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Perché in Italia le scuole cattoliche sono sempre meno “le scuole dei preti”

ottobre 22, 2013 Redazione

Nel nostro paese quasi uno studente su dieci (702.997 su un totale di 7.878.66) frequenta un istituto di ispirazione cristiana. Una preziosa eredità che ormai molti ordini religiosi sono costretti ad affidare ai laici

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – In Italia quasi uno studente su dieci frequenta la scuola cattolica. Nonostante la crisi, non solo essenzialmente economica, che da anni attraversa il settore, la scuola non statale, in particolare quella che fa riferimento alla comunità cattolica, riveste comunque una sua rilevanza, soprattutto se si tiene conto degli standard qualitativi. Il dato è contenuto nel quindicesimo rapporto sulla scuola cattolica presentato nei giorni scorsi durante un convegno promosso dal Centro studi scuola cattolica. Un rapporto dal quale emerge un altro dato significativo: mentre diminuiscono i gestori tradizionali, rappresentati da istituti religiosi maschili e femminili, aumenta parallelamente il numero delle scuole condotte da cooperative, associazioni, fondazioni espressione del laicato.

La scuola cattolica resta una parte importante e insostituibile del sistema educativo del Paese. A fronte di 7.878.661 studenti che frequentano gli istituti statali, gli alunni delle scuole paritarie sono 1.036.312, cioè il 13 per cento del totale del corpo scolastico; di questi ultimi, 702.997 sono alunni delle scuole cattoliche, vale a dire il 9 per cento complessivo. «La scuola cattolica pur rappresentando una minoranza del mondo scolastico, non è una cosa da poco, anzi è una minoranza qualificata e portatrice di un’importante e ricca tradizione educativa», ha detto Sergio Cicatelli, direttore del Centro studi scuola cattolica.

Nel corso del convegno, organizzato in occasione della sesta Giornata pedagogica della scuola cattolica promossa dalla Conferenza episcopale italiana, sono state prese in esame le principali problematiche del settore, in particolare il nuovo scenario posto in luce dal rapporto che, come detto, riguarda la diminuzione, dovuta spesso al calo delle vocazioni, dei gestori legati a ordini e a congregazioni religiose (che guidano tuttora circa il 70 per cento delle scuole cattoliche), e il contemporaneo aumento degli istituti condotti sotto varie forme da fedeli laici.

Un secondo scenario sul quale si è riflettuto concerne l’aumento del carico economico a fronte di una diminuzione del numero degli alunni. Fenomeno questo dovuto in parte al declino demografico, ma oggi anche alla crisi economica che distoglie le famiglie dall’iscrivere, anche se lo vorrebbero, i propri figli alle scuole cattoliche. Un terzo scenario, delineato dal vescovo di Anagni-Alatri, Lorenzo Loppa, presidente della Commissione per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, ha fatto emergere l’esigenza di una strategia di insieme da parte di tutti i protagonisti della scuola cattolica. In questo senso — ha detto il vescovo di Piacenza-Bobbio, Gianni Ambrosio, presidente del Consiglio nazionale della scuola cattolica — «i gestori delle scuole cattoliche e dei centri di formazione professionale di ispirazione cristiana sono i custodi del carisma educativo avviato dai fondatori delle rispettive congregazioni. Nei nostri tempi, in cui le forze di molte famiglie religiose sembrano ridursi, il testimone di questa impresa educativa è stato meritoriamente raccolto da tanti laici, che si impegnano a tenere vivo un carisma e a formare le nuove generazioni».

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1 Commenti

  1. francesco taddei says:

    alla fine degli anni ’90 c’erano manifestazioni a favore della parità scolastica (terreno sondato per la prima volta da berlinguer). oggi invece al massimo ci sono i voucher, che però non coprono interamente il costo della retta, quindi le scuole cattoliche non sono alla portata di tutti. vogliamo mantenere questa situazione per chi se la può permettere o chiedere la libertà e il diritto di sceglierci la scuola, anche cambiando la costituzione, che solo gli statalisti rossi considerano intoccabile? cosa ne pensa l’osservatore romano?

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