50 anni di previsioni catastrofiste sul clima. Se ne fosse avverata una…
Negli ultimi cinquant’anni gli ambientalisti hanno lanciato innumerevoli profezie catastrofiste. Quelle previsioni estreme si sono rivelate tutte sbagliate; le contromisure drastiche proposte si sono dimostrate per lo più fuorvianti, e dobbiamo essere grati di non averle seguite. È bene ricordarsene oggi, mentre veniamo quotidianamente bombardati da racconti sull’“Armageddon climatico”.
Le previsioni sul clima sbagliate
Ma le politiche ambientali davvero efficaci, quelle che hanno migliorato la vita, negli ultimi decenni non sono state promosse con la paura. I paesi ricchi hanno ridotto drasticamente l’inquinamento dell’aria e delle acque grazie alla tecnologia prima e a norme intelligenti poi. I paesi più poveri stanno iniziando a fare lo stesso man mano che escono dalla miseria e possono permettersi di preoccuparsi dell’ambiente. Le foreste, nel complesso, sono aumentate: prima nei paesi sviluppati e ora sempre più anche nel resto del mondo. Non è affatto lo scenario apocalittico che ci era stato promesso.
Un recente studio peer-reviewed ha contato quasi cento previsioni di fine del mondo formulate da ambientalisti negli ultimi cinquant’anni: due terzi annunciavano la catastrofe entro l’agosto 2025. Tutte smentite dai fatti.
Quando l’allarme era la sovrappopolazione
Il primo allarme mediatico fu il libro The Population Bomb del 1968, secondo cui la crescita demografica fuori controllo avrebbe imposto sterilizzazioni di massa. L’autore sosteneva che, dato l’inevitabile sterminio per fame di centinaia di milioni di persone, non avesse più senso inviare aiuti alimentari a paesi come l’India. Fortunatamente, il mondo ignorò quei consigli misantropi e immorali. Al contrario, la Rivoluzione Verde guidata dagli scienziati aumentò enormemente i raccolti, nutrendo miliardi di persone. Oggi l’India è il primo esportatore mondiale di riso.
Nel 1972 il rapporto Limits to Growth preconizzava scarsità di cibo e inquinamento tali da portare al collasso globale. Time profetizzava che a Los Angeles sarebbero rimasti pochi superstiti smunti a coltivare aiuole spartitraffico. Doveva finire tutto: dall’alluminio al ferro, dal petrolio al cibo.
Fine delle risorse? Falso
In quello stesso clima si svolse il primo vertice ambientale dell’ONU, nel 1972, quando il presidente Maurice Strong avvertì che il mondo aveva solo dieci anni per evitare la catastrofe. Diventato direttore del neonato Programma ONU per l’Ambiente, insistette sul fatto che la fine fosse “molto probabile” a meno di fermare la crescita economica. Anche in questo caso, ignorammo i consigli. Grazie alla crescita, oggi più di tre miliardi di persone — il 41% della popolazione mondiale — non vivono più in povertà estrema.
Le previsioni sull’esaurimento delle risorse si sono rivelate clamorosamente false. Non abbiamo razionato le ultime gocce di petrolio: l’innovazione ci ha permesso di aumentare enormemente l’offerta abbassando i costi. Nel 1980, si calcolava che ci sarebbe stato petrolio per trent’anni ai livelli di consumo di allora. Da allora ne abbiamo usato tutto e un 80% in più, eppure grazie alle nuove tecnologie oggi abbiamo riserve per circa cinquant’anni ai livelli attuali, molto più alti.
Allarmismi che hanno segnato il dibattito
Gli allarmismi semplicistici degli anni Settanta hanno segnato il dibattito per decenni, e si ripresentano oggi nel catastrofismo climatico, che ripropone gli stessi spauracchi — scarsità di cibo, disastri naturali — per giustificare politiche costose e poco efficienti. Il cambiamento climatico è reale, ma anche qui le paure vengono gonfiate.
Per il cibo, lo dimostra uno degli studi più citati pubblicato su Nature: senza cambiamenti climatici, nel 2050 produrremmo il 51% di calorie in più rispetto al 2010. Con uno scenario climatico persino peggiore del previsto, la crescita sarebbe comunque del 49%. Un problema, non una catastrofe.
Quanto ai disastri naturali, i dati parlano chiaro: i morti per alluvioni, siccità, tempeste e incendi si sono ridotti del 98 per cento in un secolo, da mezzo milione all’anno negli anni Venti a meno di 9 mila l’anno nell’ultimo decennio. E i danni economici legati al clima, misurati in percentuale del Pil come raccomanda l’Onu, diminuiscono dal 1990, non aumentano.
La soluzione dei catastrofisti? Rinunciare al progresso
Colpisce notare che le soluzioni proposte dai catastrofisti siano sempre le stesse: pentirsi e rinunciare al progresso. Dagli atenei occidentali arrivano appelli alla “decrescita”, proprio mentre la stragrande maggioranza del mondo ha bisogno di crescita economica per uscire dalla miseria.
Questo allarmismo climatico è ormai entrato nelle politiche ufficiali: quasi tutti i paesi ricchi hanno adottato l’obiettivo delle emissioni zero entro il 2050. Ma le migliori stime accademiche dicono che i costi superano i benefici con un rapporto di 7 a 1, e che per raggiungere quell’obiettivo servirebbero 27mila miliardi di dollari l’anno: semplicemente insostenibile.
La vera lezione dell’economia del clima è che il modo più efficace ed economico per affrontare il problema è investire massicciamente in ricerca e sviluppo sulle energie a basse emissioni. L’innovazione tecnologica potrà rendere le fonti verdi più convenienti dei combustibili fossili. Non più solo i paesi ricchi che pagano per sentirsi virtuosi, ma il mondo intero potrà adottare energia pulita perché più economica.
Come in passato dobbiamo essere grati di non aver seguito i profeti di sventura, così oggi dobbiamo riconoscere che il nuovo catastrofismo climatico non è solo infondato: è anche inutile.
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