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Menichini (Europa): «Camusso in minoranza, in molti nel Pd vogliono la riforma dell’art. 18»

dicembre 20, 2011 Paola D'Antuono

Susanna Camusso non arretra sull’articolo 18 e il Pd è tra due fuochi: da una parte la Cgil, dall’altra il governo Monti. Il segretario Bersani tenta la mediazione, ma secondo il direttore de L’Europa Stefano Menichini «nel Pd in tanti la pensano come Ichino e considerano anacronistico l’art. 18»

Continua il braccio di ferro tra Susanna Camusso e il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Motivo dello scontro l’articolo 18, “intoccabile” per il segretario della Cgil, anacronistico e da modificare per il governo. Al centro di questa battaglia senza esclusione di colpi si colloca il Pd, nella persona di Pier Luigi Bersani, segretario del partito vicino al sindacato rappresentato dalla Camusso.

Secondo Stefano Menichini, direttore di Europa, il vero problema sta «nell’atteggiamento della Cgil della Camusso, che ormai si muove sempre più come partito che come sindacato e che in questi ultimi giorni, dichiarando un’opposizione frontale al governo Monti e in particolare alla Fornero, ha creato non poche difficoltà alla sinistra e al Pd. Come sappiamo il Partito democratico ha promosso un governo di transizione e ha appoggiato Monti».

Come si esce da questa situazione?
«Con la saggezza. Il governo ha imposto al paese sacrifici molto pesanti ma necessari, ogni schieramento politico sapeva che Monti avrebbe fatto il lavoro sporco. A questo punto dovrebbe aprirsi la fase successiva, una fase in cui dopo i sacrifici si lavora per far crescere il paese. Due sono le strade possibili: intervenire sulle liberalizzazioni e rendere la vita più facile ai cittadini in settori come il commercio, il consumo, i grandi servizi, e questa è la strada che il Pd vuole percorrere. Dall’altra parte, quella più difficile per la sinistra, c’è il problema di come rendere più semplice per le imprese assumere giovani e donne. Secondo il ministro Fornero si dovrebbe allargare il diritto e la tutela contro la licenziabilità per motivi politici, anche per le aziende con meno dipendenti, in cambio però di un maggiore diritto al licenziamento da parte delle imprese in difficoltà economiche. È importante ricordare però che i lavoratori non sarebbero abbandonati a loro stessi, ma avrebbero un sostegno di reddito da parte dello stato o delle imprese durante il loro periodo di disoccupazione. I sindacati non si fidano di questa riforma, che potrebbe rappresentare una rivoluzione. Di fatto però il mercato del lavoro attuale non funziona e non favorisce i giovani, è necessaria una risistemazione, ma la Camusso e alcuni esponenti del Pd non vogliano sentir parlare di questo argomento».

Però ci sono esponenti del Pd – primo fra tutti Pietro Ichino – che ritengono necessario riformare l’articolo 18.
«Ichino è stato il rompighiaccio, un uomo che per questa posizione paga anche personalmente, è costretto a girare con la scorta, ha subito moltissime minacce. Ma Ichino non è il solo all’interno del Pd, come lui la pensano non solo gli appartenenti all’ala riformista ma anche i vari Fioroni, Letta, Veltroni, insomma la maggioranza».

E il segretario Pier Luigi Bersani?
«È una persona pragmatica, ha il pregio di non attaccarsi all’ideologia. Il messaggio che ha lanciato è quello di mantenere la calma, digerire i sacrifici richiesti e cominciare a parlare di tutto, senza tabù e preclusioni. Il governo deve ascoltare i sindacati e in seguito cominciare a lavorare alle cose più praticabili e più positive per i lavoratori, come le liberalizzazioni a cui possono opporsi solo i forti potentati presenti in Italia».

Più incisivo sembra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
«Il capo dello Stato è stato sicuramente il motore di tutta la situazione attuale, ha aperto il paracadute quando il governo Berlusconi non è stato più in grado di mandare avanti il paese, nel tentativo di avviare un processo di riforme necessarie per l’Italia. Napolitano gode in questo momento di una popolarità immensa anche all’estero, non può fare politica attivamente ma garantisce per Monti ed è convinto che questa sia la strada giusta da seguire. Dal canto suo il Pd è un po’ condizionato da quello che il presidente della Repubblica chiede di fare: c’è una dialettica continua, un po’ sotterranea ma sicuramente importante».

Ascolta l’intervista integrale
[podcast pid=140/]

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1 Commenti

  1. atchir scrive:

    La Spagna giovane democrazia, spesso guardata con un po’ di sufficienza qui da noi, attraversato gli otto anni del populismo zapateriano che spesso abbiamo irriso, ci sta dando una bella lezione di maturità. Se una società si dà delle regole (quelle democratiche per l’appunto) le rispetta soprattutto nei momenti difficili (non le mette tra parentesi) e ha fiducia nelle sue componenti. Così ha dato la parola agli elettori, ha nominato un governo deciso dal popolo e la realtà l’ha premiata (miss Spread!) e certo la premierà (la manovra approvata infatti non ha gli aspetti recessivi della nostra e finiremo con l’essere nuovamente superati nella classifica dei paesi industrializzati). Noi invece prigionieri della mentalità totalitaria e dirigistica degli esponenti delle nostre istituzioni (d’altro canto le origini non si possono rinnegare facilmente e il retroterra di un Napolitano o di un Fini alla lunga vengono a galla), del primato dato agli “Ottimati” e del disprezzo del popolo (così massonico e anticattolico) dobbiamo subire come sudditi non solo le manovre (perchè è già chiaro che questa è solo la prima), ma anche i predicozzi!!! Che immensa tristezza!!!

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