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Una domanda (anche al Papa) sulla Magnifica Humanitas

Di Giovanni Maddalena
27 Luglio 2026
Discernimento comunitario. Nell’enciclica papa Leone XIV indica la strada per comprendere i cambiamenti degli ultimi anni. Così come facevano i primi cristiani
Papa Leone XIV interviene durante la presentazione dell’enciclica “Magnifica Humanitas”
Papa Leone XIV interviene durante la presentazione dell’enciclica Magnifica Humanitas (foto Ansa)

Dell’enciclica Magnifica Humanitas si è detto ormai tutto, e quasi anche il suo contrario. Enciclica sociale, generalmente ben gradita nella sua opposizione a tecnocrazia, poteri forti, transumanesimo (ibridazione uomo-macchina), postumanesimo (superamento dell’essere umano). In molti, in particolare nel mainstream, sono soddisfatti della denuncia, dell’equilibrio e della tempestività; qualche estremo conservatore o progressista cattolico è scontento perché c’è troppa o troppa poca filosofia e teologia tomistica. Di fatto, sono letture selettive.

Il mainstream è contento perché vede rappresentati da un’autorità spirituale i suoi dubbi sul procedere di cose che non vuole affatto cambiare. Almeno qualcuno l’ha detto, possiamo continuare a fare del business. Non vuole affatto leggere la soluzione che Leone XIV propone, che è il ritorno a un’antropologia cristiana. Cattolici progressisti e conservatori, a loro volta, non leggono che la parola “verità”, contrassegno dell’attitudine gnoseologica del tomismo, compare 91 volte, alcune per dire che la verità è quella rivelata in Gesù di Nazareth, altre per dire che chi è stato preso dalla verità rivelata è consanguineo a chi la cerca.

Un lavoro diverso

Riassumo i punti a mio avviso innovativi e poi pongo a me stesso, ai lettori, e forse al Papa, una domanda. Tra i punti innovativi va sicuramente ricordato che Leone XIV esce dall’idea, un po’ pretesca, che la tecnologia sia neutrale e dipenda poi da come si usa. La tecnologia non è neutrale, dice Magnifica Humanitas. Non dipende da come si usa, ma da come si costruisce.

In secondo luogo, c’è una questione di metodo che è innovativa: per discernere che cosa è bene e male, alla luce della rivelazione, in una situazione di rivoluzione radicale come quella rappresentata dai cambiamenti degli ultimi anni, occorre quello che il Papa chiama un «discernimento comunitario». Non si può capire tutto con una deduzione dai princìpi generali già stabiliti dalla dottrina. Occorre invece fare un lavoro diverso, si direbbe bottom-up, in cui la dottrina si costruisce, insieme, cercando di capire il nesso tra la rivelazione e l’esperienza in cambiamento. È in fondo quanto capitava all’inizio del cristianesimo, e quanto è capitato in tutte le rivoluzioni culturali: la dottrina è il frutto della progressiva autocoscienza della Chiesa, come aveva capito il cardinale Newman. 

La verità nel tempo cresce

In terzo luogo, e di conseguenza, la verità della conoscenza, che rimane la condizione della felicità personale (la verità fa liberi), è il termine di un processo in cui si svela ciò che era dentro l’oggetto al suo principio. Non è un tradimento della filosofia e della teologia tomista, dell’adaequatio rei et intellectus, ma è un suo rinnovamento che tiene conto del cambiamento e che si muove nel cambiamento della storia. Del resto lo diceva anche san Giovanni: «Noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato». La verità nel tempo cresce, facendo capire sempre più del suo oggetto, in un processo che non è lineare ma che dipende dalla libertà e dalla collaborazione degli esseri umani. 

Una domanda sulla Magnifica Humanitas

Poi c’è l’aspetto sociale e politico, che trovo meno innovativo. È una profonda denuncia di tutto il sistema del capitalismo estremo che stiamo vivendo, da sempre contrastato dalla dottrina sociale della Chiesa, almeno quanto l’omologo marxismo. Qui, se la condanna è chiara, rimane invece un po’ più oscura la soluzione.

Se tutto il potere si sta concentrando nelle mani di pochi autocrati occidentali e dello Stato cinese, e se il vero problema sta nella costruzione dei sistemi di intelligenza artificiale, che cosa ci possiamo fare noi semplici cittadini? Che cosa vuol dire «costruire Gerusalemme» invece che «la torre di Babele» per un comune essere umano? Certo, c’è il lato etico del non spargere menzogne, del coltivare i corpi intermedi, cioè le comunità relazionali che sono capaci di cura e di critica. Ma che cosa si può fare rispetto al grande cambiamento in corso? 

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Un artigianato dell’intelligenza artificiale

Le strade alla fine sembrano due: la rivoluzione violenta di stampo marxista, che vede i molti del popolo impossessarsi con la forza dei beni ingiustamente detenuti da pochi, e metterli sotto il controllo di uno Stato centrale. L’altra soluzione, più tecnicamente difficile, è quella di un artigianato dell’intelligenza artificiale e di tutte le sue dimensioni, in grado di modificare la costruzione dell’intelligenza artificiale quando essa arriva a toccare le vite dei singoli. Ci sono già state tante applicazioni che hanno trasformato una struttura informatica potenzialmente negativa in un bene.

È una soluzione tecnica, una specie di artigianato dell’informatica, che cambia i connotati di un’urbanistica pensata per altri fini. Del resto, anche nel primo capitalismo, quello della rivoluzione industriale, i cattolici non hanno appoggiato una contrapposizione violenta ai padroni, ma hanno creato le società di mutuo soccorso. È questa l’idea che il Papa suggerisce? Su quale sia la soluzione l’enciclica sembra meno chiara e avrà bisogno di uno sviluppo. Spero arrivi presto.

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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di luglio 2026 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

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