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La Foxconn in Cina aumenta gli stipendi? Solo in teoria e non per merito dei giornali

febbraio 22, 2012 Leone Grotti

Una delle fabbriche taiwanesi che costruiscono iPhone e iPad di stanza a Shenzen aumenta il salario minimo fino a 1.800 yuan al mese (203 euro). Ma, al contrario di quanto hanno scritto molti, non è merito del reportage del New York Times, bensì delle proteste dei lavoratori e delle regole comunali. Che comunque l’azienda riesce ad eludere.

La Foxconn, azienda taiwanese che produce iPhone e iPad in Cina, famigerata per l’altissimo numero di suicidi che si sono verificati nel 2010 e 2011 nei suoi stabilimenti, ha alzato gli stipendi del 25% ai suoi dipendenti. In molti hanno detto che la causa degli aumenti nella fabbrica di Shenzhen sarebbe la recente inchiesta condotta dal New York Times, che ha scritto in quali condizioni lavorano gli operai all’interno delle fabbriche: turni lunghissimi, fino a 14 ore, straordinari spesso non pagati, paghe da fame e metodi di lavoro che rasentano la schiavitù. Agli operai è concesso andare al bagno solo una volta al giorno, non possono parlare tra di loro durante i turni ed è vietato rispondere alle critiche e alle umiliazioni dei superiori.

Se l’aumento annunciato venerdì scorso a Taipei è una buona notizia, il vero motivo per cui è stato accordato ai lavoratori non è certo il potere della stampa internazionale, che non influisce affatto sulle decisioni che vengono prese in Cina. Gli aumenti seguono invece la decisione da parte dell’autorità municipale di Shenzhen di aumentare il salario minimo nella città di circa il 13 per cento, seguendo un trend che in tutto il paese comunista è in atto già da un anno a questa parte. Lo stipendio mensile di un operaio Foxconn, in una delle città più care delle Cina, è ora di 1.800 yuan al mese (circa 203 euro), 300 yuan al mese in più rispetto a prima. A Pechino, ad esempio, i salari sono aumentati in un anno da 800 a 1.150 yuan, a Shanghai da 900 a 1.300.

L’aumento non è però automatico. Come riporta il China labour bullettin – ong fondata da due leader di piazza Tiananmen che monitora la situazione dei lavoratori in Cina – il salario base aumenta se l’operaio supera l’esame di produttività della compagnia, che però la Foxconn impedisce spesso di fare assumendo un operaio per sei mesi e trasferendolo poi in un altro stabilimento. Ma il processo che ha toccato lo stabilimento Foxconn a Shenzhen, potrebbe toccare anche altre fabbriche. A Yantai, ad esempio, gli operai già guadagnano mediamente 2.500 yuan al mese.

La Foxconn, insomma, per quanto cerchi di impedirlo in molti modi, sarà costretta nel tempo ad aumentare gli stipendi mano a mano che le diverse municipalità cinesi interverranno per garantire condizioni sempre più vivibili ai lavoratori. Se lo faranno non è però per un’inchiesta del New York Times, ma per le oltre 30 mila rivolte legate al lavoro che nel solo 2009 si sono verificate in Cina. I casi portati davanti a un giudice per problemi legati alla retribuzione sono stati, nel solo 2010, più di un milione e 264 mila. Non è quindi un articolo di giornale che ha convinto ad aumentare lo stipendio dei suoi lavoratori il capo della Foxconn Terry Gou, uno che alla festa di fine anno dell’azienda aveva dichiarato: «Mi vengono di quei mal di testa dovendo dirigere ogni giorno un milione di animali». Cioè gli operai.
twitter: @LeoneGrotti

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