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Sudan. A processo i pastori protestanti che rischiano la condanna a morte: nessun testimone chiamato a parlare

giugno 27, 2015 Benedetta Frigerio

L’avvocato Mohaned Mustafa a tempi.it: «Nei loro computer non c’era traccia di materiale illegale. Eppure sono in carcere di massima sicurezza e la famiglia non può visitarli»

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È cominciato il 15 giugno scorso il processo dei due pastori protestanti, Yat Michael e Peter Yen Reith, accusati dai servizi di sicurezza del Sud Sudan di danneggiare il sistema costituzionale, di spionaggio, di condurre una guerra contro lo Stato e di blasfemia. Reati per i quali rischiano la pena di morte.

IL PROCESSO. Yat Michael era stato arrestato lo scorso 21 dicembre, dopo aver recitato un sermone in una chiesa evangelica presbiteriana di Khartoum, spesso in rotta con il governo islamico. Yen Reith, invece, era finito in carcere a gennaio, dopo aver protestato contro l’incarcerazione del primo. Il 3 giugno scorso i due uomini sono stati trasferiti in un carcere di massima sicurezza senza alcuna spiegazione ed è stata negata loro la visita dei familiari. Durante l’udienza del 15 non è stato chiamato a parlare nessun testimone. Mentre nell’ultima audizione del 25 giugno «si è dibattuto solo delle informazioni contenute nei computer dei miei clienti e non hanno trovato traccia di informazioni governative o riconducibili ad attività di spionaggio», spiega a tempi.it Mohaned Mustafa, il legale musulmano che difese anche Meriam Yaha Ibrahim, la cristiana fuggita dal Sudan dopo aver scampato la morte per apostasia.

«SOLO 10 MINUTI». Ai due uomini è stato negato ancora di vedere la famiglia «che non può visitarli in carcere. L’unico contatto è stato dopo l’ultima udienza in tribunale, in cui si sono visti con i parenti, ma per soli 10 minuti». L’avvocato è fiducioso per il fatto che «qualcuno ha cominciato a interessarsi della sorte dei due pastori: in Italia e in America ne stanno parlando alcuni giornali come il vostro. Ma non so cosa accadrà. Nei casi Precedenti i pastori venivano semplicemente arrestati ed espulsi dal paese».

MOBILITAZIONE. L’arresto dei predicatori protestanti non è una novità. Dal 2011, infatti, da quando il Sud Sudan si è separato dal resto del paese, altri pastori sono stati arrestati. «È abitudine di Khartoum attaccare la Chiesa», ha detto il reverendo Tut Kony alla Bbc, ma mai era accaduto che qualcuno di loro venisse condannato a morte, nonostante il presidente Omar al-Bashir abbia inasprito la legge islamica. Per questo motivo le associazioni americane per la difesa dei diritti dell’uomo e altre europee, fra cui Italians for Darfur, hanno sollevato il caso chiedendo alla comunità internazionale di intervenire e inviando una petizione all’Alto commissario dell’Onu. Intanto anche le ambasciate italiana, inglese, americana e una delegazione dell’Unione Europea si stanno occupando della vicenda. La prossima udienza è stata fissata per il 2 luglio. «Le ambasciate stanno solo facendo il loro lavoro», conclude l’avvocato. «Spero che lo facciano bene. Ognuno dovrebbe sempre fare il suo. Soprattutto quando c’è in ballo la vita di due innocenti e padri di famiglia».


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