Appartenere a chi?

Di Peppino Zola
27 Luglio 2026
Quanto accaduto in Francia e in Emilia-Romagna sul fine vita dovrebbe spingere i cattolici a impegnarsi nell'agone pubblico. Non possiamo rassegnarci
Piazza San Pietro, Città del Vaticano (Foto Ansa)
Piazza San Pietro, Città del Vaticano (Foto Ansa)

In questo periodo di grande confusione su tutto, mi pare che ci sia un forte e distorto abuso del termine “cattolico”.

Già l’ex presidente Usa Joe Biden ostentava il suo essere cattolico e nel contempo appoggiava sfacciatamente ogni norma a favore dell’aborto, pratica condannata da sempre e senza mezzi termini dalla dottrina sociale della Chiesa. In questi giorni, del neo premier della Gran Bretagna si sottolinea il fatto che egli si professa cattolico e che, nel contempo, è favorevole, convintamente, all’aborto, all’eutanasia, al suicidio assistito e così via. Massima incoerenza, che nel cattolico John Kennedy si manifestò, a quanto si dice, a livello morale, mentre in questi casi si manifesta a livello ideologico, il che mi pare molto peggio.

In questo clima di grande e confusa incertezza, sono di grande conforto e sostegno per tutti noi i giudizi espressi dalla Conferenza episcopale francese e da quella della regione Emilia-Romagna in tema di suicidio assistito. La prima ha condannato senza riserve sia il metodo sia il contenuto portato avanti anche slealmente dal presidente francese Emmanuel Macron per arrivare a far approvare una legge in tal senso, contro cui, peraltro, hanno espresso pareri di condanna anche esponenti molto importanti del pensiero laico francese. Anche i vescovi di Emilia-Romagna si sono espressi con parole chiarissime contro la legge che la maggioranza del Consiglio regionale a voluto a tutti i costi, così come aveva fatto in precedenza la Conferenza episcopale toscana. Il popolo cristiano e non solo viene aiutato, nel suo travagliato cammino, dalla chiarezza di questi giudizi “cattolici”.

Un impegno per i cattolici

In questo senso, penso che si debba vedere con grande favore ciò che ha osato compiere don Pier Laurent Cabantous, arciprete della concattedrale di Cervia, il quale ha posto pubblicamente alcune domande ai politici cattolici che militano nei partiti che hanno approvato la legge che introduce in Emilia-Romagna il suicidio assistito. Don Cabantous chiede loro come possa essere possibile, per un cattolico, votare a favore di leggi che contraddicono in modo clamoroso i contenuti più delicati espressi dalla storica dottrina sociale della Chiesa, peraltro riconfermati, in modo poderoso e chiarissimo, dalla recentissima enciclica Magnifica Humanitas.

Quanto accaduto in questi giorni mi offre l’occasione per confermare un punto di vista che mi pare incontrovertibile: il contenuto della Magnifica Humanitas costituisce un patrimonio di metodo e di contenuti che impegna tutti i cattolici dal più umile al più autorevole e quindi impegna anche e forse soprattutto i cattolici presenti in politica. Anzi, la dottrina sociale della Chiesa dovrebbe essere il punto di riferimento ineludibile per lo sviluppo di programmi amministrativi e politici con i quali i cattolici dovrebbero presentarsi di fronte all’elettorato. Altrimenti, finirebbero intruppati come tutti gli altri. E la “diversità” cattolica dove finirebbe? Finirebbe nell’indifferenza e nella inconsistenza, come sta accadendo.

Non rassegniamoci

In altre parole, la dottrina sociale della Chiesa dovrebbe essere, per i cattolici e per tutti coloro che hanno a cuore la custodia integrale dell’umano, il punto di riferimento unitario per tutti (in qualunque partito ciascuno militi), intorno al quale ricostituire almeno una unità programmatica, visto che oramai appare irrecuperabile una unità partitica. Utopia? Non credo, pur se capisco che questa strada implichi una conversione anche personale, intorno a quest’altra domanda (fondamentale): il cattolico impegnato in politica appartiene prima alla Chiesa o prima al partito? Questa domanda, naturalmente, deve essere posta ad ogni persona, qualunque sia l’attività svolta.

Le prese di posizione dei vescovi che ho appena citato (e anche le domande poste dall’arciprete di Cervia) dimostrano che non ci dobbiamo rassegnare e che abbiamo a disposizione un documento magisteriale straordinario per arrivare a ipotizzare un lavoro comune da parte dei politici cattolici.

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