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Voglio farmi monaca. Una monaca wi-fi

novembre 16, 2017 Costanza Miriano

Esce oggi in libreria Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale, il nuovo libro di Costanza Miriano. Ecco una parte del primo capitolo.

si-salvi-chi-vuole-mirianoEsce oggi in libreria Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale, il nuovo libro di Costanza Miriano. Per gentile concessione dell’autrice pubblichiamo una parte del primo capitolo.

Ho deciso, voglio farmi monaca. Ecco, mi rendo conto che, per esempio, a prima vista, la mia postura adesso potrebbe sembrare non proprio simile a quella di san Pacomio, uno dei Padri del deserto che furono gli apripista di questa forma di vita: sono le tre di notte e non sono ancora a metà della lista delle cose da fare oggi, che poi è ieri già da qualche ora, indosso dei pantaloncini fucsia da corsa – tipico capo del monachesimo occidentale –, ho alla mia destra una crema levigante (gli spiriti degli acquisti inutili tendono a materializzarsi nelle notti d’estate, e voci di farmacisti assennati vissuti secoli or sono ti bisbigliano: «Quanti trattamenti antipidocchi avresti potuto comprare invece di questa crema che non frenerà il tuo decadimento?»), alla sinistra i libri di Groucho Marx e vari cibi raccomandati dalla federazione mondiale colesterolo. Per espiare, di fronte a me, una bottiglietta con una bevanda drenante (noi aspiranti monaci teniamo in somma considerazione la lotta alla ritenzione idrica, si sa). Intorno, in ordine sparso, delle pinzette, un correttore (non del senso di un amanuense che ti controlli i testi, ma una crema rosa chiarissimo per coprire le occhiaie), tre rosari, il modulo di iscrizione a un secondo anno di classico, due multe, dei fiori agonizzanti, il breviario, una decina di libri cominciati e abbandonati, sempre per quel fastidioso problema che ogni giornata ha ventiquattr’ore e, quando meno te lo aspetti, finisce, e poi ricomincia, sempre cortissima, e bisogna ripetere tutta una serie di cose che, testarde, si ripropongono ogni giorno, tipo preparare da mangiare a pranzo e cena, perché coi figli, a differenza di quanto succede coi gatti, non puoi cavartela con una ciotola di crocchette ai gamberi.

Eppure, in questo caos di giornate zippate e liste sempre troppo lunghe e cronicamente inevase, voglio farmi monaca, perché la preghiera è la forza più potente della storia, quella che cambia prima noi e poi il mondo – un giorno ci risulterà chiarissimo, quando tutto ci sarà svelato, dopo la morte, e che ridere quando vedremo che la bisnonna Irma o Francesco e Giacinta, pastori analfabeti di nove anni, hanno spostato eserciti più di Churchill e Eisenhower. Solo che è necessario un cuore monacale, allenato come un ranger, per trovare il modo di pregare nelle nostre vite iperconnesse – zero tempi morti (per me il massimo simbolo del lusso non è certo un paio di ballerine Roger Vivier, ma mia mamma che fa La Settimana Enigmistica davanti al fuoco) – quando tutto sembra congiurare contro la preghiera e il silenzio. A isolare uno spazio blindato dalle parole e dalle relazioni inutili, serve davvero una decisione chirurgica, scavare nella mia carne e togliere quello che non serve alla vita vera. Recintare uno spazio di silenzio e di incontro, perché noi non possiamo far sorgere il sole, ma possiamo trovarci lì quando sorge. Se non isoliamo uno spazio dal rumore di fondo e dai pensieri, dalle urgenze e dalle richieste esterne, dalle voci degli altri e anche dalla nostra, non lo sentiamo Dio che ci parla, perché lui non urla. Voglio farmi monaca, perché conviene davvero che siamo noi a scegliere la nostra vita, prenderla in mano, senza lasciar fare alle circostanze. La maggior parte di noi si adatta alle situazioni senza porsi troppe domande, senza averle davvero scelte, procedendo nella vita senza un progetto, più come uno che vaga dentro un centro commerciale in un giorno di saldi, che non come uno che costruisce qualcosa secondo un progetto. Chi procede a tentoni, oltre a fare delle solenni cretinate, può finire per accorgersi di avere mancato il bersaglio principale della propria vita, e quello è ben più doloroso di un acquisto sbagliato.

Chi ha un progetto invece può districarsi nelle giornate più piene, e se è fedele al suo progetto, una pietra dopo l’altra, un colpo di scalpello dopo l’altro, può tirar su una cattedrale della sua vita, a volte anche senza essere neppure del tutto consapevole dell’opera d’arte compiuta. Ecco, questo è il progetto decisivo della nostra vita, e vale la pena investirci il meglio di noi: quale spazio dare a Dio? Quando? Come? Foglietto alla mano, agenda, penna, per impedire alle cose più urgenti di oscurare la più importante di tutte. Un monaco come noi, laici che vivono nel mondo, ricama la sua vita con una selva di fili intrecciati, magari rotti e riannodati, però ci sta per scelta, e in modo consapevole. E da quel mucchio di fili sa tirar fuori un ricamo. Un monaco come noi vorrebbe pregare nel silenzio ma, appena prova a tirare fuori dalla tasca un rosario, viene convocato per un’importantissima questione di pattini contesi, o di frasi di latino, o di Nutella finita. Un monaco come noi ha sempre una riunione urgentissima di lavoro all’ora in cui voleva fare adorazione e, quando apre la Bibbia, al marito, solitamente loquace come un portaombrelli, viene improvvisamente voglia di parlare (e, siccome la cosa avviene una volta all’anno come la fioritura dei ciliegi in Giappone, bisogna cogliere l’attimo). Un monaco come noi sogna l’eroismo, il martirio e, ogni tanto, se ha dormito poco e bevuto troppi caffè, immagina persino di fondare cose nuove, di insegnare qualcosa a qualcuno.

Ma la realtà di questo monachesimo è stare nella mediocrità, questa croce passiva che, se la abbracci, ti cambia. È stare accanto ai figli che ti deludono, agli anziani che tornano bambini, è stare dentro la vita imperfetta, la casa con le macchie di muffa e le porte scrostate, perché la realtà è così, la muffa si forma e la vernice si scrosta… Voglio farmi monaca perché la vita è difficile. È scomoda. È fatta di borse che cadono dal sedile della macchina quando freni e di ciotole col pranzo che si aprono sugli XDCAM del preziosissimo materiale che hai girato (ma la glassa di aceto balsamico sta benissimo anche sulle pagelle da riconsegnare a scuola, è un must di ogni mamma lavoratrice). La vita è difficile, non perché lo zio Gualtiero una volta ha detto che mia cugina era più bella di me e da allora ho sofferto moltissimo; è difficile e basta, finché non metti il cuore nel posto giusto, perché nessuno di noi è stato amato nel modo giusto, e non è colpa degli altri. È che, come disse mia figlia Lavinia, sconsolata dopo una misteriosa faccenda di amichette di scuola: «Solo Gesù mi vuol bene perfetto, come io voglio esser voluta bene.» (Prendo nota della sua attitudine mistica, la rispetto molto, ma lo dico ufficialmente: non sono pronta alla quarta adolescenza. Io mi metto in coma farmacologico e aspetto che passi.) Sarebbe bello se la metà, o anche solo un quarto, delle persone adulte arrivasse alla consapevolezza di una bambina delle elementari, e la smettesse di mendicare affetto nei posti sbagliati. Affetto o i suoi surrogati, tipo Aston Martin o presidenze di consigli di amministrazione, o sederi da sedicenni piazzati su corpi ultracinquantenni, garanzia di sguardi, o curricula da secchione, come se l’affetto potesse mai essere garantito da qualcosa. Il problema non è il mendicare, che è la nostra condizione esistenziale, cioè il bisogno di relazione per essere felici. Il problema è mendicare nel posto sbagliato, cioè riempire il nulla col nulla.

Penso che anche oggi possa essere un nuovo tempo per il monachesimo: non c’è nessuno che ami il mondo più del monaco. E proprio per questo, perché vede il bene e la bellezza possibili sulla terra, vuole curarla come un contadino fa col suo campo. C’è dunque bisogno di schiere di monaci in questo tempo di grande crisi, con la fede costretta in un angolo, e uomini e donne depressi e nauseati e stanchi e annoiati di tutto (guardate le facce della gente in fila alla cassa del supermercato), che Dio nemmeno lo rifiutano, semplicemente non alzano neppure la testa per cercarlo.

Quanto a noi, siccome nessuno di noi, grazie al cielo, è Papa (alcuni di noi sono capi del mondo, ma vabbè, quella è roba per gli psichiatri), ci è richiesto solo questo paziente, nascosto lavoro di scalpello su noi stessi. Come gli artigiani che, sotto le volte delle cattedrali, rifinivano la pietra e creavano intarsi e sculture, a volte piccole e nascoste, che probabilmente nessuno avrebbe notato, così a noi è chiesto di lavorare di cesello sul nostro cuore (erano anni che volevo dirlo, che poi è il motivo per cui scrivo libri; quando mai nella vita ti capita di dire “cesello”?). Voglio farmi monaca, infine, perché voglio stare in un monastero con tutti gli amici, che sono tantissimi. Incontrati una sola volta o diventati una compagnia stabile, amici di carne o solo immagini su un social network, amici che si intrecciano alla mia vita con una parola o con un fiume di parole, amici sfiorati o depositari di sedute quotidiane di autoanalisi, amici che sanno farsi presenti con gesti concreti, e condivisione di pesi. Voglio stare legata in cordata con loro, perché c’è un regno da conquistare, e il nostro piccolo esercito lo può espugnare solo se è unito, faccia a faccia con Dio, gomito a gomito con i fratelli. Questo monastero è unito via telefono, via internet, via carne, o anche solo via preghiera – dico “solo” per dire che magari non si riesce a vedersi spesso, a volte non ci si vede più, ma quando si sono denudate insieme le anime si è uniti per sempre, e la preghiera è l’unione più potente. Come con l’amica che ho ascoltato dopo un incontro al Nord, fino alle tre di notte. Ci siamo parlate come sorelle senza esserci mai viste prima. Ci siamo sentite qualche volta. Per ringraziarmi della poca cosa che le avevo dato – ascolto, e niente più – mi ha mandato un’icona meravigliosa, scritta (così si dice) per me da una suora, davanti alla quale prego tutti i giorni. Una settimana dopo è morta in un incidente.

Ecco, lei è una consorella che sento più viva che mai, in questo monastero wi-fi. E anche se i dizionari dicono che wireless fidelity non è la traduzione esatta di questo nome commerciale, per me è perfetta: una fedeltà senza fili. Siamo fedeli al nostro monastero senza essere legati da nessun filo, da null’altro che il desiderio di amare e far amare Dio, e di essere insieme in questa avventura, che è un combattimento prima di tutto con noi stessi, e non si è mai visto un esercito composto da un solo soldato. E poi, certo, una consorella monaca wi-fi può essere utilissima anche per consigliarti i semi di chia per la pancia piatta o una crema che funziona come quella di La Mer ma costa un decimo. Tra consorelle e confratelli ci si presta case e vestiti (se volete anche figli, per dire: al momento io sarei disponibile a prestare un quindicenne in cambio di due seienni e un treenne). Una consorella sa quando è il momento di sgridarti e quando invece il momento di farti un complimento, anche finto o eventualmente usato – non andiamo troppo per il sottile. Su questo i confratelli sono leggermente meno intuitivi, però magari possono darti una mano con la dichiarazione dei redditi (nel mentre, non è uno stereotipo, io parlo di saldi con la moglie del commercialista) o pareri medici, o anche a trovare una strada in base a tue vaghissime indicazioni («Dove sei?» «Non so, vedo un lampione»). L’importante è saperlo, e non farsi spiegare la strada da una consorella, né esporsi a rischi inutili con dei confratelli (perché mai dovresti chiedere a un maschio se per caso quel colore di capelli ti invecchia? Quello magari ti dice la verità). Sapere di essere in un monastero wi-fi è una grande consolazione, perché chi decide di passare un po’ del suo tempo solo con Cristo, per arrivare a passare tutto il tempo con Cristo e i fratelli, trasforma il suo cuore. Impara a tifare per gli altri.

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