Perché il Pakistan corteggia Trump (che non disdegna)

Di Rodolfo Casadei
08 Luglio 2025
Candidatura del presidente Usa al Nobel per la pace a parte, ci sono almeno tre temi su cui Islamabad ha saputo allettare il tycoon: lotta al terrorismo, terre rare, criptovalute. Basteranno per strappare un buon accordo sui dazi?
Il generale Asim Munir, capo delle forze armate del Pakistan (foto Ansa), è stato ricevuto a pranzo a Washinton da Donald Trump il 18 giugno 2025, pur non essendo un capo di Stato
Il generale Asim Munir, capo delle forze armate del Pakistan (foto Ansa), è stato ricevuto a pranzo a Washinton da Donald Trump il 18 giugno 2025, pur non essendo un capo di Stato

Il Pakistan corteggia Donald Trump, e il presidente degli Usa accetta il corteggiamento; ma non è una questione di narcisismo o di egolatria, o della asserita fascinazione del tycoon per gli “uomini forti” come il generale Asim Munir (in Pakistan da sempre il potere reale è nelle mani dei militari).

È vero che il poco formale pranzo del capo delle forze armate pakistane col presidente americano a Washington del 18 giugno scorso era stato preceduto dalla proposta di Islamabad di attribuire a Trump il premio Nobel per la pace per il presunto ruolo (negato con forza dall’India) avuto nel cessate il fuoco fra indiani e pakistani dopo gli scontri armati e le battaglie aeree seguite all’attentato terroristico del 22 aprile scorso nel Kashmir. Ma Nobel a parte, le carte che l’indebitatissimo paese del subcontinente indiano (annualmente se ne va in interessi pagati sul debito pubblico il 6,84 per cento del Pil pakistano) può giocare nei suoi rapporti coi vertici del paese che rappresenta la principale destinazione del suo export (6,2 miliardi di dollari all’anno, il 20 per cento di tutte le esportazioni pakistane) sono essenzialmente tre: la collaborazione nella lotta al terrorismo, la gestione delle criptovalute e lo sfruttamento delle terre rare.

Su ognuno dei tre capitoli gli Stati Uniti – e in particolare Donald Trump per quanto riguarda il secondo – sono fortemente interessati, e questo spiega la rottura di protocollo del pranzo di Washington: in passato già altri due generali pakistani erano stati ricevuti con tutti gli onori alla Casa Bianca, ma Ayub Khan e Zia ul-Haq erano anche capi di Stato. Munir non lo è, ma per discutere cose della massima importanza Trump preferisce interloquire con lui, che rappresenta il potere reale, piuttosto che col presidente Asir Zardari.

Di nuovo alleati nella lotta al terrorismo

La collaborazione militare e nella lotta al terrorismo fra Usa e Pakistan ha conosciuto alti e bassi storici: massima intesa nel sostegno ai mujaheddin al tempo dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, doppi giochi e sabotaggio di fatto al tempo dell’intervento della Nato contro i talebani e Al Qaeda (Osama Bin Laden fu ucciso dagli americani in un’operazione segreta senza informare le autorità di Islamabad mentre stava nascosto ad Abbottabad, una delle più militarizzate città pakistane). Tornati al potere a Kabul i talebani col permesso di Washington, la collaborazione col Pakistan è ritornata ai fasti del passato, perché ora il nemico è di nuovo comune: nel marzo scorso i servizi segreti pakistani hanno consentito agli americani di mettere le mani sul terrorista dell’Isis-K che aveva organizzato l’attentato in cui morirono 13 militari americani alla vigilia del ritiro delle truppe dall’Afghanistan.

Un gran tesoro in terre rare

Riguardo alle terre rare, prima che fossero i pakistani a farsi pubblicità, ci ha pensato Zach Witkoff, figlio dell’inviato speciale in Medio Oriente Steve Witkoff, a magnificare nell’aprile scorso durante una visita a Lahore le potenzialità dei depositi che si stimano esistere nel paese: «Avete a disposizione migliaia di miliardi di dollari di minerali rari in questo momento. Tokenizzandoli [espressione del mondo delle criptovalute, ndt], potete effettivamente renderlo un mercato liquido e portare un’enorme ricchezza ai giovani di questo paese».

L’approssimativa cifra potrebbe non essere un’esagerazione, ma lo sfruttamento delle terre rare pakistane presenta più di un problema. Anzitutto la maggior parte di quelle fino ad ora individuate si trovano in due regioni come Khyber Pakhtunkhwa e Gilgit-Baltistan famose per la mancanza di condizioni di sicurezza a causa dei numerosi gruppi armati islamisti e locali che vi spadroneggiano. Poi va considerato che gli investimenti nello sfruttamento delle terre rare sono molto onerosi e richiedono dunque la certezza di un quadro politico stabile nel paese in cui si opera. Questo spiega perché gli americani abbiano preferito aprire la discussione col più alto responsabile delle forze armate – l’istituzione che di fatto garantisce la continuità delle politiche pakistane – piuttosto che con le autorità civili.

Il Pakistan è in ottimi rapporti con la Cina, divenuta anche grande fornitrice di armamenti al suo esercito e soprattutto alla sua aviazione, ma non c’è dubbio che la valorizzazione delle terre rare pakistane, condotta su larga scala, modificherebbe almeno in parte i rapporti di forza in un mercato mondiale attualmente dominato dai cinesi (70 per cento della produzione mondiale e 85 per cento del prodotto raffinato).

Il Pakistan regno delle criptovalute

Zac Witkoff è anche gestore insieme a due figli di Donald Trump di World Liberty Financial (Wlf), la compagnia di criptovalute che ha conosciuto un boom dopo l’elezione del tycoon a presidente degli Stati Uniti. Com’è noto, le imprese legate al capo dello Stato stanno investendo in criptovalute, e lui stesso ne ha creata una, $TRUMP, alla vigilia del suo insediamento, che ha già raccolto centinaia di milioni di dollari.

Le criptovalute sono già molto popolari in Pakistan, utilizzate da 20 milioni di utenti, cifra che colloca il paese tra i primi 10 al mondo per il trading di valuta virtuale. Il governo mira a regolamentare e tassare il settore, attrarre investimenti stranieri e legittimare l’ecosistema attraverso la neonata Pakistan Digital Asset Authority. Piattaforme globali di scambio di criptovalute come Binance e Stacks mostrano un tale interesse per il Pakistan che le autorità hanno assegnato 2.000 megawatt di elettricità ai data center per supportare il mining di criptovalute e creare una riserva strategica di bitcoin. Avrebbero pure voluto applicare tariffe sussidiate a questo utilizzo dell’energia elettrica, ma il Fondo monetario internazionale (Fmi), che ha poteri di interdizione sulle politiche fiscali pakistane avendo fornito un credito di emergenza di 7 miliardi di dollari per stabilizzare l’economia del paese nel settembre scorso, ha posto il suo veto. Le autorità però non si danno per vinte e sono convinte di trovare una sponda nell’attuale amministrazione americana.

Come ha scritto recentemente il Financial Times, «Islamabad ha firmato una “lettera d’intenti” con i fondatori di Wlf, per collaborare all’adozione di blockchain e stablecoin […]. A maggio Bilal bin Saqib, ministro pakistano per le Criptovalute e consigliere di Wlf, ha dichiarato a un uditorio di Las Vegas, tra cui il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il figlio del presidente Eric Trump, di voler riconoscere a Donald Trump il titolo di “presidente che ha salvato le criptovalute”. Saqib ha poi visitato la Casa Bianca, ha incontrato a New York Brandon Lutnick, presidente di Cantor Fitzgerald [società di servizi finanziari, ndt] e figlio del segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick, e ha invitato Justin Sun, fondatore della piattaforma di asset digitali Tron, legata alla famiglia Trump, a visitare il Pakistan».

Il Pakistan fa parte dei paesi sui quali pende la spada di Damocle dei dazi americani, che nel suo caso dovrebbero essere del 29 per cento e scattare dal 9 luglio. Le probabilità che Islamabad se la cavi con un accordo molto meno oneroso sono alte.

@RodolfoCasadei

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