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4- a questo Stato che ha tradito le famiglie. Abbiamo insegnato la scuola libera all’Europa, noi non l’abbiamo mai liberata

aprile 6, 2014 Anna Monia Alfieri

La Costituzione aggirata, la truffa della parità, la tripla tassa sulla scelta educativa, i genitori esautorati. Tutto quello che Renzi deve sapere prima di parlare di riforma della pubblica istruzione

L’autrice di questo articolo, Anna Monia Alfieri, è presidente della Federazione istituti di attività educative (Fidae) Lombardia.

Libertà di scelta educativa, pluralità di offerta formativa, spending review, costo standard: “vuotiamo il sacco”, pazientemente e con ordine, nello spazio di un “pezzo”.

1948: la neonata Costituzione italiana intuisce che la responsabilità educativa implica libertà di scelta educativa. L’articolo 30, comma 1, recita: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio»; comma 2: «Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti».

Funzionale alla garanzia di tale esercizio, individua un altro diritto e cioè la libertà di insegnamento e il pluralismo educativo. All’articolo 33, comma 2: «La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione e istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi»; comma 3: «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato»; comma 4: «La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare a esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali». Il diritto alla libertà di scelta educativa in capo alla famiglia non è ostacolato dall’inciso «senza oneri per lo Stato» che si riferisce a scuole private; altro sono le scuole paritarie, quelle cioè che la legge sulla parità (62/2000) inserisce nel sistema nazionale di istruzione, a precise condizioni. Una lettura pregiudizievole, e soprattutto gravemente lesiva della famiglia e dei reali compiti di uno Stato di diritto, forza l’inciso di un comma che, di diritto e di fatto, va letto come parte di un articolo ben più ampio e complesso e unitamente a quanto sopra specificato.

Bene affermavano i nostri costituenti nel leggere quel «senza oneri per lo Stato»: se lo Stato non ha l’obbligo ancor meno ha il divieto di intervenire in tal senso.

scuola-liberta-educazione-tempi-copertinaAnche una lettura miope e restrittiva del testo che ci induca a intendere l’inciso «senza oneri per lo Stato» come un non intervento finanziario da parte dello Stato, non può prescindere da un necessario collegamento: a) al verbo che lo regge e cioè “istituire” – come peraltro di fatto già è (lo Stato mai è intervenuto nei costi di istituzione di scuole private anche se riconosciute dallo stesso paritarie); b) all’unico e reale diritto riconosciuto dalla Costituzione (che si limita semplicemente a prendere atto dello status di natura) e che è il solo a dover essere garantito: la libertà di scelta educativa che spetta alla famiglia.

Gli ordini di Strasburgo
Si tratta di un sistema giuridico perfetto, capace addirittura di anticipare l’Europa (alla quale oggi guardiamo come modello di garanzia di un diritto così naturale), che solo nel 1984, con la Risoluzione del parlamento europeo, si pronuncia sulla libertà di insegnamento e di istruzione che «comporta il diritto di aprire una scuola e svolgervi attività didattica». Per esplicitare: tale libertà deriva dal diritto dei genitori di scegliere per i propri figli, tra diverse scuole equiparabili, una scuola in cui questi ricevano l’istruzione desiderata; «il diritto alla libertà d’insegnamento implica per sua natura l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti, all’adempimento dei loro obblighi in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti, senza discriminazione nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale».

Successivamente l’Europa antepone a questo diritto quello alla libertà di scelta educativa. Risoluzione del parlamento europeo, 4 ottobre 2012: «1. L’Assemblea parlamentare richiama che il godimento effettivo del diritto all’educazione è una condizione preliminare necessaria affinché ogni persona possa realizzarsi e assumere il suo ruolo all’interno della società. Per garantire il diritto fondamentale all’educazione, l’intero sistema educativo deve assicurare l’eguaglianza delle opportunità e offrire un’educazione di qualità per tutti gli allievi, con la dovuta attenzione non solo di trasmettere il sapere necessario all’inserimento professionale e nella società, ma anche i valori che favoriscono la difesa e la promozione dei diritti fondamentali, la cittadinanza democratica e la coesione sociale. A questo riguardo le autorità pubbliche (lo Stato, le Regioni e gli Enti locali) hanno un ruolo fondamentale e insostituibile che garantiscono in modo particolare attraverso le reti scolastiche che gestiscono (di seguito “scuole pubbliche”); 2. È a partire dal diritto all’educazione così inteso che bisogna comprendere il diritto alla libertà di scelta educativa».

E intanto la famiglia aspetta
Riassumendo la questione normativa: l’Italia anticipa e influenza l’Europa; è dal 1948 che la Costituzione parla e che la famiglia italiana aspetta, unico caso in Europa. Insieme alla famiglia greca. Le ragioni sono molteplici: alcune storiche, altre frutto di un potere incapace di liberarsi dall’ansia dell’elettorato e dalla conta dei voti. Proviamo a tracciarle.

Il primo segnale di un principio di diritto tradito si colloca nel periodo del Regno d’Italia (1861-1946), quando lo Stato italiano avocò a sé la scuola come strumento per sanare l’analfabetismo e favorire l’unità del paese. Si trattava evidentemente di una questione vitale: senza scolarizzazione il Regno non sarebbe sopravvissuto, né avrebbero potuto provvedere le buone scuole del tempo, rette da congregazioni religiose anche centenarie, fucine di cultura e formatrici in umanità. La necessità portò alla creazione di una struttura burocratica mastodontica e complessa che, se inizialmente sembrò porre rimedio al grave deficit di alfabetizzazione, successivamente mostrò tutti i limiti connessi a una organizzazione autoreferenziale, in cui gestore e controllore da sempre si identificavano.

A distanza di anni, dal Dopoguerra a oggi, il sistema istruzione Italia ha di fatto appesantito ulteriormente i suoi limiti strutturali, aggravati dalla crisi di valori sociali e familiari che è sotto gli occhi di tutti. A ciò si è aggiunto un gravissimo vulnus: la mancata recezione della riflessione post-bellica – a livello mondiale, dopo la tragedia dell’atomica – sui diritti dell’uomo, primo fra tutti, in ambito educativo, quello di libertà di scelta. Per meglio dire, in Italia il genitore lo vede riconosciuto nella Carta costituzionale, ma in nessun modo applicato.

Uno Stato che da un canto si dimostra incapace di garantire l’esercizio del diritto della famiglia e dall’altro non riesce ad abbandonare il ruolo di Gestore.

Da qui la seconda radice di un diritto tradito: il mancato sostegno alla libertà di scelta, anche se riconosciuta. Come se la Repubblica dichiarasse: «La sottoscritta Repubblica italiana, nata a Roma l’1 gennaio 1948, riconosce il diritto inalienabile dei signori contribuenti Tizio e Caia, genitori dell’alunno Sempronio, a esercitare la loro libertà di scegliere, in ordine all’educazione del proprio figlio, una buona scuola pubblica in una pluralità di offerta formativa statale (gestita dallo Stato) e paritaria (gestita da soggetti privati o da enti di promanazione statale) senza nulla altro dover pagare avendo già pagato le tasse». In realtà i sopracitati dovranno pagare, oltre alle imposte, una retta scolastica qualora scegliessero la scuola pubblica paritaria. Uno Stato padre padrone, che sa riconoscere la libertà del figlio ma non gliela garantisce, poiché se il figlio scegliesse altro che non fosse sotto la sua diretta gestione, le scelte si pagherebbero.

La formazione dei cittadini
Tre conseguenze: a) il progressivo collasso del pluralismo educativo: molte scuole paritarie, nate prima del Regno d’Italia e prima della Repubblica per formare i cittadini con intuito e coraggio, svolgendo un servizio pubblico, erano costrette a richiedere un contributo al funzionamento che non solo non avrebbe potuto coprire i costi, ma che le famiglie – causa la crisi – non avrebbero potuto pagare; b) l’appesantimento dei conti pubblici: per il collasso delle scuole pubbliche paritarie lo Stato dovrà sostituirsi al loro servizio pagando un altissimo prezzo; infatti, attraverso il principio della sussidiarietà al contrario, le pubbliche paritarie fanno risparmiare oltre 6 miliardi di euro all’anno allo Stato e accolgono 1.075.560 studenti, pari al 12 per cento degli studenti italiani; c) un welfare sempre più incapace di sostenere la politica dello Stato gestore ma che, contro ogni logica di spending review, presenta ai cittadini il carico di un simile prezzo.

Il “cuore economico” della questione: i cittadini (quindi le famiglie) pagano le tasse per la scuola pubblica statale e contestualmente le pagano per il servizio pubblico della scuola paritaria, poiché è pubblico quanto è indirizzato verso i cittadini tutti, al di là di chi sia il soggetto gestore, in una logica di sussidiarietà (articolo 118 della Costituzione); tradite in fase di scelta, le famiglie pagano la scelta e oggi si trovano a pagare non più due volte ma tre. Infatti, pagano anche l’aumento della spesa pubblica e del debito di bilancio statale che aumenta nel perseguire una scelta sempre più illogica. Un economista non potrebbe che attribuire un bel “quattro meno meno” a un simile amministratore, che soffoca le risorse, anziché liberarle.

Da qui si arriva al “cuore ideologico”, ben lontano da ragioni economiche politiche sociali: liberare le libertà implica la capacità di saper correre il rischio del confronto. Il Re è nudo: uno Stato gestore che paga un prezzo altissimo, il ministero più farraginoso e faraonico; quello con la normativa più complicata (al mondo?); il più dispendioso e aggravato di sprechi; quello col personale più demotivato e meno certificato; il più protetto da legioni di angeli custodi (forse due ciascuno) per le migliaia di bambini e ragazzi che ogni giorno rischiano la vita in edifici scolastici fatiscenti; il peggiore nel rapporto qualità-prezzo; il più a rischio di imminente collasso, economico e culturale.

Oltre il danno la beffa
Una libertà non liberata, quella della famiglia, che ha un sapore amaro e tragicomico se viene confrontata con quel secondo comma dell’articolo 30: «Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti». Se i genitori sono incapaci di assolvere i loro compiti… lo Stato provvede. Ad esempio se sono incapaci di assolvere il compito di educare, di esercitare una scelta educativa… Sentimenti di vertigine, di sconcerto, di sgomento rispetto a questa “incapacità” dei genitori. L’Italia è uno Stato di diritto; ecco perché risulta ancor più paradossale e inspiegabile la circostanza che questo Stato di diritto trovi rivoli di scuse e contraddizioni ad intra per spiegare l’ingiustificabile: uno Stato che decide per i genitori. Le nostre famiglie avvertono di essere considerate quei soggetti incapaci citati nel comma 2 dell’articolo 30 della Costituzione

Non solo le famiglie sono incapaci e discriminate: lo sono gli 11.878 alunni disabili figli di quei genitori che osano scegliere una scuola che non sia quella dello Stato, benché pubblica. Questi ragazzi non avranno il docente di sostegno pagato che sarà a carico proprio o della scuola o della solidarietà, tradimento all’ennesimo diritto riconosciuto nell’articolo 3 comma 2: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese». Allora, ancora una volta interviene la sussidiarietà al contrario a sanare l’ennesimo gap.

A volte sembrano esserci dei lampi in fondo al tunnel, leggi che intervengono, piccoli successi come lo sconto della Tares che – ovvio – la scuola paritaria deve pagare in modo più elevato rispetto a quella statale; allora si assapora la concessione di qualche dichiarazione che avverte il bisogno di valorizzare le scuole paritarie, piuttosto che il decreto bozza che salva in calcio d’angolo una partita persa. Soluzioni posticce che sovraffollano il sistema e confondono l’opinione pubblica. Dunque quali le soluzioni? Si abbia il coraggio di porre in fila le questioni e di agire in modo parallelo con azioni di breve periodo e azioni che portino a compimento il sistema nazionale di istruzione (Sni).

In sintesi: a) non si domandano riforme megagalattiche, oppure nuove leggi (sono già troppe); al contrario, risultano indispensabili azioni di fatto che segnino il passaggio dal riconoscimento del diritto alla garanzia dell’esercizio dello stesso. A completamento di tale atto dovuto si può ipotizzare un Testo unico che elimini sovrapposizioni e prescrizioni contraddittorie alla Azzeccagarbugli; b) valorizzare l’autonomia delle scuole è l’unica strada per incentivare la qualità e la ricchezza della diversità. Le scuole saranno così tutte di qualità e la differenza sarà principalmente nell’identità di ciascuna scuola che sarà l’oggetto della scelta della famiglia. La famiglia sceglierà sulla base dell’identità e dell’offerta formativa riconosciute più conformi alla propria linea educativa. Tale autonomia implica che lo Stato passi da soggetto gestore a soggetto garante del sistema scolastico nazionale; c) abbandonare l’inutile contrapposizione fra scuola pubblica paritaria e statale ma collocarsi per l’istante di una legislatura sulla sedia dei Costituenti che avevano ben chiaro la quaestio di diritto. In tal senso è importante completare la legge 62/2000, nata monca, non avendo previsto che se pluralismo educativo deve essere, nulla la famiglia deve in fase di scelta.

Il rischio di essere valutati
Al bivio si scelgano i ragazzi e le famiglie, non il consenso politico. Portare a compimento il Sni domanda il tempo di un percorso che non conta i voti bensì crea quel processo culturale che parla di libertà di scelta educativa della famiglia e di pluralismo educativo. Ben venga l’edilizia scolastica, ma il cuore del problema non è il contenitore bensì il contenuto. Un buon gestore che vuole dare sviluppo a una realtà punta sul contenuto, correndo il rischio di essere valutato nel medio lungo periodo, ma se la logica resta sempre quella di essere valutati nel tempo di una legislatura – che sappiamo ormai durare meno di un anno in Italia –, allora al bivio si è costretti a scegliere la conta dei voti. Portare a compimento il Sni domanda di considerare le spese per l’istruzione non come costi ma come investimenti in capitale umano. Investire in capitale umano significa avere a cuore il futuro dell’Italia.

Investire significa: a) rendersi conto dei bisogni reali, non di quelli costruiti; b) avere consapevolezza delle risorse attuali (auguriamoci che l’edilizia scolastica le trovi, non come è avvenuto a oggi con le commesse dello Stato che hanno visto i privati realizzarle, pagare dipendenti e tasse e finanziare lo Stato con il credito, tranne poi trovare come unica risposta alla disperazione il suicidio); c) considerare i benefici maggiori in rapporto al margine di rischio; d) azzerare gli sprechi, o costi cattivi, in vista dell’investimento.

Ricordiamo che l’Italia è il paese che spende di più e peggio in Europa. La causa principale? Carenza di educazione, formazione, cultura. Ed è qui che si inserisce la chiave di volta fra i princìpi sopra enunciati e gli aspetti concreti che ne seguiranno.

Non c’è più tempo: è a grave rischio la Nazione che non può più reggere una simile strategia miope ed errata. L’unico passaggio, di fatto, che la storia ci suggerisce è: 1) si individui il costo standard dell’allievo nelle forme che si riterranno più adatte al sistema italiano; 2) si dia alla famiglia la possibilità di scegliere fra buona scuola pubblica statale e buona scuola pubblica paritaria.

Risultato: 1) una buona e necessaria concorrenza fra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato; 2) innalzamento del livello di qualità del sistema scolastico italiano con la naturale fine dei diplomifici e delle scuole che non fanno onore a un Sni d’eccellenza quale l’Italia deve perseguire per i propri cittadini; 3) valorizzazione dei docenti e riconoscimento del merito, come risorsa insostituibile per la scuola e la società; 4) abbassamento dei costi e destinazione di ciò che era sprecato ad altri scopi.

Azioni mirate e immediate
Dunque abbiamo bisogno di azioni immediate che sappiano intervenire per evitare il collasso del pluralismo educativo; allora ben vengano gli interventi fiscali (Imu, Tares, Tasi) ma si abbia il coraggio di scelte radicali. Questo restituirà alla famiglia il proprio ruolo, si salverà un patrimonio culturale e si valorizzerà il patrimonio della scuola statale ormai sempre più compromesso.

È chiaro che una politica così errata che appesantisce le spese pubbliche porta tagli anche alle scuole pubbliche statali e non certamente perché sono risorse distolte per la scuola paritaria. Ricordiamo che lo Stato spende per un allievo della scuola paritaria 500 euro all’anno contro i 7.319 per un allievo della scuola statale. Non ci si stupisce più quando diversi illuminati dirigenti della scuola statale affermano che la parità è invocata proprio dalla scuola statale perché anche questa paga caro il dissesto dello Stato. Se la “sorella” scuola paritaria non è libera perché chi la sceglie paga due volte, la scuola statale non è autonoma: è questo il pegno che deve pagare per non avere l’affanno economico, che comunque interessa anche questa, ormai: come non pensare alla carta igienica che manca o alle risme di carta per le fotocopie che ormai appaiono un super lusso?

Adesso alziamo la voce
La famiglia, normale, civile, combattiva, che cosa penserebbe inoltre delle scuole, sia paritarie sia statali, che si troverebbero a fare i conti con la libera scelta rischiando (ebbene, sì!) di non essere scelte? O delle scuole paritarie che, potendo accogliere tutti, perderebbero il marchio di élite? O di quelle scuole statali che dovrebbero fare i conti con una identità ritrovata e alimentata, perché sarà solo questo il discrimine della scelta? O di quei docenti che non vogliono sostenere il confronto? O di chi ci ha guadagnato da tutto questo spreco? O peggio, delle istituzioni che dovrebbero fare chiarezza e non la fanno?

È chiaro, dunque, che solo a monte si può risolvere la questione, e non a valle con soluzioni posticce e tampone. Interveniamo sull’edilizia, ma siamo ancora a valle, puniamo i docenti che non funzionano, ma con quali strumenti e in un contesto ove vige il criterio del precariato da collocare a tutti i costi perché il pezzo di carta oltre ogni tua capacità ti rende edotto ad insegnare?

Che la famiglia parli, finalmente. La scuola pubblica, statale e paritaria, a lei serve, non a se stessa.

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11 Commenti

  1. augusto scrive:

    Sono assolutamente contrario alla guerra tra scuole statali e paritarie, entrambi sono necessarie,vanno valorizzate e rilanciate entrambe ,senza battaglie ideologiche,Ci sono scuole statali buone e non buone, lo stesso vale per le paritarie, L’equazione scuole statali disastro scuole paritarie paradiso è pura propaganda ideologica.La spesa dello Stato per ogni alunno delle paritarie è mediamente di 500 euro, ma i genitori degli alunni pagano una retta, per cui lo Stato risparmia ma le famiglie sono costrette ad affrontare spese non irrilevanti, quindi teniamo presenti tutti i fattori in gioco.

  2. Shiva101 scrive:

    Augusto.. una scuola religiosa è ideologica di natura.
    E’ una “perversione” del potere.

    • Antonio scrive:

      Il cuore della quaestio è:
      Libertà di scelta educativa alla famiglia…
      L’articolo mi pare chiaro, completo, articolato

      • mike scrive:

        a me invece pare poco chiaro, o poco sensato. la libertà di scelta educativa della famiglia è sacrosanta, ma se poi ci si ritrova in una società che in tutto anche nelle leggi non è cristiana a che è servita la libertà di scelta educativa della famiglia?

        • mike scrive:

          poi non capisco la critica al fatto che se i genitori non sono adatti deve pensarci lo stato ad educarli. se i genitori non sono adatti chi deve farlo?
          il punto è che si è cambiato il modo di pensare degli italiani, da decenni e non solo con la scuola. se ci si riferisce al gender nell’articolo è che la sua diffusione se non lo farà la scuola lo farà il tam tam nei bar, su internet o ovunque si possa parlare/dialogare. il gender, quella teoria assurda, non avrà bisogno della scuola per entrare nelle teste. ci stanno provando con la scuola, ma tanto basterà il tam tam. il punto è che il problema non è lo stato ma qualche “campana” non visibile che ha preso le redini dello stato. e non solo dello stato.

    • francesco taddei scrive:

      la legge sull’omofobia punisce le opinioni, come nei totalitarismi, in italia c’è l’ideologia dello stato e chi vuole scegliere l’educazione per i propri figli non può farlo per colpa di una costituzione del cavolo fatta da rossi e bianchi del cavolo. altro che religione. pervertito dillo ai tuoi compagni.

    • augusto scrive:

      Shiva, cosa devo dirti?Io , ribadisco, distinguo tra scuole di buon livello e scuole scadenti,che siano statali o paritarie mi interessa relativamente , ma la religione non c’entra.

    • Tommasodaquino scrive:

      invece una scuola atea non è ideologica di natura?

  3. Tommasodaquino scrive:

    troviamo una soluzione per adottare le homeschooling qui in Italia

    http://vonmises.it/2013/04/18/6361/

    così abbiamo il risolto il problema all’origine.

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