Il Deserto dei Tartari
La morte della morte. Il caso delle gemelle Kessler
Tripudio per la morte. Tripudio per il suicidio di due anziane signore, immerse nella tristezza e nella solitudine. Commemorazioni festose, epicedi assertivi: “Onoreremo la loro memoria approvando una legge….”.
Un tempo il tripudio era riservato solo alla morte dei tiranni. La morte comune, quella che colpisce i nostri cari oppure gli estranei, generava a seconda della vicinanza o della distanza affettiva tristezza, dolore, talvolta disperazione; oppure pena, rammarico, riguardo. Un suicidio normalmente generava pena. E senso di colpa: si poteva fare qualcosa, lenire tanta solitudine, manifestare quella preferenza, quel guardare e chiamare per nome che tante volte rinnova motivazioni di vita in un depresso. Alla morte di un estraneo era dovuto come minimo ossequio, reverenza: ci si toglieva il cappello dalla testa, si inclinava la testa verso il basso, le mani composte. Nessuna pena per il dittatore, invece, nessuna pietà: la sua morte è vissuta come una liberazione, il suo corpo è esposto alla feroce esaltazione della folla, come nel caso di Mussolini e compagni; la notizia suscita danze e battimani, come quelle degli sciiti iracheni dopo l’impiccagione di Saddam Hussein. Si rinnova nel compiacimento della propria crudeltà «il grande godimento festoso dell’umanità antica», come scrive Nietzsche nella Genealogia della morale.
Non c’è differenza tra vita e morte
Qual è allora il tiranno, il nemico asfissiante di cui si celebra festosamente la fine nel suicidio delle gemelle Kessler? È la morte stessa. Nei peana al suicidio programmato delle rinomate ballerine tedesche si celebra la morte della morte. Si crede di averla sconfitta perché non si è rimasti lì a subirla, ma la si è presa d’assalto con un atto a cui si dà il nome di autodeterminazione.
La morte sarebbe moralmente sconfitta perché è tolta di mezzo la sua contrapposizione alla vita: le abbiamo messe sullo stesso piano attraverso il concetto di autodeterminazione. Non esiste più differenza assiologica fra la vita e la morte, buona la prima, cattiva la seconda. A determinare la bontà di tutto ciò che è parte della realtà e dell’esperienza che ne facciamo è solo la nostra scelta. Non esiste più nulla che sia intrinsecamente bene o male, niente è bene o male in sé: è la nostra scelta per qualcosa che fa diventare bene quel qualcosa.

Libero arbitrio
Qui sorge però la grande questione: chi può dirsi certo che la sua scelta equivalga a un’autodeterminazione, e non sia invece una forma sottile o plateale, subdola o aperta di alienazione, di eterodeterminazione, di soggezione a condizionamenti psicologici, sociali, culturali? Da Martin Lutero ai genetisti come Robert Sapolsky e Anthony Cashmore, ai saggisti come Richard Dawkins, passando per i filosofi materialisti (del materialismo storico) come Karl Marx e per gli psicanalisti come Sigmund Freud, ci siamo sentiti ripetere che il libero arbitrio non esiste, che la nostra libera volontà non è libera, ma è condizionata dal nostro patrimonio genetico, dalle nostre condizioni materiali, dalla nostra appartenenza di classe, dalle nostre esperienze infantili; siamo plagiati dalla pubblicità, dal potere, dai santoni, dagli stimoli subliminali, dall’ambiente in cui siamo cresciuti, ecc. ecc.
Nel caso delle gemelle Kessler ci vuole un bel coraggio a dirsi certi che la loro decisione esprime autodeterminazione. Alice ed Ellen non sono mai riuscite a vivere separatamente, e allo stesso modo non sono riuscite a morire separatamente. Hanno amato, fisicamente e spiritualmente, anche altri esseri umani, ma quegli amori si sono tutti alla fine arresi all’ineluttabilità del vincolo che le univa. Non hanno generato qualcosa di duraturo, figli o convivenza con l’amato per il resto della vita. Sono sempre tornate indietro, a quell’unità fra loro iniziata al momento del concepimento, a quella fusione ancora più forte dell’unione fusionale con la madre che modella l’inconscio di ogni essere umano uscito dal ventre materno ed entrato in questo mondo. Le gemelle Kessler dovrebbero essere l’emblema di un’impossibilità di autodeterminazione, altro che le eroine del libero arbitrio.
San Francesco e Buzzati
In realtà non si esce dall’idiozia di pensare che sottomettiamo la morte se la facciamo diventare un bene sullo stesso piano della vita attraverso la nostra decisione, se non accettandola come un bene in sé, indipendente dalla nostra decisione. Ma per arrivare a questo bisogna recuperare il tradizionale atteggiamento dell’attenderla anziché dell’afferrarla, come esortano a fare eutanasisti e fautori del suicidio eutanasico.
Tanto per cominciare la morte è necessaria, non è una semplice possibilità che rendiamo atto con la nostra scelta. Possiamo decidere di staccare un frutto dall’albero o di lasciarcelo, e se ce lo lasciamo lui non verrà a cercarci. Ma la morte no, anche se non la affrettiamo con nostri atti lei si presenterà ugualmente. Necessariamente. Tutte le cose necessarie recano un messaggio di senso circa la realtà dell’essere, una rivelazione, e questo vale massimamente per la morte. È per questo che san Francesco scrive «Laudato si’ mi’ signore per sora nostra morte corporale», e che il laico Dino Buzzati la definisce “dono degli dèi”.
La “mia” morte
La morte strappa il velo e rivela il mistero dell’esistenza. Restituisce la creatura al Creatore. Consentirà, alla fine dei tempi, a coloro che non sono morti nei peccati mortali di fare la stessa esperienza di Cristo: la resurrezione della carne. I medievali scrivevano sui marmi delle tombe la frase “Mors ianua vitae” (“La morte porta della vita”, a Forlì la stessa scritta è incisa all’ingresso della tomba di Aurelio Saffi, triumviro della Repubblica romana e massone). E lo stesso Francesco d’Assisi l’avrebbe pronunziata in punto di morte, secondo quel che si legge nella Vita Seconda di Tommaso da Celano, nelle Fonti Francescane.
Della fascinazione di Buzzati per la morte come suprema realizzazione dell’attesa del vivente si ricorda soprattutto il finale del Deserto dei tartari, quando il tenente Drogo nel momento del trapasso «benché nessuno lo veda, sorride». Ma è ancora più denso il messaggio di “Duilio Ronconi possidente”, uno dei racconti del libro postumo Il reggimento parte all’alba. Qui un malato incurabile viene portato ogni giorno sulla terrazza della sua casa di campagna quando il sole sta per tramontare. Una sera vede formarsi e mettersi in movimento sotto il prato un’enorme gobba, incredibile prodigio. «L’uomo fu tentato di chiamare, se non altro per far parte ad altri del miracolo. Ma si trattenne, preferiva assaporare da solo l’inaudita vista. (…) erano le ultime luci di quel giorno privilegiato. Il vecchio capì benissimo che si trattava dell’annuncio fatale, messo in atto esclusivamente per lui. Doveva partire, forse la sera stessa. Tuttavia si sentì pervaso da una felicità quale nella lunga vita non aveva mai provato».
Stupidi eutanasisti, che credete di appropriarvi della morte afferrandola per il collo! La morte è “la mia” morte, la morte diventa mio possesso, la morte è riconoscimento e affermazione della mia unicità, la morte è la parola che il Mistero riserva a me solo e che io solo posso comprendere del dialogo con Lui, solo se la ricevo nell’attesa.
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1 commento
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Buonasera Sig. Casadei leggendo questo suo articolo che mette a tema la morte come parola del Mistero, come luogo dell’incontro, lei diceva, dialogo con Lui con in mio Creatore, volevo condividere un brevissimo racconto che questo suo articolo mi ha fatto tornare alla mente: “Abramo e l’angelo della morte”
Abramo, ormai vecchissimo, era seduto su una stuoia nella sua tenda di capo tribù, quando vide sulla pista del deserto un angelo venirgli incontro.
Ma quando l’angelo gli si fu avvicinato, Abramo ebbe un sussulto: non era l’angelo della vita, era l’angelo della morte.
Appena gli fu di fronte Abramo si fece coraggio e gli disse: “Angelo della morte, ho una domanda da farti: io sono amico di Dio, hai mai visto un amico desiderare la morte dell’amico?”.
L’angelo rispose: “Sono io a farti una domanda: hai mai visto un innamorato rifiutare l’incontro con la persona amata?”.
Allora Abramo disse: “Angelo della morte, prendimi”.
Grazie e cari saluti