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Il missionario cambogiano ai terremotati in Emilia: «Trema la terra, non il Cielo»

giugno 16, 2012 Daniele Ciacci

Padre Alberto Caccaro, direttore del Pime, parla ai terremotati della sua esperienza in Cambogia. Dove ha tradotto “Il senso religioso”, fondato un ostello e alcune scuole. «Educare significa indicare una strada».

«Io sono prete dal ’95. Sono nato nel ’68 a Somma Lombardo, in provincia di Varese. Fino al 2000 sono stato a Milano, poi in Cambogia. Non l’ho scelta io, ma ero ugualmente contento». A parlare è padre Alberto Caccaro, direttore del Centro Missionario Pime, che oggi sarà ospite a “La festa più pazza del mondo”, nel campo di via Posta a Mirandola. Dice a tempi.it: «Era il 2001, e lì la situazione sociale ed ecclesiale era ancora un po’ incerta. Le tre diocesi procedevano per tentativi, con pochi preti. Quindi, quando ci hanno dislocato, io fui inviato nella diocesi di Kompong Cham, la più scassata».

Com’è stato inserirsi in un luogo così distante?
Ci ho messo tre anni a imparare la lingua. Alla fine, fui inviato a Prey Veng. Lì non esisteva alcuna chiesa, e io ero il primo prete cattolico. Gli abitanti sapevano chi fosse Gesù dalle testimonianze di molte sette protestanti, che lì fecero proselitismo. Ma la differenza fra Chiesa cattolica e protestante è evidente nella figura del prete. Nessuno mi credeva quando mi chiedevano se fossi sposato, o che prendevo uno stipendio misero per vivere con loro in quell’angolo sperduto di mondo. Erano queste le uniche ragioni che riuscivano a darsi. Io, allora, ho vissuto con loro.

Come è iniziata la sua missione?
Dopo alcuni mesi in affitto, ho comprato delle proprietà da cui è nato un ostello. In un contesto rurale, così profondamente lontano da qualsiasi traccia di cristianesimo, mi sono dovuto “inventare” una missione. Quindi, sono partito dai bisogni più immediati: l’assistenza ai malati e ai giovani, che spesso si rivolgevano a me perché volevano cercare una strada nuova per la loro vita. Sa, essere un prete occidentale in un mondo così lontano, faceva di me una calamita per la loro attenzione. Ero un marziano.

Cosa facevi a Prey Veng?
Visitavo villaggi molto lontani da dove risiedevo. In moto o in bicicletta, spesso prendevo strade sterrate senza sapere dove portassero. Così, ho condiviso con la gente i loro problemi. Tra i quali l’educazione. Ho costruito due scuole elementari per il governo cambogiano. Il sistema educativo è molto povero e semplice, e il governo attua una strategia di controllo limitando i salari – e, di conseguenza, le potenzialità – degli insegnanti. Nella mia provincia c’erano soltanto 25 scuole superiori, e meno di un centinaio di scuole medie. Allora, raccolsi un gruppo di ragazzi e li ospitai perché potessero continuare gli studi in un ambiente più vicino alla scuola. E nacque l’ostello.

E delle scuole…
Mi sono accorto che, quando costruivo le scuole per il governo, mancava qualcosa. Non bastano le mura di una struttura perché ci sia una vera esperienza educativa. Così, con Hong, un ragazzo che ho ospitato, ho tradotto in cambogiano Il rischio educativo di don Luigi Giussani. Perché è inutile dare a un ragazzo un’educazione, se poi non gli indichi una strada. Non serve soltanto un apprendimento nozionistico, ma è necessario cogliere “il sapore massimo di ogni parola”, perché in qualche modo il “sapere” diventi un “sapore” alla vita.

Era solo?
I primi tempi, sì. Solo dopo qualche anno sono venute due suore cambogiane. La solitudine è stata molto importante, perché mi obbligava a una continua memoria delle ragioni che mi spingevano lì. Spessissimo, ho celebrato da solo l’Eucarestia. Mi sono interrogato sull’Eucarestia perché, in alcuni giorni, era l’unico segno che mi veniva dato per riconoscere Cristo. Era l’inizio. Si cominciava tutto da zero. È da lì che ha preso piede l’ipotesi di creare una nostra scuola, cattolica, dove l’educazione fosse rimessa al centro delle nostre preoccupazioni.

Un episodio che le è rimasto nel cuore?
Ai miei ragazzi ho fatto vedere Into the wild. Verso la fine della pellicola, il protagonista del film di Sean Penn, prima di morire, riprende una frase di Boris Pasternak, dal Dottor Zivago: «Chiamare ciascuna cosa con il suo proprio nome». Il desidero di verità muove ogni nostro tentativo umano. In questo, trovavo aiuto anche nel buddismo, la religione che i cambogiani conoscono. Il buddismo esalta il presente. Il passato non c’è più, il futuro non è ancora. Quindi, sii veramente te stesso nel presente. Il desiderio che tutti abbiamo in cuore è di uscire da un mondo di finzione per ripartire dal proprio desiderio, per costruire una vita vera.

Cosa dirà ai terremotati di Mirandola?
Che non c’è giornata in cui non si riparta. E gli racconterò la mia esperienza in Cambogia. Qualsiasi ragionamento, parola o sovrastruttura che avessi già preconfezionato, non resisteva all’impatto di un mondo così estraneo. L’uomo ha bisogno di tempo per capire che qual è la via. I tempi di Dio non sono i nostri, le strade di Dio non sono le nostre. È saperlo è pacificante, perché non esiste più alcuna ansia da prestazione. La cosa più importante è uno sguardo che impreziosisce. Bisogna imparare a guardare e, laddove si posa lo sguardo, essere capaci di cogliere il bello. E ripartire. Trema la terra, ma non trema il Cielo.

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