritto l’ex presidente della Camera sul Corriere, dei «pm onnipotenti».

Mi tocca ripetere quanto già detto prima. Mi si indichi la norma in cui si sostiene tutto ciò perché io, leggendo il testo, non la vedo. In ogni caso, a pm più potenti, farebbero da contrappeso giudici “terzi e imparziali”.

Un altro elemento molto dibattuto della riforma è l’introduzione del sorteggio per i componenti del Csm.

Dunque, una premessa. L’idea del sorteggio era stata sostenuta da esponenti che ora sono schierati per il no, come il pm Nino Di Matteo, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri e il direttore del Fatto Marco Travaglio, i quali dicono di pensare a un altro tipo di sorteggio. Ma fatico a capire quale… Ciò che qui va sottolineato è che il sistema dell’estrazione a sorte è già previsto in alcuni casi, come ad esempio la messa in stato di accusa del presidente della Repubblica che, nella sua ultima fase, prevede un giudizio dei componenti della Corte Costituzionale a cui vanno aggiunti 16 giudici estratti a sorte da un elenco di 45 cittadini eleggibili a senatore, compilato dal Parlamento ogni 9 anni. Stessa cosa per quanto riguarda il Tribunale dei ministri, i cui componenti vengono sorteggiati. Vale la pena ricordare infine che anche nella Corte d’Assise, accanto ai due giudici togati, siedono sei giudici popolari, che sono cittadini estratti a sorte.

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Altra obiezione sul Csm è che gli estratti non avrebbero le competenze adeguate per il ruolo.

Mi lasci dire che questa è un’argomentazione poco sensata. Le pare che un magistrato, che è tale perché ha vinto un difficile concorso, che è un uomo che può decidere della proprietà e della libertà di un cittadino, fino al punto di poterlo condannare all’ergastolo, non sia in grado di stabilire se tra due candidati ve ne è uno che è più meritevole di andare a coprire la carica di procuratore della Repubblica a Roma o a Viterbo?

Mi pare che chi si oppone alla riforma insista molto sul fatto che, se essa fosse approvata, in futuro e inevitabilmente, si arriverà alla sottomissione della magistratura al potere politico.

Nessuno può escludere che questa ed altre maggioranze possano avere tentazione siffatte, ma faccio notare che avrebbero comunque bisogno di modificare nuovamente le norme costituzionali con le stesse procedure adottate finora.

L’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky
L’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky (foto Ansa)

Nell’introduzione al libro Perché No di Marco Travaglio, il professore Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Consulta, scrive che la riforma è «una rivalsa di certa politica contro certa magistratura per spostare gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima a danno dell’autonomia e dell’indipendenza della seconda». Vede anche lei questo sentimento di rivalsa, così come lo definisce Zagrebelsky?

Ho stima del collega Zagrebelsky, ma sono sorpreso che un giurista utilizzi nelle sue analisi una espressione come quella da lei citata. Noi, come elettori, dobbiamo solo dire se questa è una riforma che fa bene al nostro paese oppure no. Se alcuni dei promotori l’abbiano fatto per un sentimento di rivalsa o se è per loro un modo di omaggiare Berlusconi, a me interessa poco. Così come mi importa poco se questo voto rafforzerà o meno il governo. Il mio giudizio sull’operato di Giorgia Meloni e dei suoi ministri lo esprimerò a tempo debito, quando ci saranno le elezioni politiche, non adesso. Io baso le mie valutazioni sul merito della riforma. Certo, non sono un ingenuo e capisco bene le implicazioni politiche del mio sì, ma faccio anche notare che con una vittoria del no, per almeno un paio di generazioni, diventerà molto difficile modificare la Costituzione. Perché anche di questo fatto occorre tenere conto. Il messaggio che passa è che in Italia, per l’opposizione di qualche corporazione o associazione, oggi quella dei magistrati domani chissà, è impossibile attuare qualsiasi attività di riforma.

Sembra che tutti i magistrati siano contrari alla riforma Nordio.

La correggo. A me pare piuttosto che questa sia l’idea che si vuole far passare. C’è sempre un po’ la tendenza a presentare la magistratura come un corpo monolitico, composto da giudici e pubblici ministeri che, solo se sono uniti, possono combattere come un sol uomo l’illegalità. Mi si consenta di dire che, però, il loro primo compito non è quello, generico, di combattere “l’illegalità”, ma di perseguire i reati (il pm) e valutare se esistono (il giudice).

Il governo sostiene che i magistrati non sono in sintonia con i suoi indirizzi programmatici. Penso all’immigrazione e agli accordi con l’Albania.

I giudici devono applicare e interpretare le leggi, non avere altri obiettivi e essere in armonia con il governo nell’interpretazione delle norme. Tuttavia, non possono non tenere conto dei suoi indirizzi programmatici. Non mi riferisco all’Albania, ma a vicende come quella dell’Ilva di Taranto o degli stabilimenti di Priolo. Mi rendo conto che sono esempi del passato, ma preferisco citare questi casi per non toccarne altri più recenti e delicati.

Lei era parlamentare nel 1989 quando fu approvato pressoché all’unanimità il codice Vassalli che introdusse in Italia il sistema accusatorio, basato sulla parità delle parti, il contraddittorio e la presunzione di innocenza, superando il precedente modello inquisitorio fascista del Codice Rocco. Era prevista anche la separazione delle carriere, ma poi cosa accadde?

Erano gli anni dell’emergenza mafiosa e di Mani Pulite. Tangentopoli fu un momento importante della storia italiana perché segnò il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. Era caduto il Muro di Berlino, il mondo era cambiato e non era più diviso in due blocchi. Il 17 febbraio del 1992 fu arrestato Mario Chiesa e poi, a valanga, tanti altri. Inchieste che erano rimaste per tanti anni nei cassetti delle procure furono tirate fuori e divenne impossibile affrontare il tema della separazione delle carriere per la forte opposizione della magistratura, in quel momento intoccabile. Erano gli anni del giustizialismo: del cappio agitato in aula dai leghisti e delle monetine lanciate contro Craxi. La sinistra evitò di entrare in conflitto con la magistratura sul tema della separazione delle carriere.

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Tema che, dopo Craxi, fu sposato da Silvio Berlusconi.

Divenendo così ancora più divisivo, una questione politica e di schieramento.

All’inizio della nostra chiacchierata lei ha detto che questa riforma è «un’attuazione dell’ordinamento costituzionale». Perché?

Per due motivi. Il primo: nel 1948 con la VII disposizione transitoria della Costituzione si stabilì che, fino a quando non fosse stata approvata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario, si sarebbe continuato «ad osservare le norme dell’ordinamento vigente». E qual era l’ordinamento vigente? Era ed è il regio decreto mussoliniano del 1941 che prevedeva la completa unificazione delle carriere tra pm e giudici, all’interno di un processo di tipo “inquisitorio” (in cui, cioè, pm e giudice erano corresponsabili nell’acquisizione delle prove). Secondo motivo. Quando alla fine degli anni Ottanta il codice Vassalli introdusse il processo accusatorio (affidando al giudice un ruolo «terzo e imparziale») non fece altro che provare a dare attuazione a ciò che avevano previsto i padri costituenti. Si aggiunga che nel 1999 con la riforma dell’articolo 111, approvato sulla base della spinta derivata dalla Commissione D’Alema, si sancì che ogni processo si dovesse svolgere nel contraddittorio fra le parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Tutto questo per dire che questa nuova legge, modificando alcuni articoli del testo costituzionale, in realtà ristabilisce un equilibrio costituzionale. È l’unica legge espressamente prevista dal testo costituzionale e non è una “riforma” della Costituzione, ma una sua attuazione. Per questo, riprendendo una preoccupazione espressa durante il Consiglio permanente della Cei dal mio vescovo e amico, il cardinale Zuppi, vorrei dirgli che «l’equilibrio tra poteri che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità» non è messo a repentaglio da questa riforma, ma anzi ne è la sua attuazione.

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di marzo 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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1 commento

  1. GIOVANNI BATTISTA BARILLA'

    Efficace e di grande onestà intellettuale.

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