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Il caso Roggero non può diventare una bandiera della destra

Di Emanuele Boffi
21 Luglio 2026
Si può avere comprensione per il gioielliere finito in carcere per aver ucciso due malviventi che volevano rapinarlo. Ma la sua non è stata legittima difesa
Matteo Salvini, segretario della Lega, con la maglietta per la grazia a Mario Roggero, 19 luglio 2026 (Foto Ansa)
Matteo Salvini, segretario della Lega, con la maglietta per la grazia a Mario Roggero, 19 luglio 2026 (Foto Ansa)

Buon ultimo è arrivato anche Elon Musk a dire la sua sul caso di Mario Roggero, il gioielliere finito in carcere venerdì dopo la condanna definitiva per l’uccisione di due rapinatori. Il patron di Tesla, su X, ha liquidato la vicenda come «una follia», sostenendo che «il giudice e il pubblico ministero in questo caso sono coloro che meritano questa condanna».

La politica, si sa, ha bisogno di simboli. Ha bisogno di vicende capaci di condensare paure, rabbia e identità. Ma proprio per questo il rischio è che i simboli finiscano per sostituire i fatti. È quello che sembra accadere nel dibattito sulla vicenda Roggero, dove una parte del centrodestra pare aver scelto la strada più semplice: trasformare un caso giudiziario complesso in una battaglia di appartenenza. Addirittura il ministro Salvini ha dichirato di volerlo «candidare a rappresentare gli italiani».

L’ultima iniziativa arriva dal senatore della Lega Claudio Borghi, che ha depositato a Palazzo Madama una proposta di revisione dell’articolo 52 del codice penale sulla legittima difesa. L’obiettivo è prevedere la non punibilità di «qualsiasi reazione» nell’immediatezza di un’aggressione a mano armata in casa o in negozio, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi utilizzati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta.

Roberto Vannacci indossa una maglietta con la scritta "Siamo tutti Mario Roggero", Vicenza, 28 giugno 2026.
Roberto Vannacci indossa una maglietta con la scritta “Siamo tutti Mario Roggero”, Vicenza, 28 giugno 2026 (Foto Ansa)

I fatti restano fatti

Cambiare le leggi sull’onda dell’emozione non è mai una buona idea. Lo hanno ricordato, con accenti diversi, anche tre esponenti di Forza Italia: Antonio Tajani sul Corriere della Sera, il viceministro della Giustizia Paolo Sisto sulla Stampa ed Enrico Costa su Repubblica. Perché inseguire l’indignazione del momento e riscrivere il codice penale rischia di produrre l’effetto opposto: non rafforzare la sicurezza dei cittadini, ma indebolire un principio fondamentale della nostra cultura giuridica.

La vicenda di Roggero suscita naturalmente comprensione. Quel giorno la moglie fu colpita e la figlia immobilizzata. È facile immaginare la paura, la concitazione, la sensazione di essere sotto assedio. Si può discutere anche della severità della conseguenza personale ed economica: 780 mila euro di provvisionale alle famiglie dei rapinatori e il carcere a 72 anni. Ma una cosa non può essere alterata dalla comprensibile empatia: i fatti restano fatti. Quella condotta, secondo i giudici, non rientra nella legittima difesa.

Una pena mite

La legge non tutela infatti una generica reazione alla paura, ma richiede un elemento preciso: l’attualità del pericolo. Ed è proprio questo il punto che distingue una società fondata sul diritto da una società in cui ogni conflitto può trasformarsi in una resa dei conti privata. Un principio di civiltà giuridica è la consapevolezza che una vita umana non può essere messa sullo stesso piano di un bene materiale.

Anche sul fronte della pena, il dibattito pubblico sembra spesso ignorare alcuni elementi. Come ha ricordato l’avvocato Gian Domenico Caiazza sul Foglio, i giudici hanno riconosciuto a Roggero il massimo delle attenuanti generiche. Per l’omicidio volontario la pena prevista in Italia parte da 21 anni; in questo caso si parla di due omicidi e di un tentato omicidio. «14 anni e 6 mesi per due omicidi e un terzo per fortuna solo tentato – ha scritto Caiazza – è la pena minima irrogabile; è una pena mite e, aggiungo, giustamente e sacrosantamente mite».

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Bandiere e slogan

Il problema, dunque, non è soltanto una sentenza o una legge. È il modo in cui la politica decide di raccontare la realtà. Inseguire campagne social costruite sull’indignazione, chiedere una grazia prima ancora di conoscere le motivazioni della sentenza, trasformare ogni caso giudiziario in una bandiera identitaria non aiuta nessuno.

La destra, se vuole difendere davvero il principio di legalità, avrebbe tutto da guadagnare dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Anche quando quel nome conquista meno like di uno slogan.

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9 commenti

  1. Pierangelo Sperati

    Non sono d’accordo sulla volontarietà. Tant’è che uno è solo ferito e un altro muore durante colluttazione. L’unica cosa certa è che il crimine non deve pagare. Neppure ai famigliari. Se no, domani, malato terminale, vado a farmi ammazzare da uno qualsiasi x un motivo simile e sistemo la famiglia .e ricordo che l’eventuale grazia può includere il non risarcimento.

  2. Anna Dall’Ora

    Mi sembra un commento equilibrato e ben argomentato. Oggi si procede per emozioni più che alla ricerca anche difficile della verità.

  3. Andrea Bellinaso

    Certo che è una bella rogna. Posso capire l’attualità del pericolo. Ma come viene stabilità? Per il tempo passato tra la fine del pericolo e la reazione dell’aggredito? L’attualità del pericolo, nella mente di colui che subisce violenza ma che soprattutto la vede praticata sui propri cari, quando finisce? La nostra mente funziona come un interruttore che basta mettere su OFF perché tutto torni in modalità normale? Di fronte alla morte di due uomini non si può rimanere indifferenti, gli affetti, le speranze, la vita interrotta non è sola la loro ma anche delle loro famiglie. Ma possiamo anche dire che quelle persone non erano in un cantiere e sono morte per un infortunio, non stavano rientrando dal lavoro e un colpo di sonno li ha fatti uscire di strada. E anche si fossero alzati con la preoccupazione di mantenere la famiglia sarebbero forse uguali a quelle tante, tantissime, persone con la stessa preoccupazione, ma che continuano a spaccarsi la schiena o a girare come una trottola in cerca di un lavoro per tappare le falle di una nave che affonda? In tutto questo c’è un dato di fatto, a mio avviso: se fossero andati al bar a lamentarsi di quanto agra è la vita quel giorno sarebbero tornati a casa. Per quanto riguarda il risarcimento alle famiglie, arrivo a capire anche questo, ma sarebbe interessante andare a vedere come verranno spesi questi soldi. Mi si obbietterà che ognuno è libero di fare quello che vuole con i propri soldi. Ma qui nessuno ha vinto al gratta e vinci, non hanno vinto al totocalcio, non è una eredità ricevuta dalla vecchia zia d’America. Sono i risparmi di una vita, la tranquillità finanziaria per affrontare il futuro e chissà magari aiutare altre persone o i propri cari. E’ allora si diventa importante sapere come questi soldi saranno utilizzati e se saranno utilizzati per una istruzione migliore, per una possibilità di vita diversa, beh magari l’amarezza in bocca rimarrà, ma sicuramente meno amara. Ma se così non fosse riprendeteli e usateli meglio. Certo rimane una bella rogna.

  4. GIANLUIGI LASSINI

    Bisogna cercare come questo caso Roggero sarebbe trattato nelle altre nazioni civili.
    Sicuramente negli USA sarebbe stato assolto
    Credo che anche in molti stati europei sarebbe stato assolto.
    Chiedo che Tempi faccia questa ricerca
    Grazie

  5. Marina di Marino

    Non concordo, anche se capisco :la giustizia dovrebbe essere realizzata per tutti per cui le varie questioni accadute a danno di altri dovrebbero essere considerate alla stessa stregua
    Certo che sta diventando un.’caso’.
    Ma sempre perché alle spalle be ne sono ben sltri di discutibile esito

  6. danilo bassioni

    È tanto politicamente corretto questo articolo che da oggi chiudo l’abbonamento a Tempi.

    1. ANDREA GHIDINA

      Il politicamente corretto è quasi sempre lontanissimo dalla realtà. Per cui questo articolo non è politicamente corretto, perché riporta fatti. Condivido infattoi quanto scrive l’avv. Caiazza, anche se non capisco come siano arrivati a quelle cifre in favore delle parti civili…

    2. Giovanni Melandri

      Quindi uno si abbona per sentirsi dire che ha ragione su tutto quello che pensa. Utile.

    3. jean elia fares

      Mi dispiace che Lei chiuda l’abbonamento a Tempi dopo la lettura di un articolo, che, a mio parere guarda la realtà a 360°. Rispetto la Sua decisione, ma questa reazione porta già una indifferenza nei confronti di Tempi o di un pregiudizio.
      Io invece regalerò un abbonamento alla mia vicina di Casa, che un pò confusa nella lettura della realtà tramite i giornali. Ho avuto la possibilità di condividere un articolo di Tempi la quale reazione era un bisogno di approfondire i temi di questo giornale.
      con rispetto e stima
      Jean Elia Fares

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