Il Paese dei Normali
La ragazza che ha lasciato Milano per aprire una libreria in provincia
A Milano aveva un lavoro che le permetteva di dire “sono sempre di corsa” almeno dieci volte al giorno. Aperitivi, coworking, riunioni con parole inglesi infilate ovunque. Ogni sera tornava a casa stanca senza capire bene di cosa.
Poi un giorno ha preso un treno al contrario.
Adesso vive in un paese dove alle sei chiudono quasi tutti i negozi e la gente si saluta ancora per strada. Ha aperto una libreria piccola, con una vetrina che cambia ogni settimana e una porta che cigola come nei film vecchi.
I milanesi che la vengono a trovare le chiedono spesso se non si annoi. Lei sorride. Dice che prima non aveva tempo nemmeno per annoiarsi davvero.
La libreria vende poco. Alcuni giorni pochissimo. Entrano pensionati che chiedono il giornale, madri che cercano libri per bambini, uomini che non leggono niente da vent’anni ma restano mezz’ora a guardare gli scaffali come se cercassero qualcuno.
Rallentare per capire
Ogni tanto arriva qualche cliente che compra un libro e dice “meno male che esisti”. Lei allora torna a casa convinta di avere scelto bene, almeno fino alla bolletta successiva.
La sera chiude la serranda e sistema i volumi rimasti fuori posto. Passa la mano sulle copertine come si fa con qualcosa di vivo.
Gli amici di Milano postano fotografie di terrazze panoramiche, eventi esclusivi, cocktail illuminati bene. Lei invece fotografa il gatto del vicino che dorme davanti alla sezione poesia.
Non si sente coraggiosa. Si sente più lenta.
E da quando rallenta, dice, riesce finalmente a capire dove si trova.
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