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Trasmettere la grandezza ai diseredati

settembre 8, 2017 Leone Grotti

Ha lavorato in una delle banlieue più malfamate di Parigi e ha scritto un libro che ha scosso la Francia. Intervista a François-Xavier Bellamy, l’insegnante che pensa che «non c’è libertà senza alterità, senza un rapporto con l’autorità»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando François-Xavier Bellamy, fresco di laurea in filosofia e abilitazione all’insegnamento, è entrato pieno di entusiasmo al Lycée d’Hotellerie in una delle banlieue più malfamate di Parigi, non si aspettava di trovare una situazione così disastrosa. «Ho consegnato a tutti un testo di filosofia e ho chiesto a una ragazza di leggere. Lei mi ha risposto: “Non posso, non so leggere il francese”. Credevo mi prendesse in giro: aveva 18 anni, aveva fatto tutti i suoi studi qui. Ho insistito ma quando ha iniziato a compitare in modo penoso, ho capito che non stava scherzando. La crisi dell’educazione in Francia ormai è una realtà evidente a tutti, ma non siamo arrivati a questo punto per caso. La crisi è il risultato dell’applicazione di un metodo ben preciso, scelto volontariamente». Bellamy è una bella testa. Nato nel 1985, ha studiato all’École normale supérieure, l’istituto d’élite che forma la classe insegnante francese, lo stesso frequentato da Derrida, Foucault, Weil, Péguy, Bergson. Oltre a insegnare, a 23 anni è stato eletto sindaco aggiunto a Versailles, dove si è occupato della gioventù e dell’insegnamento superiore, dando vita a iniziative di successo come le “Serate della filosofia” e il “Mese per il lavoro”. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo libro, I diseredati, ovvero l’urgenza di trasmettere, nel quale indaga a fondo le cause della crisi dell’educazione nella République. Il saggio ha avuto un enorme successo, vendendo più di 50 mila copie e ricevendo diversi premi, e nel 2016 è stato tradotto in italiano da Itaca.

«Durante la mia formazione, mi è stato insegnato che a scuola non bisogna trasmettere conoscenze, perché l’alunno deve costruirsi da solo il suo sapere», dichiara Bellamy a Tempi. «Ti spiegano che l’insegnante meno parla e meglio è, perché se il professore fa silenzio, lo studente può esprimersi liberamente senza essere influenzato. Il postulato alla base di queste affermazioni è semplice: l’autorità e la cultura sono nemiche dell’alunno perché violano la sua libertà». Di conseguenza, la trasmissione delle conoscenze, che sta alla base dell’insegnamento e della scuola, diventa impossibile, perché «come dicono i nostri pedagogisti, gli studenti devono essere i professori di se stessi. Quante volte i miei ragazzi mi hanno detto: “Non vogliamo leggere gli autori che ci propone, non vogliamo essere traviati. Vogliamo pensare da soli”. Del resto, insistono sempre i professionisti dell’educazione, ora che c’è internet gli studenti possono trovare da soli le conoscenze che gli servono». Non c’è da stupirsi se la scuola è in crisi profonda: secondo un’inchiesta realizzata l’anno scorso dal ministero dell’Educazione nazionale, a 14 anni solo uno studente su quattro sa «leggere in modo appropriato», mentre il 15 per cento degli alunni non ha «alcuna competenza in materia».

Rintracciare nella modernità le basi culturali e filosofiche di questa impostazione non è stato difficile per Bellamy: «Già Rousseau affermava che la cultura è nemica della libertà personale, un ostacolo. E come non ricordare il critico Roland Barthes, che cominciava i suoi corsi universitari dicendo che la lingua è fascista, perché ha delle regole alle quali per esprimerci siamo costretti a obbedire? Per lui, dunque, solo fuori dalla lingua ci può essere libertà. È chiaro che alla base di questa crisi della trasmissione, ce n’è un’altra: la crisi della relazione». La prova sta nella grandissima diffusione che in Francia (e non solo) ha la massima di uno dei campioni dell’Illuminismo, Montesquieu: “La mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”. «Questa frase ce la ritroviamo stampata a caratteri cubitali anche sulle copertine dei nostri libri di testo ed è un problema perché implica che noi possiamo essere perfettamente liberi solo se siamo completamente soli. Come si può educare così, a scuola come in famiglia?».

Diventa ciò che sei
Il giovane docente di filosofia non si limita però all’analisi della situazione e alla pars destruens. «La cosa più importante oggi è riscoprire il mistero della mediazione: noi abbiamo bisogno degli altri per diventare ciò che siamo», continua. «Oggi non capiamo più l’uomo, ci illudiamo che si possa realizzare immediatamente, che sia da subito se stesso. Io invece credo che abbia ragione Pindaro, quando diceva nel suo famoso aforisma: “Diventa ciò che sei”. Per diventare davvero ciò che siamo, cioè uomini, cioè liberi, abbiamo bisogno di fare un cammino e abbiamo bisogno di un rapporto con gli altri. Questa è anche l’avventura dell’esistenza». Basta pensare ai bambini, continua Bellamy: quando nascono, hanno già la facoltà della parola «ma per parlare hanno bisogno dell’insegnamento dei genitori, di sentire la loro voce. E anche per pensare servono le parole. Una volta che hanno imparato a parlare, però, possono usare quelle stesse parole per ribellarsi ai genitori. Ecco allora che l’educazione, la cultura, la trasmissione e la mediazione non sono la negazione della libertà, ma il suo fondamento». L’unica concezione di libertà che ha diritto di asilo nella scuola francese «è quella che la considera come la facoltà di farsi da sé, di costruirsi da sé. In questo senso non può che essere opposta all’autorità e all’educazione alla verità. Al contrario, invece, solo la conoscenza e il sapere possono rendere liberi. Non può esserci libertà senza alterità, senza un rapporto con l’altro, con l’autorità».

La messa al bando dell’educazione e della trasmissione nelle scuole francesi non ha avuto ricadute solo sulla preparazione intellettuale e culturale degli studenti. Dopo che i fratelli Kouachi hanno realizzato la strage nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi nel 2015, mentre milioni di persone scendevano in piazza in Francia scandendo lo slogan “Je suis Charlie”, nei sobborghi della capitale tanti giovani musulmani gridavano “Je suis Kouachi”.

Apollinaire per far colpo sulle ragazze
Nelle periferie, come testimoniato da molti insegnanti, centinaia di alunni di fede islamica si rifiutavano di osservare il minuto di silenzio. Dopo un primo periodo di negazionismo, oggi nessuno ignora più il fenomeno della radicalizzazione, ma il governo francese è ancora in alto mare e spaesato di fronte al problema. Bellamy, che ha vissuto il fenomeno sulla sua pelle nelle banlieue, un’idea sulle cause se l’è fatta: «Non mi stupisce che l’islamismo attiri tanti studenti», spiega. «I giovani hanno bisogno della verticalità, di qualcosa che li elevi rispetto alla loro condizione, che li superi, che sia più grande di loro. Noi abbiamo pensato di aiutarli abolendo l’autorità, eliminando tutto ciò che riteniamo troppo difficile per loro, invece abbiamo solo creato un vuoto che poi è stato riempito da una proposta forte come l’islamismo».

Ma che senso ha insegnare Platone a studenti che non sanno neanche leggere? Il professore di filosofia fa un esempio: «Nella stessa classe di cui ho parlato prima, una volta ho recitato a memoria quasi per caso un poema di Apollinaire difficilissimo. Loro non hanno capito niente, ma sono rimasti a bocca aperta, per la prima volta in silenzio assoluto. Quando ho finito, un alunno ha subito cercato di sdrammatizzare e mi ha chiesto se l’avevo imparata solo per fare colpo sulle ragazze. La settimana dopo però mi hanno chiesto di recitarne un’altra e un’altra ancora. Si sono fermati al di fuori dell’orario scolastico per ascoltarle. Alla fine del corso, ho regalato a tutti un’antologia di poesia francese. Io sono convinto che chi proporrà agli studenti qualcosa di grande, chi non si limiterà alla mediocrità, raccoglierà sempre dei frutti perché le aspirazioni dei giovani restano grandi, anche se vanno risvegliate. Noi ci lamentiamo che i giovani sono indifferenti, ed è vero, però è anche vero che non vedono l’ora di uscire dall’indifferenza. Non dobbiamo costruire un mondo alla loro altezza, dobbiamo portare qualcosa che supera il loro orizzonte e di cui magari non sanno neanche di avere bisogno. I poemi di Apollinaire superano anche me ed è bello che io e i miei studenti ci siamo incontrati in qualcosa che è più grande di entrambi».

Giovani, impegnatevi in politica
Date le premesse, cambiare la scuola in profondità non può che essere un obiettivo di Bellamy. «È quello di cui la Francia ha bisogno. Bisogna innanzitutto ripensare la formazione degli insegnanti e riscoprire il vero ruolo dell’educazione e della trasmissione. È senza dubbio un lavoro duro ma necessario: al termine della mia formazione, mi sono seriamente chiesto se valesse la pena diventare professore. Se non ho rinunciato è solo perché avevo la consapevolezza che, grazie al sapere ricevuto, sono diventato me stesso». Per riformare davvero la scuola, però, non basta farlo dall’interno ed è per questo che alle ultime elezioni politiche e parlamentari, che hanno visto la netta vittoria di Emmanuel Macron, Bellamy si è candidato per un posto all’Assemblea nazionale. Nella sua circoscrizione, dopo aver vinto al primo turno, ha perso per un pugno di voti al ballottaggio contro il candidato del neo-presidente francese. In molti l’hanno criticato per il tentativo di “sporcare” il suo lavoro educativo-culturale con l’impegno politico, ma Bellamy non si è lasciato scalfire: «Non penso che la politica possa cambiare il mondo o che sia l’unica cosa che conta», conclude. «Credo ancora che i più grandi cambiamenti passino attraverso la cultura e la partecipazione di tutti alla vita della società. Però la politica ha un ruolo culturale e pratico fondamentale. I giovani farebbero bene a impegnarsi sempre di più in politica per la costruzione del futuro e per contribuire attivamente a quel cambiamento che tutti diciamo di voler vedere».

Foto Ansa

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