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Lo Swansea vola con Michu e Routledge. E con le giovani gambe del 48enne Laudrup

novembre 29, 2012 Emmanuele Michela

Alzi la mano chi lo scorso agosto pronosticava che lo Swansea a fine novembre arrivava con 20 punti in classifica? Io no, personalmente. Le partenze di Allen, Sinclair, Sigurdsson e dello scacchista Brendan Rodgers parevano incolmabili per la Cenerentola gallese, arrivata a sorpresa 12 mesi prima in Premier vincendo i play-off di Championship. Invece le […]

Alzi la mano chi lo scorso agosto pronosticava che lo Swansea a fine novembre arrivava con 20 punti in classifica? Io no, personalmente. Le partenze di Allen, Sinclair, Sigurdsson e dello scacchista Brendan Rodgers parevano incolmabili per la Cenerentola gallese, arrivata a sorpresa 12 mesi prima in Premier vincendo i play-off di Championship. Invece le zone calde della classifica stanno lì, poco più avanti, se i Jacks allungassero le mani potrebbero addirittura toccarle con un dito. E col bel primo tempo messo in mostra ieri al Liberty Stadium hanno silenziosamente riportato sulla terra quella che fino ad adesso era stata la vera sorpresa della Premier, il WBA.

AMBIZIONI ALLA PROVA EMIRATES. Sabato sarà il giorno in cui si capirà dove può arrivare lo Swansea, che volerà in casa dell’Arsenal, club che lo Swans insegue con un punto di ritardo. Nel frattempo però, un’occhiata allo stato di forma del club gallese permette di dare il giusto peso al grande lavoro svolto dal suo tecnico, il mitico Michael Laudrup. «Non è frequente per un allenatore potersi sedere e divertirsi nel vedere la tua squadra giocare. I primi 45 minuti sono stati eccezionali, tutti gli 11 giocatori hanno giocato un calcio da uno-due tocchi». Come dargli torto? I gallesi giocano bene, sono una squadra maschia che fa della concretezza la sua arma migliore (minima la differenza tra reti fatte e subite), sono pericolosi davanti coi guizzi di Dyer, Hernandez e Routledge (ieri per la prima volta tutti e tre in campo insieme), per poi puntare in attacco sulle reti di Michu, punta spagnola 26enne rivelazione gustosa, arrivato per poco più di due milioni dal Rayo Vallecano e in gol già 8 volte.

ALLE SPALLE UNA CARRIERA COI FIOCCHI. Era la prova che serviva a mister Laudrup, in cerca del grande lancio tra le panchine dopo una carriera con le scarpette ai piedi che stellare è dire poco. 8 titoli nazionali in tre nazioni diverse, 1 Coppa Campioni, 1 Intercontinentale, 1 Supercoppa Uefa e gli applausi da tutti i grandi del calcio. Non frasi a caso, ma riconoscimenti autorevoli, specie se a dirle sono gente come Platini («Uno dei migliori talenti di sempre. Il migliore al mondo sul campo d’allenamento, anche se non ha mai usato tutto il suo talento appieno durante le partite»), Guardiola («Il miglior giocatore al mondo, non posso credere non abbia mai vinto il titolo da migliore giocatore»), Iniesta («Il miglior giocatore della storia? Laudrup»), insomma non il primo invasato che passa sotto il Liberty Stadium.

UNA SFIDA CONTRO LA PROPRIA OMBRA. È qui che Michael sta tentando di sfondare, facendo vedere che, più di un grande nome, Laudrup significa vincere, anche in panchina. Tante volte per questi tecnici giovani dal passato calcistico glorioso la vita in panchina è più una sfida contro la propria ombra, contro le grandi aspettative che il pubblico ha verso di loro, mai dimentico dei loro numeri in campo. «Se giocava così 20 anni fa, chissà quanto ci farà sognare ora da tecnico», sembra di leggere sui volti dei tanti presenti allo stadio. Laudrup è un campione, sa che il talento che l’ha reso celebre è un’arma da sfruttare, e al tempo stesso un potenziale da re-inventarsi ogni volta, pena il rischio di rimanere schiavo di schemi, movimenti e fama vecchi di due decenni.

«È ANCORA IL MIGLIORE». Il ciuffo con cui ora si presenta in sala stampa sventola elegante come 20 anni fa, le sue gambe, dicono, sanno ancora dimostrare potenza e velocità: «È ancora il migliore ad allenarsi, sebbene abbia 48 anni», è la sentenza di Alan Tate, difensore del suo Swansea. L’animo giovane al danese non manca. Ma in Galles è arrivato per farlo maturare, dargli l’esperienza giusta che serve per guidare una squadra nel migliore dei modi. E il campo sta rispondendo bene. Succederà anche all’Emirates Stadium sabato prossimo?

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