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Sedici giorni in galera con Sophia Loren (e tutte le altre donne dimenticate dietro le sbarre)

ottobre 26, 2013 Chiara Rizzo

Così la diva più famosa del cinema italiano affrontò (ingiustamente) la dura realtà delle detenute nel carcere femminile di Caserta. In un libro i ricordi dell’allora direttrice Liliana De Cristoforo

Un vip italiano di fama mondiale, condannato per evasione fiscale pur professandosi innocente, varca la soglia del carcere. È accaduto veramente, ma il vip in questione non è quello si potrebbe immaginare di leggere. Perché a varcare la soglia del carcere di Caserta, con un completo di lanetta leggera color verde marcio firmato Valentino, è stata Sophia Loren, nel 1982. E l’accusa a suo carico era appunto quella di una presunta evasione fiscale risalente al 1974. Una carcerazione durata ben 16 giorni e che solo il 24 ottobre scorso, più di trent’anni dopo, è risultata essere del tutto ingiusta, dato che la Corte di cassazione ha sentenziato in via definitiva che la Loren non aveva commesso il reato. Quei giorni sono ricordati dall’allora direttrice dell’istituto di pena, Liliana De Cristoforo, in Donne dietro le sbarre (Rubbettino) che giunge in libreria in questi giorni.

MEMORIE DI UNA DIRETTRICE. Il libro ripercorre le esperienze di detenzione di dodici donne incontrate dall’autrice-direttrice durante la sua trentennale carriera. Sono storie molto diverse tra loro, che rivelano quella che è una galassia di un universo già di per sé sconosciuto: le detenute, madri e mogli dietro le sbarre, donne costrette spesso a un’esistenza monca, lontana dagli affetti, e in condizioni generali di estrema durezza. In un contesto del genere, è naturale che l’arrivo di una star come la Lorene abbia rappresentato un autentico terremoto. Con un indubbio merito: mettere in comunicazione il mondo esterno con quelle donne dimenticate. Anche se, come emerge dal racconto di De Cristoforo, questo è avvenuto tra inaspettati episodi tragicomici.

IL CARCERE COME LA CROISETTE. La direttrice ricorda ironicamente i momenti iniziali e la calca davanti al carcere di curiosi, giornalisti e soprattutto «il personale, di solito carente, che invece era tutto presente. Anche quelli che avevano terminato il proprio turno, quello con diverso turno e quello in ferie. Tutti lì in trepidante attesa del grande evento». Non ci fu routine nelle varie procedure: «Nell’ufficio matricola dopo la registrazione dei dati la Loren consegnò, come prassi, il denaro e i gioielli che aveva con sé: un grosso bracciale rigido istoriato, un raffinato anello di brillanti e un vistoso medaglione di pregevole fattura e di apparente notevole valore. “Non vi preoccupate”, disse mentre gli oggetti venivano disposti con cura nella cassaforte, “è tutta roba falsa, oggi l’oro non lo porta più nessuno”». La reazione umana della grande attrice fu però la medesima di tante sconosciute che l’avevano preceduta e l’hanno purtroppo poi seguita: «Lei rimase lì a guardarsi intorno disorientata senza sapere bene cosa dire e fare. Non c’era più la “pizzaiola” prorompente di vitalità che aveva conquistato gli italiani dagli schermi cinematografici. C’era solo una signora attonita e smarrita per la perdita di un bene primario: la libertà».

«PRONTO, SONO MASTROIANNI». Nelle successive due settimane la vita della Loren proseguì in una cella come le altre, senza alcun privilegio, e senza ricevere le visite né del marito, il produttore Carlo Ponti, né dei figli, ma solo quelle della sorella. Le telefonate giunte al carcere per l’attrice, invece, furono numerosissime (anche una di Marcello Mastroianni, che la direttrice ricevette e ancora ricorda con una certa invidia). La De Cristoforo racconta che la Loren ebbe sempre un atteggiamento molto riservato e il più semplice possibile: «Parlò poco, non espresse giudizi, non avanzò richieste, non formulò lagnanze e questo fu il suo comportamento durante tutta la detenzione. Era consapevole del fatto che a coloro che sono considerati privilegiati dalla vita non viene riservato il diritto di compiangersi quando qualcosa non va per il verso giusto».

QUESTIONE DI IMMAGINE. In quel periodo di «sconcertante notorietà per il carcere», ricorda l’autrice, l’assalto dei media era costante. In carcere arrivavano telefonate di giornalisti da tutto il mondo. Ma dato che il personale dell’istituto campano all’epoca non conosceva lingue straniere, le comunicazioni venivano bruscamente troncate. I cronisti, però, non demordevano: «Si sentiva allora qualche italo americano di seconda o terza generazione, evidentemente pescato al momento tra il personale della redazione, che in uno strano idioma anglo-calabro-pugliese cercava di instaurare un incomprensibile dialogo. “Sta chiagnnen? Che dicc? Che magna? Ce sta a piscin int a stu carcere?”». Da parte sua Sophia se ne stava chiusa in cella tutto il giorno a leggere (naturalmente priva del comfort della piscina), nutrendosi solo di frutta e verdura. Un giorno però le toccò fronteggiare le altre detenute: «Una di queste, portavoce delle altre, aveva protestato: “Abbiamo letto sui giornali che qui in carcere lei sarebbe qui solo con puttane, ladre e assassine. Questo non è vero, nui simmo femmine oneste. Non è giusto perciò per noi: perché devono buttarci fango addosso? Non lo dico per lei, ma sa, la sua venuta qui ci ha molto danneggiato la reputazione, noi siamo molto offese”». In quell’occasione l’attrice, chiedendo umilmente scusa, avviò un dialogo con le altre donne, fatto di scambi semplici nella quotidianità.

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