Fate la parità (mica la carità)
«Dov’è finito il popolo della parità scolastica? È diventato il popolo della rassegnazione? Il contrasto ideologico è sempre esistito: l’11 dicembre 1999, 50 mila persone sfilarono a Roma contro l’approvazione la legge di parità in discussione al Parlamento. Ma in 200 mila eravamo in piazza San Pietro davanti a Giovanni Paolo II a gridare: “Libertà!”. E ventimila, tre anni prima, al Palavobis di Milano, tra studenti, genitori e insegnanti, chiedevano una legge di parità per avere il diritto alla libertà di scelta educativa. La domanda è: ci crediamo ancora? Siamo pronti a difendere il diritto dei meno abbienti di scegliere la scuola per i propri figli? Altrimenti, per le paritarie la sopravvivenza è solo questione di tempo».
Roberto Pasolini, rettore dell’Istituto Europeo Leopardi a Milano, si sente ringiovanito di trent’anni, tanti quanti ne sono passati da quando, con un manipolo di colleghi e l’ex ministro Mario Mauro (allora professore a capo di una serie di sigle del mondo della scuola), animò un enorme movimento che chiedeva al Parlamento una legge di parità. Quel movimento portò al grande incontro al Palavobis, alla riforma Berlinguer e alla legge 62/2000 sulla parità scolastica. Dopo 25 anni, la legge è rimasta praticamente lettera morta e per Pasolini è giunta l’ora di tornare in piazza, «o almeno a palazzo. Il convegno in Regione Lombardia del 24 marzo, “25 anni di legge di parità e dote scuola: dare compimento alla libertà educativa”, vuole essere un segnale per svegliare chi si è rassegnato all’elemosina dello Stato, tra promesse di aiuti finanziari alle famiglie mai mantenute. Il contributo ordinario è fermo da 15 anni a circa 500 milioni di euro, ma con l’inflazione ha perso il 40 per cento del potere d’acquisto. Non possiamo continuare così per altri 25 anni, rischiamo l’estinzione».

Cosa si deve fare?
Innanzitutto, recuperare il positivo confronto con la politica che portò alla legge 62: il sostegno alle paritarie non è una concessione, ma un diritto sancito dalla Costituzione, i politici devono guadagnarsi il consenso delle famiglie. E non è solo una questione di giustizia, ma anche di convenienza economica per lo Stato: la parità paga, sostenere le famiglie che scelgono la scuola paritaria costa meno che finanziare l’istruzione statale per gli stessi studenti. Le simulazioni economiche già condotte anni fa con Tommaso Agasisti e Luisa Ribolzi lo dimostrano chiaramente. Il problema, dunque, non è economico, ma politico. La politica dovrebbe rimuovere gli ostacoli economici affinché tutti i cittadini possano usufruire delle stesse opportunità, come quella di avere per otto anni l’istruzione gratuita, così come prevede la Costituzione.
Pensa di inserire il finanziamento diretto alle scuole nella Carta?
No, dal mio punto di vista la Carta parla chiaro. Se si leggono gli atti della Costituente, il cosiddetto emendamento Corbino si riferisce a oneri per l’istituzione ma non nega come avvenuto contributi ordinari, ma ritengo che fondamentalmente gli articoli della Costituzione sanciscono che i finanziamenti vadano prioritariamente alle famiglie. Il diritto alla libertà di scelta educativa appartiene alle famiglie. Stiamo svolgendo e presenteremo una ricerca sulla dote scuola in Lombardia per dimostrare l’importanza di un sostegno diretto ai genitori. Venticinque anni fa chiedevamo una legge, oggi chiediamo il rispetto delle norme in vigore: gli articoli della Costituzione numero 30, 31, 33, 34, l’articolo 3, l’articolo 118, la legge 62/2000, le sentenze della Corte costituzionale (42/2002 e 33/2005), la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) e la Convenzione sui diritti del bambino, articoli 18-28-29. Non c’è niente da inventare: è sconcertante leggere tutte assieme queste norme, sconcertante perché sono norme esistenti, ma non applicate.
«Sconcertante» è stato il commento più gentile del M5s all’emendamento Malagola e all’apertura del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara a un buono scuola nazionale: si toglie ai poveri per dare ai ricchi, si è ripetuto da Avs al Pd, si penalizza «la scuola statale, nazionale e laica», in favore di quella «privata».
Fake news: i “soldi” non vanno ai ricchi, ma ai poveri, i meno abbienti. Quando sono stati stanziati 50 milioni per il sostegno agli alunni con disabilità nelle paritarie, si è detto che si toglievano risorse alla scuola statale: altra fake news, i “soldi” aiutano le famiglie, coprendo solo in parte (e abbiamo dovuto battagliare anni per arrivare al 60-70 per cento) i costi per il sostegno, che, invece, è gratuito nella scuola statale.
L’impressione però è che, mentre gli slogan anni Settanta contro le paritarie resistono, anche tra gli studenti che oggi bruciano i fantocci del ministro, la lotta per la libertà educativa sembra essersi spostata da una piazza popolare agli specialisti.
Il contesto è cambiato. A dicembre ho pubblicato un articolo sul Sussidiario, “Paritarie in estinzione, dove sono gli ideali di libertà che hanno sorretto un popolo?”. È stato un masso nello stagno, che ha portato a una reazione delle associazioni con l’elaborazione del documento per il rilancio del diritto civile alla libertà di scelta educativa e al convegno in Lombardia promosso da 24 sigle. Nel mezzo tanti confronti e anche autocritiche. Oggi molte famiglie, purtroppo, non percepiscono l’urgenza della battaglia per la libertà di educazione come una questione di equità sociale. In molte zone di Milano, ad esempio, la presenza di scuole statali con un’alta concentrazione di studenti stranieri spinge anche le famiglie progressiste verso le paritarie, ma non per ideali, bensì per garantire ai figli una migliore istruzione. Tuttavia, se la scuola paritaria diventa un’opzione solo per chi “ha i soldi”, si perde il significato di parità e il sistema corre gravi rischi.

Quali sono i rischi?
Un sistema scolastico sostanzialmente monopolistico, con la sola presenza della scuola statale, delle scuole italiane acquisite da network stranieri internazionali con rette oltre i 15 mila euro annui (più del doppio del costo medio indicato dal Mef) e di scuole paritarie capaci di offrire un servizio pubblico di alta qualità a rette di frequenza elevate, necessarie per garantirne la gestione (anche superiori al costo medio indicato dal Mef di circa 8 mila euro, nelle grandi città), ma non potranno più essere “paritarie” perché riservate, inevitabilmente, solo a una classe sociale medio alta: quante famiglie potranno permetterselo? L’assenza di pluralismo educativo, inoltre, porta all’omologazione culturale e all’esclusione sociale. Non a caso il primo passo dopo la caduta di un regime totalitario è l’apertura di scuole libere che alzano il livello culturale e la capacità critica degli studenti.
Nei paesi più avanzati sotto il profilo dell’istruzione si sta andando proprio nella direzione opposta.
Negli Stati Uniti, le “charter school” hanno riqualificato territori a rischio e portato l’istruzione a chi non ne aveva accesso grazie a un sistema che garantisce autonomia e libertà di scelta. In Inghilterra le “academy school” istituite da Tony Blair hanno migliorato il sistema scolastico grazie a un modello di finanziamento indipendente e gestione privata, mantenuto e completato anche dai governi successivi pur di colore politico diverso come quello di Cameron. In Italia, purtroppo, questa buona pratica politica non è seguita, salvo rare eccezioni come il passaggio della responsabilità di ministro da Fioroni a Gelmini, e ogni nuovo ministro di colore politico diverso tende a cancellare le riforme del predecessore.
È tramontato anche il sogno dell’autonomia?
Nel 1989 sono stato tra i fondatori della Conferenza permanente per l’autonomia scolastica, battagliando per una legge che è stata approvata nel 1997, ma che, di fatto, ha comportato solo un decentramento amministrativo. Per anni abbiamo denunciato l’assenza di applicazione. Il problema è che l’autonomia scolastica in Italia si scontra con la rigidità del sistema sindacale che vede come sua funzione principale il tema dell’occupazione: se una scuola decidesse di potenziare l’inglese, dovrebbe poter modificare il suo piano di studi e assumere più docenti di inglese, ma i vincoli di assunzione imposti dallo Stato lo rendono impossibile. In questo la scuola paritaria gode di maggiore flessibilità, pur nel rispetto delle norme. Nel 2015 la riforma della “Buona Scuola” ha previsto, ad esempio, l’organico di potenziamento e la possibilità di assunzioni dirette per la sua formazione, ma il primo governo gialloverde ha immediatamente cancellato questa possibilità così come ha cancellato la commissione istituita dalla ministra Fedeli per calcolare scientificamente il costo medio per studente per ogni ordine di studi. Un calcolo è utile anche per capire come la presenza della scuola paritaria crei vantaggi economici allo Stato dato che le rette sono, salvo rari casi, inferiori al costo medio calcolato per le scuole statali. I percorsi quadriennali nelle scuole non decollano perché si ragiona sempre e solo in termini di organico e l’unico ragionamento che si prende in considerazione è quello che afferma: “Ridurre da 5 a 4 anni i percorsi di studio farebbe perdere occupazione al 20 per cento del personale docente”. In Italia, ogni innovazione si scontra con la visione sindacale, mentre ritengo che il sindacato potrebbe studiare forme di assorbimento dei docenti perdenti posto per creare e potenziare funzioni di sussidio alle classi utili per migliore i livelli di apprendimento.
Questo governo sembra più aperto al dialogo però.
Sì, Valditara ha mostrato attenzione e interesse per il modello della dote lombarda su scala nazionale e per un anno ha fatto affermazioni pubbliche circa la sua intenzione di introdurre questa possibilità di aiuti alle famiglie, ma nella legge di bilancio “qualcuno ha chiuso i rubinetti” e, pur discussa, la proposta non è passata ed è rimasto solo un ordine del giorno che impegna il governo ad affrontare il problema in questo anno. Va riconosciuto che il ministro ha positivamente lavorato ed è riuscito ad attivare misure straordinarie come i fondi Pon e Pnrr. Interventi utili che hanno permesso di finanziare progetti che hanno arricchito l’offerta formativa delle scuole, ma non garantiscono stabilità gestionale alle scuole alle prese con aumenti di affitti e stipendi a causa dell’inflazione: è il contributo ordinario ciò che davvero aiuta nella gestione quotidiana. Le piccole paritarie, in particolare le scuole parrocchiali già costrette ad assumere personale laico a causa della crisi delle vocazioni, se non dispongono di comodati d’uso gratuiti degli edifici di proprietà della Chiesa, sono in grave sofferenza.
Mi parli della “sua” scuola, “il Leopardi”, come è conosciuta a Milano. La sua Italian International School, forse l’unica scuola laica a offrire un percorso completo, dai ventiquattro mesi fino alla maturità.
La nostra scuola ha sempre scelto di non essere la bella copia di altre, ma di offrire progetti che possano essere considerati unici. Ci diedero dei matti quando, 40 anni fa – anzi, 42 anni fa, come mi ha corretto una mamma a un open day («Ero una sua alunna!») –, decidemmo di introdurre l’inglese già dalla prima classe della scuola “allora elementare”. La nostra idea è sempre stata quella di preparare gli studenti a saper e poter rispondere alle esigenze e alle richieste della società al termine dei loro studi, riducendo il più possibile il divario tra quanto appreso a scuola e le esigenze del mondo del lavoro e dell’università. Oggi offriamo infanzia bilingue, primaria, secondaria di primo e secondo grado, licei scientifico, scientifico-sportivo, tecnico-economico quadriennale, linguistico quadriennale, scienze umane, liceo europeo linguistico e giuridico, tutti con piani di studio modificati con progetti e specificazione che arricchiscono l’offerta formativa, grazie al pieno uso dell’autonomia disponibile. Già trent’anni fa avevamo introdotto in via curricolare in modo consistente Diritto ed Economia, oggi considerati pilastri della formazione. Abbiamo sempre lavorato sulle “soft skills”, con un forte focus sulla padronanza linguistica: oltre il 15 per cento dei nostri diplomati prosegue gli studi all’estero.
Selezione all’ingresso?
Nessuna. Ho classi con anche sette o otto ragazzi con certificazione Dsa, e tutti si guadagnano con impegno e con il nostro aiuto la promozione alla maturità con una buona valutazione. Sono orgogliosissimo dei 100 e lode, ma soprattutto dei miei 63 e 64, perché so come hanno lavorato i miei insegnanti per aiutarli a raggiungere il diploma senza abbassare il livello richiesto, supportandoli nel superare le loro difficoltà. La scuola deve essere per tutti, non solo a parole, ma nei fatti.
Ma come è nata questa enorme passione educativa?
Me l’ha trasmessa un grande educatore, don Franco Brambilla, il prete dell’oratorio di San Vittore: ha lasciato un segno così profondo che, a distanza di anni dalla sua morte, noi ex ragazzi cresciuti insieme a lui continuiamo a ritrovarci e siamo rimasti ancora uniti. Eppure i miei studi sembravano prepararmi ad altro. Ho frequentato l’Università Cattolica, facoltà di Economia, e seguendo il professor Luigi Pasinetti sono diventato, cronologicamente, il primo laureato in Econometria, una disciplina particolare che dà una competenza nella capacità di analizzare ogni azione ed ogni decisione economica in tutti i suoi effetti positivi e negativi grazie alla costruzione di “tavole delle interdipendenze strutturali”, uno strumento che dovrebbe essere fondamentale e di uso comune per i politici per le loro decisioni economiche, perché permette di prevederne gli effetti anche in condizioni di incertezza. Questa modalità di valutare le implicazioni di tutto è diventata parte di me, del mio modo di pensare e del mio modo di agire. Dopo la laurea, nel 1968, ho lavorato per tre anni come ricercatore alla Carlo Erba, quando era ancora di proprietà dei Visconti di Modrone, veri mecenati, gli unici privati a investire nella ricerca economica in un panorama dominato da colossi come Fiat e Montedison. Lì ho collaborato con il Department of Technology di Harvard, un’esperienza straordinaria che mi ha arricchito professionalmente e che mi entusiasma ancora oggi, quando la ricordo. È stato allora che ho dovuto fare una scelta.
E perché ha scelto la scuola?
Vengo da origini contadine e popolari. Durante l’università, per mantenermi negli studi, lavoravo alla Fondazione Crespi di Gorla, che si occupava di famiglie numerose. Lì ho lavorato con ragazzi in difficoltà: ho imparato e consolidato quanto sia bello e appassionante insegnare loro e veder rifiorire la voglia di imparare, crescere l’autostima, credere che attraverso la cultura si può costruire il proprio futuro. Ho imparato ad adattare la didattica per renderla più vicina agli studenti per una miglior comprensione, più pratica. Quando mi è stato offerto di “buttarmi” nell’impresa educativa, ci ho pensato per almeno tre mesi. Ho chiesto alla Carlo Erba un periodo di transizione, poiché avevo ancora ricerche in corso. Dopo un anno e mezzo, ho preso la decisione definitiva e mi sono lanciato in questa nuova avventura. Quando sono entrato, all’inizio degli anni Settanta, il Leopardi contava poco più di 200 studenti. Oggi siamo quasi 900, con due sedi e con tutti gli ordini di studi: dalla sezione primavera a sei indirizzi di scuola superiore. La parte più bella del mio lavoro rimane comunque l’aspetto educativo. La porta del mio ufficio è sempre aperta; seguo direttamente, ogni anno, una ventina di studenti con difficoltà, aiutandoli a organizzarsi, a trovare il metodo di studio giusto, a non mollare mai. È sempre stato il mio impegno, fare della scuola non solo un luogo di istruzione, ma un luogo di crescita personale, in cui ogni studente ha diritto a un’attenzione reale e concreta. E così torniamo alla domanda: vogliamo un sistema che garantisca la libertà di scelta e il pluralismo educativo, oppure vogliamo un sistema centralizzato, che esclude e crea disparità? È una domanda a cui dobbiamo rispondere con urgenza.
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Una versione di questo articolo è pubblicata nel numero di aprile 2025 di Tempi. Il contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
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