D’Alema e gli altri valletti del regime comunista cinese
Povero Massimo D’Alema. Sperava che dal palco della parata militare, tra un missile balistico intercontinentale e un sottomarino nucleare, il dittatore cinese Xi Jinping lanciasse un messaggio di pace e cooperazione al mondo. Suggerito magari dagli ospiti d’onore Vladimir Putin e Kim Jong-un, noti pacifisti. Invece il leader comunista ci ha dato dentro con la retorica bellicista, la propaganda in pieno stile maoista e il revisionismo storico, che non guasta mai. E D’Alema, in Piazza Tiananmen con gli altri 50 mila supporter accuratamente scelti e invitati dal regime comunista, deve esserci rimasto male. E forse gli sarà venuto anche un dubbio tra uno sventolio della bandiera rossa e l’intonazione di un inno al Grande timoniere: non avrò detto qualche castroneria di troppo nell’intervista all’emittente televisiva statale dell’Hubei Chang Jiang Yun?
D’Alema, se va bene, è in malafede
Vietato stupirsi delle esternazioni di Xi Jinping: il repertorio del Partito comunista cinese lo conosciamo tutti. Che cosa ci si può aspettare da un regime che ogni giorno invia navi e caccia armati di tutto punto a circumnavigare Taiwan per simulare l’invasione dell’isola, che arresta comuni cittadini solo per aver scritto su un muro quattro numeri in fila che ricordano troppo la data del massacro di Piazza Tiananmen, che tiene agli arresti domiciliari delle madri ultraottantenni solo perché chiedono di visitare la tomba dei figli stritolati dai carri armati nel 1989, che fa morire in carcere premi Nobel per la pace, che perseguita per via giudiziaria avvocati e giornalisti che raccontano le malefatte dei funzionari locali, che distrugge croci, si intromette nella vita religiosa delle persone, vietando ai bambini di entrare in chiesa, e addirittura perseguita intere etnie (gli uiguri e i tibetani) cercando di cancellarne cultura, identità e membri?
Nessuno può pensare che un regime sanguinario, autore delle peggiori stragi della storia dell’umanità contro il proprio popolo, possa diventare araldo di pace, giustizia e cooperazione. Nessuno, almeno, che non sia in malafede, per non dire di peggio, come D’Alema appunto.
Quel vizietto di glorificare il regime
L’ex premier, che pur non avendo da tempo incarichi di governo resta sempre un personaggio influente della sinistra e della vita politica italiana, non è nuovo all’ideologica glorificazione del regime comunista cinese.
Nel 2019, solo per citare gli ultimi episodi, era volato in Cina insieme al club di Madrid, formato da ex capi di Stato e di governo, per «discutere di problemi mondiali» con Xi, in particolare per parlare di «multilateralismo e sviluppo sostenibile».
Parlare di sviluppo sostenibile con il Dragone è come discettare di dieta vegetariana con un leone e già allora si intuiva che cosa intendesse Xi con il termine multilateralismo (dopo il discorso all’ultimo vertice della Sco è ancora più chiaro).
Nel 2021, invece, in occasione del centenario del Partito comunista cinese, D’Alema rilasciò una imbarazzante intervista all’agenzia statale cinese Xinhua magnificando «lo straordinario salto verso la modernità e il progresso della Cina» e cantando la «sconfitta della povertà» come un Di Maio qualunque da parte del Partito comunista. L’ex premier di sinistra probabilmente non sa che nel Regno di mezzo ci sono ancora 371 milioni di poveri, forse perché ogni volta che visita la Cina frequenta solo i palazzi del potere e non quel popolo che lui, e i suoi anfitrioni, dicono di amare così tanto.

Romania, Ungheria, Slovacchia e Italia
Ma D’Alema non era l’unico influente politico europeo invitato e presente alla parata militare di mercoledì. In prima fila spiccavano l’ex primo ministro rumeno, Adrian Nastase, condannato nel 2014 a quattro anni di carcere per ricatto e corruzione (aveva ricevuto 630 mila euro in beni mobili e immobili proprio dalla Cina…) e un’altra ex premier rumena, Viorica Dancila.
Poco lontano erano presenti anche il primo ministro socialista slovacco Robert Fico, da sempre amico di Pechino, e Péter Szijjártó, ministro degli Esteri dell’Ungheria, cavallo di Troia per la penetrazione cinese in Europa.
Non è passato inosservato neanche Daniel Andrews, ex premier dello stato di Victoria, in Australia, che nel 2018 firmò come Giuseppe Conte un protocollo d’intesa per inserire il suo stato nella Nuova via della seta.
D’Alema con la crème dei dittatori
D’Alema, poi, che si è posizionato in alto a destra nella foto di gruppo degli amici del regime cinese, avrà avuto modo di conoscere personalmente altri squisiti personaggi, oltre ai già citati Putin e Kim. Il presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian, il dittatore dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e soprattutto Laureano Facundo Ortega Murillo, figlio del dittatore del Nicaragua, Daniel Ortega, che nel giro di pochi anni ha trasformato il suo paese in una “Corea del nord dell’America centrale”.
Da non dimenticare, inoltre, sul palco d’onore i leader di Myanmar, Cambogia, Cuba, Bielorussia, Vietnam e Zimbabwe.
Buona la compagnia, insomma, certamente ottimo il cibo, peccato solo che il messaggio di pace tanto atteso da D’Alema e i suoi amici sia stato messo da Xi Jinping dentro le bocche dei cannoni, negli ingranaggi delle testate nucleari e nei lanciatori dei missili intercontinentali. Ha un po’ rovinato la festa.
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