Investiamo sulla pace per rispondere alle stragi di cristiani in Nigeria

Di Fred Williams
18 Gennaio 2026
Non ci sono parole per descrivere i massacri che avvengono in Nigeria al grido di «Allahu Akbar». Ma non possiamo combattere l’oscurità con altra oscurità
La chiesa di St. Francis di Owo, in Nigeria, dopo l’attacco terroristico della domenica di Pentecoste nel 2022 (foto Ansa)
La chiesa di St. Francis di Owo, in Nigeria, dopo l’attacco terroristico della domenica di Pentecoste nel 2022 (foto Ansa)

Pubblichiamo l’intervento tenuto da Fred Williams, pastore protestante e fondatore di LoveBack Project, durante la presentazione della World Watch List 2026 sui cristiani perseguitati da parte di Open Doors presso la Sala Caduti di Nassiriya del Senato, a Roma, mercoledì 14 gennaio.

* * *

Onorevoli senatori e deputati, grazie per l’opportunità di condividere non solo una storia, ma un grido dal cuore di un popolo la cui voce è stata messa a tacere. Sono nato nel Regno Unito alla fine degli anni 60 ma sono di origine nigeriana. Ho vissuto a Lagos, nel sud-ovest della Nigeria, e nel 1985 mi sono trasferito a Jos, nello Stato di Plateau, per proseguire i miei studi.

Non ci è voluto molto perché Jos diventasse la mia casa. In seguito, ho sposato mia moglie, originaria dello Stato di Plateau, e insieme abbiamo iniziato il nostro viaggio nella missione e nel servizio cristiano. Dal 1993 ho ricoperto il ruolo di ministro di culto nella mia chiesa e, per oltre 30 anni, ho vissuto e lavorato tra le comunità nei dintorni di Jos, una regione un tempo nota per la pace e l’ospitalità.

Impossibile descrivere i massacri

Ma negli anni, ho visto quella pace sgretolarsi lentamente. La violenza ha cominciato a insinuarsi, scatenata spesso da eventi apparentemente minori: le elezioni locali, le controversie internazionali come la vignetta di Charlie Hebdo o persino la silenziosa crescita di comunità cristiane in alcune zone.

Non abbiamo solo sentito parlare dei disordini, li abbiamo vissuti in prima persona. Il 7 settembre 2001, la nostra chiesa nell’area nord di Jos è stata attaccata per la prima volta. Abbiamo sentito le urla dei militanti: «Allahu Akbar». Poi sono iniziati gli attacchi: auto distrutte, case bruciate, persone mutilate e uccise. È quasi impossibile descrivere a parole il massacro. Ho documentato l’orrore per anni. Ho foto e video così violenti e inquietanti che non possono essere mostrati in nessun contesto pubblico.

Immagini di bambini con il cranio spaccato. Donne incinte date alle fiamme insieme ai loro bambini. Giovani e anziani decapitati. Permettetemi di condividere una storia che descrive il costo umano di questa violenza.

I relatori intervenuti alla presentazione della World Watch List 2026 di Open Doors. Da sinistra, se vuoi mettere i nomi, così sono contenti: Alessandro Iovino, Christian Nani, senatore Lucio Malan, il sottosegretario Andrea Delmastro, il pastore Fred Williams
I relatori intervenuti alla presentazione della World Watch List 2026 di Open Doors. Da sinistra Alessandro Iovino, Cristian Nani, il senatore Lucio Malan, il sottosegretario Andrea Delmastro e il pastore Fred Williams insieme alla traduttrice (foto Tempi)

«Si stanno avvicinando. Aiutateci»

Un giovane cittadino britannico si recò a Jos per visitare suo cugino, membro della mia chiesa. Si trovava all’interno dell’abitazione della famiglia quando iniziarono a sentire in lontananza il grido: «Allahu Akbar». Ciò avvenne proprio di fronte all’Università di Jos. Ero stato in quel luogo solo due giorni prima. Man mano che i cori diventavano più forti, ha chiamato urgentemente i suoi genitori nel Regno Unito: «Mamma, papà, li sentiamo. Si stanno avvicinando. Stanno scavalcando la recinzione. Aiutateci, vi prego».

I suoi genitori hanno ascoltato impotenti mentre i militanti circondavano la casa, minacciando di darle fuoco se non avessero aperto la porta. Hanno sentito il panico, i colpi alle porte e il rumore dell’edificio che veniva incendiato. Poi, al telefono si è fatta sentire una voce diversa, quella di uno degli aggressori che con gelida ironia, ha detto: «Stiamo per uccidere vostro figlio».

Dalla pistola alla videocamera

Al telefono, i genitori sentirono il figlio e gli altri implorare pietà. Pochi istanti dopo, udirono il rumore dei machete che massacrava uno dei loro figli. L’aggressore tornò al telefono ridendo e disse, quasi con indifferenza: «Se ne sta andando… se ne sta andando… ora se n’è andato». Questo non è un caso isolato. Questa è la realtà vissuta da innumerevoli famiglie. Sono qui, davanti a voi non per scioccarvi, ma per testimoniare. Non per provocare odio, ma per condividere la verità, la responsabilità e l’azione. Perché il silenzio, di fronte a un tale male, diventa complicità.

A un certo punto, durante un attacco, ho preso una pistola con regolare licenza, pronto a difendere la mia famiglia, la mia chiesa e la mia comunità. Ma in quel momento ho capito che la vendetta non era la risposta. La violenza avrebbe solo alimentato il ciclo di distruzione. Quindi ho posato la pistola e ho impugnato la videocamera. Quella decisione ha cambiato tutto.

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Sono jihadisti, non banditi

Da allora ho dedicato la mia vita a raccontare storie che guariscono e ispirano. Ho fondato il “LoveBack Project”, un movimento non violento che promuove risposte creative e costruttive all’odio e al terrore. Oggi la Nigeria deve affrontare una rete mortale di terrorismo islamico radicale: Boko Haram, militanti Fulani, “banditi” armati… persone diverse, ma spesso con un’ideologia comune.

Le vittime sono in stragrande maggioranza cristiane. Le chiese vengono bruciate. I pastori rapiti. Le comunità sfollate e costantemente terrorizzate. A peggiorare le cose, questi autori non sono più etichettati come “terroristi”, ma semplicemente come “banditi”, un termine che maschera le radici ideologiche della violenza e rende più facile ignorare la crisi. Ma che sia chiaro: loro issano bandiere jihadiste, invadono le comunità e conducono brutali campagne di intimidazione e massacri. Ma non possiamo combattere l’oscurità con altra oscurità.

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Investiamo nella pace

Ho scelto una strada diversa. Ho scelto di rispondere con l’amore, costruendo scuole, offrendo formazione creativa, sostenendo i sopravvissuti e amplificando le storie di speranza che nascono dalle macerie.

Ho scelto di invitare le persone a deporre le armi e a prendere in mano strumenti come penne, macchine fotografiche e pale. A costruire, non a bruciare. Ad amare, e non odiare. Questa non è carità, è resistenza: resistenza pacifica, coraggiosa e che trasforma.

Quindi oggi mi rivolgo a voi, non solo come legislatori, ma come leader che comprendono il potere della narrativa, della diplomazia e della politica. Se la Nigeria crollasse sotto il peso di un terrorismo incontrollato, il mondo ne risentirebbe. Non per il nostro petrolio o i nostri minerali, ma per il potenziale del mio popolo: resiliente e capace. Quindi agiamo, non per pietà, ma per solidarietà. Investiamo nella pace prima di essere costretti a reagire alla guerra. Scegliamo di essere altruisti, senza limiti e senza paura, e di essere la voce di chi non ha voce. Grazie per il vostro tempo. E grazie per avermi ascoltato.

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