Tentar (un giudizio) non nuoce
Il Papa alla Sagrada Familia e il genio di Gaudí
La candela elettronica continua a pulsare la sua luce. È una piccola opera d’arte, in perfetto stile Gaudí. Lo fa da mercoledì sera, a comando, quasi a ricordare la luce che illumina a 172 metri di altezza la Torre di Gesù Cristo, la più alta e insieme l’ultima opera della Sagrada Familia, completata a 100 anni esatti dalla morte di Antoni Gaudí, “l’architetto di Dio”, inaugurata e benedetta da Papa Leone al termine della celebrazione.
La candela è stata distribuita al termine della celebrazione eucaristica presieduta da Papa Leone, a cui ho avuto il privilegio di partecipare, invitato dal Governo Catalano, con cui il giorno successivo abbiamo celebrato il passaggio della presidenza dei Quattro Motori per l’Europa dalla Catalogna, che l’aveva ricevuta un anno fa dalla Lombardia, all’Alvernia-Rodano-Alpi.
Sulla sua base è riportata la frase di Gaudí che mercoledì sera i droni, al culmine di un sorprendente spettacolo di luci, hanno scritto nel cielo di Barcellona. “Prima l’amore, poi la tecnica”. Anche il volto di Gaudí è comparso nel cielo, quasi a contemplare la conclusione della sua opera più grandiosa, tutta meravigliosamente illuminata da fuochi di artificio e giochi di luce.
Questo spettacolo, insieme alla grandiosità del rito eucaristico celebrato dal Papa insieme ad alcune centinaia di Vescovi e altrettanti Sacerdoti e arricchito dalla musica e dai canti di numerosissimi cori, cantori e orchestrali, ha tributato il meritato onore a Gaudí e alla sua opera, benché così diversa dalla sua vita e dalla sua morte.
Il Venerabile Antoni Gaudí era morto in odore di santità esattamente un secolo prima, il 10 giugno 1926. Dopo essere stato travolto da un tram e, poiché era vestito poveramente, come poveramente aveva vissuto, non riconosciuto, fu trasportato da alcuni passanti all’ospedale di Santa Creu e ricoverato nel reparto dei poveri, proprio dove lui aveva dichiarato che avrebbe voluto concludere la sua vita terrena e cominciare l’altra vita, quella che non finisce mai.
Prima di quel tragico incidente, Gaudí aveva disegnato, progettato e diretto i lavori della più grande, spettacolare, sorprendente e meravigliosa Basilica contemporanea, il Tempio espiatorio della Sagrada Familia di Barcellona. Egli, infatti, era subentrato nel 1883, un solo anno dopo l’inizio dei lavori, quando solo la cripta era stata in parte realizzata, in seguito alle improvvise dimissioni per dissidi del precedente architetto capo Vilar. A soli 31 anni aveva assunto la responsabilità del progetto a cui avrebbe lavorato per i successivi 40 anni, cambiando completamente l’impostazione iniziale di stampo neogotico in uno stile completamente nuovo, il “modernismo catalano”, una sorta di liberty di impianto naturalistico, perché Gaudí riconosceva “la natura come maestra”. Le colonne all’interno della Basilica, infatti, riprendono le forme di alberi della foresta, così come i capitelli richiamano frutti e fiori, insieme a forme immaginifiche, archi paraboloidi e molte altre soluzioni ingegnose, che dimostrano un possesso delle forme e delle proporzioni imparato fin da piccolo nella bottega di calderaio del padre.
Ma Gaudí non ha mai cercato la propria gloria, bensì la gloria di Cristo. La sua vita è stata tutta tesa alla dimensione spirituale. Pur continuando il lavoro di architetto, soprattutto negli ultimi anni si ritirò sempre più in se stesso, nella preghiera, nella lettura della Bibbia e nella vita liturgica. Negli ultimi quindici anni si dedicò esclusivamente al progetto e alla costruzione della Sagrada Familia, andando a vivere in una stanzetta vicino alla Chiesa, di cui realizzò solo una piccola parte, ma lasciò progetti e modelli dell’intera opera, consapevole che sarebbero stati necessari decenni per completarla. E infatti solo ora, con il completamento della Torre di Gesù, si può dire, 144 anni dopo la posa della prima pietra, che l’opera sia sostanzialmente completata, anche se alcune finiture, statue e particolari richiederanno altri anni di lavori.
È qui che sta la grandezza di Gaudí. Un uomo che aveva immaginato e visto nella sua mente l’opera finita, ma sapeva che non sarebbe mai stato in grado di completarla. Non si è premurato di ricercare il proprio successo, ma di creare le condizioni perché qualcun altro potesse completare quello che lui aveva iniziato, confidando che Dio avrebbe saputo trovare il modo. E così è stato. Nonostante la guerra civile spagnola, durante la quale gli anarchici distrussero e diedero alle fiamme il suo studio con i progetti e i modelli in scala, poi ricostruiti a partire dalle fotografie del tempo. Nonostante la dittatura di Franco. Nonostante le polemiche recenti dei governi di sinistra sulla presunta mancanza di autorizzazioni amministrative fino a definire la Sagrada Familia “un’opera abusiva”. Contro ogni avversità della storia Dio ha trovato il modo e io sono stato testimone e partecipe della presenza di Papa Leone, dei reali di Spagna, del Governo spagnolo e catalano, di moltissime autorità e di tutto il popolo alla grandiosa celebrazione per la conclusione dell’opera di Gaudí, che già nel 2010 era stata consacrata da Papa Benedetto XVI. Perché Dio sa scrivere diritto anche nelle nostre righe storte.
E questo insegnamento vale per la vita di ciascuno di noi. La maestosità di quei momenti è il destino a cui siamo tutti chiamati, anche quando le circostanze sembrano contraddire le nostre attese, perché Dio sa come trovare la strada.
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