Investiamo sulla pace per rispondere alle stragi di cristiani in Nigeria
Pubblichiamo l’intervento tenuto da Fred Williams, pastore protestante e fondatore di LoveBack Project, durante la presentazione della World Watch List 2026 sui cristiani perseguitati da parte di Open Doors presso la Sala Caduti di Nassiriya del Senato, a Roma, mercoledì 14 gennaio.
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Onorevoli senatori e deputati, grazie per l’opportunità di condividere non solo una storia, ma un grido dal cuore di un popolo la cui voce è stata messa a tacere. Sono nato nel Regno Unito alla fine degli anni 60 ma sono di origine nigeriana. Ho vissuto a Lagos, nel sud-ovest della Nigeria, e nel 1985 mi sono trasferito a Jos, nello Stato di Plateau, per proseguire i miei studi.
Non ci è voluto molto perché Jos diventasse la mia casa. In seguito, ho sposato mia moglie, originaria dello Stato di Plateau, e insieme abbiamo iniziato il nostro viaggio nella missione e nel servizio cristiano. Dal 1993 ho ricoperto il ruolo di ministro di culto nella mia chiesa e, per oltre 30 anni, ho vissuto e lavorato tra le comunità nei dintorni di Jos, una regione un tempo nota per la pace e l’ospitalità.
Impossibile descrivere i massacri
Ma negli anni, ho visto quella pace sgretolarsi lentamente. La violenza ha cominciato a insinuarsi, scatenata spesso da eventi apparentemente minori: le elezioni locali, le controversie internazionali come la vignetta di Charlie Hebdo o persino la silenziosa crescita di comunità cristiane in alcune zone.
Non abbiamo solo sentito parlare dei disordini, li abbiamo vissuti in prima persona. Il 7 settembre 2001, la nostra chiesa nell’area nord di Jos è stata attaccata per la prima volta. Abbiamo sentito le urla dei militanti: «Allahu Akbar». Poi sono iniziati gli attacchi: auto distrutte, case bruciate, persone mutilate e uccise. È quasi impossibile descrivere a parole il massacro. Ho documentato l’orrore per anni. Ho foto e video così violenti e inquietanti che non possono essere mostrati in nessun contesto pubblico.
Immagini di bambini con il cranio spaccato. Donne incinte date alle fiamme insieme ai loro bambini. Giovani e anziani decapitati. Permettetemi di condividere una storia che descrive il costo umano di questa violenza.

«Si stanno avvicinando. Aiutateci»
Un giovane cittadino britannico si recò a Jos per visitare suo cugino, membro della mia chiesa. Si trovava all’interno dell’abitazione della famiglia quando iniziarono a sentire in lontananza il grido: «Allahu Akbar». Ciò avvenne proprio di fronte all’Università di Jos. Ero stato in quel luogo solo due giorni prima. Man mano che i cori diventavano più forti, ha chiamato urgentemente i suoi genitori nel Regno Unito: «Mamma, papà, li sentiamo. Si stanno avvicinando. Stanno scavalcando la recinzione. Aiutateci, vi prego».
I suoi genitori hanno ascoltato impotenti mentre i militanti circondavano la casa, minacciando di darle fuoco se non avessero aperto la porta. Hanno sentito il panico, i colpi alle porte e il rumore dell’edificio che veniva incendiato. Poi, al telefono si è fatta sentire una voce diversa, quella di uno degli aggressori che con gelida ironia, ha detto: «Stiamo per uccidere vostro figlio».
Dalla pistola alla videocamera
Al telefono, i genitori sentirono il figlio e gli altri implorare pietà. Pochi istanti dopo, udirono il rumore dei machete che massacrava uno dei loro figli. L’aggressore tornò al telefono ridendo e disse, quasi con indifferenza: «Se ne sta andando… se ne sta andando… ora se n’è andato». Questo non è un caso isolato. Questa è la realtà vissuta da innumerevoli famiglie. Sono qui, davanti a voi non per scioccarvi, ma per testimoniare. Non per provocare odio, ma per condividere la verità, la responsabilità e l’azione. Perché il silenzio, di fronte a un tale male, diventa complicità.
A un certo punto, durante un attacco, ho preso una pistola con regolare licenza, pronto a difendere la mia famiglia, la mia chiesa e la mia comunità. Ma in quel momento ho capito che la vendetta non era la risposta. La violenza avrebbe solo alimentato il ciclo di distruzione. Quindi ho posato la pistola e ho impugnato la videocamera. Quella decisione ha cambiato tutto.
Sono jihadisti, non banditi
Da allora ho dedicato la mia vita a raccontare storie che guariscono e ispirano. Ho fondato il “LoveBack Project”, un movimento non violento che promuove risposte creative e costruttive all’odio e al terrore. Oggi la Nigeria deve affrontare una rete mortale di terrorismo islamico radicale: Boko Haram, militanti Fulani, “banditi” armati… persone diverse, ma spesso con un’ideologia comune.
Le vittime sono in stragrande maggioranza cristiane. Le chiese vengono bruciate. I pastori rapiti. Le comunità sfollate e costantemente terrorizzate. A peggiorare le cose, questi autori non sono più etichettati come “terroristi”, ma semplicemente come “banditi”, un termine che maschera le radici ideologiche della violenza e rende più facile ignorare la crisi. Ma che sia chiaro: loro issano bandiere jihadiste, invadono le comunità e conducono brutali campagne di intimidazione e massacri. Ma non possiamo combattere l’oscurità con altra oscurità.
Investiamo nella pace
Ho scelto una strada diversa. Ho scelto di rispondere con l’amore, costruendo scuole, offrendo formazione creativa, sostenendo i sopravvissuti e amplificando le storie di speranza che nascono dalle macerie.
Ho scelto di invitare le persone a deporre le armi e a prendere in mano strumenti come penne, macchine fotografiche e pale. A costruire, non a bruciare. Ad amare, e non odiare. Questa non è carità, è resistenza: resistenza pacifica, coraggiosa e che trasforma.
Quindi oggi mi rivolgo a voi, non solo come legislatori, ma come leader che comprendono il potere della narrativa, della diplomazia e della politica. Se la Nigeria crollasse sotto il peso di un terrorismo incontrollato, il mondo ne risentirebbe. Non per il nostro petrolio o i nostri minerali, ma per il potenziale del mio popolo: resiliente e capace. Quindi agiamo, non per pietà, ma per solidarietà. Investiamo nella pace prima di essere costretti a reagire alla guerra. Scegliamo di essere altruisti, senza limiti e senza paura, e di essere la voce di chi non ha voce. Grazie per il vostro tempo. E grazie per avermi ascoltato.
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