Il suicidio delle gemelle Kessler spiegato da Ovidio

Di Carlo Simone
20 Novembre 2025
Il mito di Filemone e Bauci, il Guido di Santucci, il Pier delle Vigne dantesco. Spunti (letterari) per capire che un miracolo ci vuole come il pane per non rimanere soli con se stessi e il proprio “disdegno”
Le gemelle Kessler si esibiscono durante la seconda serata del Festival di Sanremo al Teatro Ariston, 19 febbraio 2014 (foto Ansa)
Le gemelle Kessler al Festival di Sanremo, 19 febbraio 2014 (foto Ansa)

«Ci mancava pure questa: sono morte le gemelle Kessler», lamentava una sciura col portinaio, con evidente trasporto emotivo.

Sarà che io le conoscevo solo di nome, le gemelle Kessler («Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme?»… sì, scagliate la prima pietra), che, quando ho sentito la notizia, non sono stato invaso da nessuna orda di ricordi in paillettes, ma soltanto da orrore e pena. E come spesso mi capita, mi sono rivolto alla letteratura, per cercare di chiamare per nome ciò che non mi lascia tranquillo.

Il mito di Filemone e Bauci

C’è un mito antico, che avrebbero potuto scrivere le gemelle Kessler, invece lo ha scritto Ovidio: il mito di Filemone e Bauci. Questi due teneri e anziani coniugi, in cambio di aver offerto ospitalità a due dèi in incognito, ottengono che venga scongiurata la propria più grande paura: quella di veder morire l’altro, dopo una vita passata insieme («che io possa non vedere mai la tomba di mia moglie, e lei non abbia mai a seppellirmi», è la stupenda, umanissima preghiera di Filemone). Così fu: gli dèi tramutarono la loro umile capanna in splendido tempio, i due pii vecchietti ne furono sacerdoti fino all’ultimo giorno, e infine, giunta l’ora, guardandosi negli occhi e scambiandosi parole d’amore, il loro corpo progressivamente si tramuta in corteccia, le braccia in rami, il capo in fronde: diventano due alberi, una quercia e un tiglio.

Immagino che le gemelle Alice ed Ellen Kessler, che sposate non erano e, a quanto apprendo, non avevano figli, avranno vissuto un legame intenso come quello di Filemone e Bauci, tanto da trovare odioso il solo pensiero di trascorrere un solo giorno senza l’altra.

Le gemelle Kessler si esibiscono durante la seconda serata del Festival di Sanremo al Teatro Ariston, 19 febbraio 2014 (foto Ansa)
Le gemelle Kessler al Festival di Sanremo, 19 febbraio 2014 (foto Ansa)

“Il pasticcio di rigaglie”

È la stessa cosa che pensa Guido, il protagonista del racconto Il pasticcio di rigaglie di Luigi Santucci, uno dei tanti scrittori che in duemila anni ha letto la storia di Filemone e Bauci e l’ha riscritta con parole sue. Guido non vuole in nessun modo vedere morire la moglie Marta, ed egoisticamente le propone di suicidarsi insieme: la donna, scioccata, rifiuta. Allora Guido va a Lourdes a pregare la Madonna di beccarsi un male inguaribile. Non sa che in quel preciso momento la Madonna lo toglie a Marta, il cancro; e i due ritroveranno il proprio equilibrio (banchettando, neanche a farlo apposta, a pollo e champagne: giusto per rimanere in tema gemelle Kessler).

Santucci, come tanti cristiani italiani, qui è un po’ paraculo, perché infila una nota in cui si scusa per aver concluso il racconto con un miracolo. Ma proprio qui sta il punto.

Un miracolo ci vuole come il pane. Lo aveva capito Ovidio, uno che andava a caccia di meraviglia dalla mattina alla sera. E lo ha capito anche Santucci, forse. Un miracolo ci vuole, poiché la vita non basta: forse non si può accettare di morire, ma sicuramente non si può accettare di vedere morire chi amiamo. Ci vuole che l’amore continui, e che tutto sia salvato, santo come un albero che si erge nel silenzio antico della campagna.

Le gemelle Kessler nel 1984 (foto Ansa)
Le gemelle Kessler nel 1984 (foto Ansa)

«Credendo col morir fuggir disdegno»

Ma il mito, nel dirci la verità sui nostri desideri, è bugiardo: noi non diventiamo alberi. Però esistono “dèi” a cui aprire la nostra porta: sono coloro che ci amano. Il suicidio, infatti, la domanda dell’uomo moderno (chiedere ad Amleto) che esige una risposta (anche pubblica), essenzialmente è un problema di amore.

«L’animo mio, per disdegnoso gusto,/ credendo col morir fuggir disdegno,/ ingiusto fece me contra me giusto», è la tremenda confessione del Pier delle Vigne di Dante. Magari le gemelle Kessler erano ammirate da milioni di persone: ma chi era rimasto ad amarle? E loro, se ne accorgevano? O erano rimaste così sole da amarsi da sole, come accecate in uno specchio? Sempre che si possa chiamare amore, accettare che chi tu ami si tolga la vita. Chi amava il “disdegno” delle loro rughe e dei malanni? Dei rimpianti e dei badanti? Dei ricordi e dell’oblio? Chi le aiutava ad amarlo? Il “disdegno”, infatti, non si ammazza: si può solo amare. Ogni altro tentativo si chiama Inferno.

Il miracolo allora, se c’è, è un Altro che bussi alla porta. Apriremo?

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