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Siria. Trump ha capito in due mesi quello che Obama non ha voluto vedere per cinque anni

marzo 31, 2017 Leone Grotti

Ieri l’ambasciatrice americana presso l’Onu ha dichiarato che «la nostra priorità non è più Assad, ma far finire la guerra». E ora anche la Turchia è nei guai

Sono sei anni che il mondo aspetta di sentire queste parole. E finalmente sono arrivate. Ieri l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dichiarato riguardo alla Siria: «Non dobbiamo necessariamente concentrarci su Assad, come ha fatto la precedente amministrazione. La nostra priorità è capire come far finire la guerra, con chi dobbiamo lavorare per fare davvero la differenza per il popolo siriano», riporta la Bbc.

IL DISASTRO OBAMA. Donald Trump sembra dunque aver capito in due mesi quello che Barack Obama, più per ideologia che per insipienza, non ha mai voluto intendere in cinque anni: e cioè che l’alternativa non è tra Assad e i ribelli democratici, ma tra un regime laico e il totalitarismo jihadista. Per cinque anni gli Stati Uniti hanno completamente sbagliato politica, cercando di abbattere il dittatore Assad sull’onda delle cosiddette Primavere arabe e spianando la strada alle conquiste dello Stato islamico.
Come ha riassunto bene a Tempi l’inviato di guerra del Sole 24 Ore, Alberto Negri, «la Siria è il “capolavoro” della coppia Obama-Clinton. Prima hanno cercato di abbattere Assad, seguendo i desiderata degli alleati Arabia Saudita e Turchia, poi quando sono stati avvertiti che bombardando Damasco avrebbero spianato la strada a tutti i jihadisti del Medio Oriente, si sono tirati indietro, restando a guardare mentre il Califfato si espandeva a macchia d’olio». Anche il tentativo di addestrare milizie ribelli, sia contro l’Isis sia contro Assad, ha avuto un esito tragicomico.

SCUDO SULL’EUFRATE. La nuova politica americana invece sta funzionando e ha messo nei guai anche la Turchia. Il 29 marzo Ankara ha dichiarato che l’operazione militare “Scudo sull’Eufrate”, cominciata il 24 agosto 2016, è formalmente terminata. Ufficialmente rivolta contro l’Isis, l’obiettivo dei turchi era impedire alle milizie curde Ypg (considerate alleate dei grandi nemici del Pkk) di conquistare tutto il nord della Siria e creare così un feudo al confine con la Turchia. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha parlato di «successo» ma l’operazione è riuscita solo a metà.

USA E CURDI. Se Ankara è riuscita a ricompattare il fronte dei ribelli del Libero esercito siriano, bloccare i curdi a est sulla linea dell’Eufrate e strappare diverse città all’Isis, perdendo però circa 70 uomini, è stata costretta a fermare il suo piano di espansione a causa dell’intervento di altre forze: da una parte l’esercito siriano, sostenuto da Iran e Russia, dall’altra le Sdf (Forze democratiche siriane), coalizione curdo-araba di cui fa parte anche l’Ypg e appoggiata appunto dagli Stati Uniti.

«NESSUN ACCORDO». Ieri il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha incontrato nella capitale turca il presidente Erdogan. Dopo due ore di colloqui a porte chiuse «non è stato trovato un accordo». La Turchia, cioè, non è riuscita a convincere gli Usa ad abbandonare i curdi per continuare la guerra all’Isis a fianco dei ribelli “moderati” e della Turchia. È una buona notizia.  Nonostante l’operazione militare sia stata dichiarata conclusa, però, i turchi non hanno ancora ritirato dal territorio siriano truppe e carri armati, indice che la parola fine sull’intervento siriano non è ancora stata pronunciata. Erdogan non rinuncerà così facilmente ai suoi piani.

Foto Ansa

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