Liberare la libertà in gabbia

Cronaca dell’incontro milanese con Botturi, Miriano, Respinti. Servono dei “luoghi” dove non domini il politicamente corretto

Il più grande pericolo per la libertà oggi non è il ritorno del fascismo, non è il razzismo, il sovranismo o il populismo, ma l’illusione di credersi liberi, mentre si è rinchiusi nella gabbia del politicamente corretto. Dalla quale si potrà uscire solo se esistono luoghi diversi dalla gabbia, dove l’identità e le appartenenze sono trasmesse e coltivate. Si potrebbero riassumere così i contenuti dell’incontro “Libertà in gabbia?”, che ha visto intervenire al Rosetum di Milano Francesco Botturi, già docente di filosofia morale dell’Università Cattolica, la giornalista e scrittrice Costanza Miriano e l’avvocato Roberto Respinti, invitati dall’associazione Nonni 2.0 in collaborazione con Esserci, Centro Studi Rosario Livatino e Centro culturale e artistico francescano. E se, come diceva sant’Agostino, cantare è pregare due volte, per raddoppiare la presa del messaggio gli organizzatori hanno scelto come colonna sonora dell’incontro una famosa canzone di Claudio Chieffo, “Martino e l’imperatore”: «Tu non credere mai/ All’imperatore,/ Anche se il suo nome è società,/ Anche se si chiama onore,/ Anche se il suo nome è popolo,/ Anche se si chiama amore./ Credi solo in nostro Padre (…)».

La sfida della post-modernità

«Il politicamente corretto (pc – ndr) mira a stabilire le regole su ciò di cui si può parlare e di come se ne può parlare. Che si tratti di sesso, di ecologia, di migrazioni, ecc., si cerca di costringere a un certo linguaggio e di imporre dei contenuti», ha esordito Botturi. «Il pc mira a indurre una regola attraverso una prassi che agisce sul senso comune e sul consenso sociale». Il dialogo civile non avviene in un vuoto: ci sono valori e linguaggi condivisi che permettono ai diversi soggetti di rapportarsi e discutere, prendere decisioni politiche, varare leggi, ecc. Il pc agisce a questo livello, creando un nuovo senso comune e un nuovo consenso sociale grazie all’enorme pressione che è in grado di esercitare attraverso quella che Eugenio Capozzi ha indicato come «la saldatura tra classi dirigenti politiche, intellettuali e mediatiche dei principali paesi occidentali in una struttura verticistica» (Politicamente corretto – Storia di un’ideologia, p. 191), ovvero la neo-borghesia mondiale che trae i massimi vantaggi dall’ideologia del pc. La coazione implicita in esso si rivela nel suo stesso nome: «Corretto non significa semplicemente giusto, ma allude a una correzione che viene effettuata. E la correzione viene effettuata per imporre una regola, per correggere il consenso sociale prevalente fino ad allora. Tutto ciò, diciamoci la verità, è sempre avvenuto. La differenza oggi sta in due cose: la portata della coazione e i suoi contenuti». I contenuti si ricollegano al relativismo dominante, a causa del quale oggi si afferma che è impossibile mettere la verità al servizio del senso comune, e da ciò è derivata l’egemonia della tecnocrazia (e dell’infocrazia ad essa connessa). «È in gioco la sfida della post-modernità. Non bisogna essere così ingenui da pensare che la fine della modernità si accompagni a una pura e semplice disgregazione di tutto: si vuole ricomporre il mondo scomposto in una certa direzione, si vuole stabilire l’identità dell’uomo del XXI secolo. Che dovrà essere un soggetto indifferenziato, neutro, dall’identità cangiante e mobile. Obiettivo è la costruzione di un’umanità svincolata da ogni condizionamento culturale grazie ai mezzi tecnologici, è la disponibilità indeterminata a tutte le possibilità tecnologiche, è la sottrazione dell’uomo a ogni stabilità identitaria: l’identità umana consiste nell’affermare che l’identità non esiste».

C’era una volta la famiglia

Roberto Respinti ha ricordato come già Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus, avesse avvertito del pericolo della trasformazione della democrazia in un subdolo autoritarismo nel momento in cui si nega ogni qualsiasi ruolo della verità nella vita pubblica: «Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia», si legge al numero 46 dell’enciclica. L’esilio della verità ha comportato un positivismo giuridico che si esprime nella giurisprudenza creativa dei cosiddetti «nuovi diritti», nel mentre che la libertà di espressione, consacrata dalla Costituzione, dalla Carta europea dei diritti di Nizza, dalle sentenze della Corte europea dei diritti umani (che ha sentenziato che addirittura l’uso dei simboli religiosi nella pubblicità commerciale rientra nella libertà di espressione, da proteggere più della libertà religiosa), viene conculcata quando qualcuno si esprime in termini politicamente scorretti. Di questo Costanza Miriano ha portato molti esempi: il linciaggio dell’industriale Barilla costretto a trasformare la propria azienda in termini “gay friendly” per farsi perdonare di avere detto che al centro delle sue inserzioni pubblicitarie c’era “la famiglia tradizionale”; l’ostetrica costretta a dimettersi da portavoce dell’associazione delle ostetriche britanniche per avere affermato che solo le donne partoriscono; il vigile del fuoco americano premiato con onorificenze da Obama per i suoi coraggiosi interventi ma poi licenziato per avere scritto sui social che la vera genitorialità è quella di una coppia uomo-donna; il giornalista americano condannato a pagare i danni alla Planned Parenthood Federation per avere usato sotterfugi pur di scoprire la notizia che l’organizzazione, finanziata dallo Stato, gestiva un lucroso traffico di organi prelevati dai feti abortiti, ecc. «Giusta o sbagliata che sia la scelta degli elettori che hanno eletto presidente Trump negli Usa e votato per la Brexit nel Regno Unito, questi fatti dimostrano che la correzione del pensiero non è ancora dominante, che nonostante il continuo tentativo di indottrinarci, c’è ancora un desiderio diffuso di libertà che si concretizza in eventi imprevisti».

Servono dei “dove”

La seconda parte dell’incontro, stimolata da interventi dal pubblico, ha consentito ai relatori di affinare i loro argomenti. Alcuni hanno sollevato la questione dell’incomunicabilità, che non è più solo generazionale, ma sembra aver investito anche le singole classi di età, coi giovani incapaci di comunicare tra loro tanto quanto gli adulti ideologizzati. «È vero, siamo una minoranza e la nostra lingua è considerata incomprensibile», ha risposto la Miriano. «Ma il libretto di istruzioni dell’essere umano è lo stesso per tutti. La gente non ascolta fino a quando non arriva il momento in cui comincia a soffrire. Noi dobbiamo essere pronti per quel momento. Come dice papa Francesco, bisogna praticare l’”evangelizzazione per attrazione”, mostrare l’attrattività della nostra posizione umana. Che è quella condensata nei Dieci comandamenti: quello è il libretto di istruzioni che permette di essere felici». «Dobbiamo continuare a combattere quella cultura, di ispirazione positivista, che fa coincidere legalità e giustizia», ha sottolineato Respinti. «Se si fanno coincidere legale e giusto, si impone l’idea che le leggi non siano criticabili. L’uomo diventa un animale che si agita dentro a una gabbia dotata di comfort, le cui domande di senso sono state censurate». Francesco Botturi ha raccolto l’appello di chi dal pubblico invitava a indicare un “dove” di esperienze umane rinnovate, e a dare vita a “gruppi di resistenza”: «La gente non è ancora assuefatta al pc, c’è un disagio latente che però non trova il linguaggio per esprimersi. Salvare l’uomo dall’esaurimento dell’umanesimo occidentale non si otterrà con appelli alla fraternità universale: servono dei “dove”, servono luoghi dove l’umano non è chiuso nell’autoreferenzialità che prelude a una nuova barbarie. I luoghi contro cui la cultura dominante oggi si scaglia sono i luoghi dell’appartenenza: la famiglia, la comunità, la nazione. Sono i luoghi nei quali si fa l’esperienza dell’appartenenza, in quanto in essi si riceve ciò a cui si appartiene. Se vogliamo uscire dallo stato di pre-barbarie in cui ci troviamo, occorre far riemergere questi luoghi».