«Il mio Dio è più potente dei vostri spiriti. Così è nata la missione in Cambogia»

Intervista a Mario Ghezzi, direttore del centro Pime di Milano, per 20 anni missionario in Cambogia: «Contro la crisi delle vocazioni bisogna proporre l’incontro con Cristo. Non c’è contrapposizione tra Vangelo e culture locali. Il proselitismo? Non vedo questa tentazione»

chiesa cambogia

tratto dall’Osservatore Romano – Da Cinisello Balsamo alla Cambogia e ritorno, nella diocesi ambrosiana, per dirigere il centro del Pontificio istituto missioni estere (Pime), che sostiene il lavoro dei missionari nel mondo, attraverso raccolta di fondi e una vivace attività culturale. Questo il percorso di Mario Ghezzi, sacerdote. Vent’anni, appena ordinato prete, a raccogliere tracce seminate in anni lontani, vent’anni per ricucire una storia di Chiesa falciata dalle persecuzioni e dalla propaganda. Vent’anni per sentirsi a casa, in un Paese che ancora balena alla mente solo per qualche film americano di eroi in mimetica.

Si è chiuso il mese di ottobre, dedicato nella Chiesa alle sue missioni: un compito per tutti i cristiani, essere chiamati, e dunque “mandati”, ma per alcuni una vocazione più forte a lasciare tutto e spingersi tra popoli lontani, geograficamente e culturalmente. Potrebbe non essere necessario, in una realtà globalizzata, dove tutto arriva e può essere recepito attraverso la tecnologia, e quando la fede sembra faticare a uscire dall’intimismo, a proporsi come risposta di verità alle domande dell’uomo.
Sulla missione Papa Francesco richiama sempre al nostro battesimo, che impegna tutti all’annuncio del Vangelo. I cristiani sono in uno stato missionario perenne, ovunque essi siano. La missione è la vita della Chiesa, non un accessorio o una pratica per addetti ai lavori. Anche in Europa e in Italia è necessaria: la scristianizzazione avanza, e l’essenza della Chiesa è ancora e sempre l’annuncio a chi è lontano.

L’acronimo Pime nasconde il primo aggettivo, Pontificio: cosa significa?
Nel 1926 Pio XI decise di unire il seminario lombardo per le missioni estere e il seminario romano dei Santi Apostoli Pietro e Paolo In un unico istituto. Non c’è un legame giuridico col Pontefice, ma affettivo, e mediato dalla Pontificia Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.

Anche voi soffrite un calo di vocazioni che pare inarrestabile per tutti gli istituti religiosi?
Il nostro seminario teologico ha oggi più di 50 seminaristi, provenienti da diversi Paesi. Il fatto che solo due siano italiani mostra da una parte la crisi, e dall’altra — poiché crisi significa giudizio — la chiamata ad una testimonianza più viva nella nostra realtà vicina. Tuttavia il cammino di discernimento che quest’anno abbiamo proposto è stato accolto da dodici ragazzi e ragazze, da cui preghiamo possa scaturire qualche vocazione.

Eppure la diocesi di Milano ha una lunga e fertile tradizione missionaria.
Gloriosa, direi: ma il mondo occidentale vive dappertutto le stesse dinamiche, e non ci scandalizza né ci deprime un calo numerico, semmai diventa domanda su cosa proponiamo, come lo proponiamo. Ciò che può spingere un giovane a diventare missionario, o anche sacerdote, è l’incontro con Cristo vissuto nella bellezza, nella pienezza di un abbraccio, così da non desiderare altro che condividerlo. Il grande ideale di far conoscere questo tesoro può ancora far breccia nel cuore dell’uomo.

La generosità è la cifra di una gioventù educata e sana, non solo di una gioventù cristiana. Basta desiderare di essere utili, di sostenere opere buone per diventare missionari?
Sarebbe una scelta troppo riduttiva e limitante. Ci vuole una motivazione profonda e seria, che solo la fede, cioè un rapporto con Cristo, può dare. Perché la miglior volontà non regge il tempo e le distrazioni. Semmai riscontro una fatica nella Chiesa a intercettare i bisogni dei giovani che sono cambiati dalle generazioni precedenti. Una Chiesa strutturata come la nostra non riesce anche come linguaggio a rispondere alle provocazioni che rappresentano. I ragazzi non chiedono cose da fare, ma la verità del Vangelo e la bellezza di Cristo e la chiedono a me sacerdote, come a te, nella pienezza della nostra umanità.

Perché sei diventato missionario?
Non perché lo volessi: facevo tutt’altro, lavoravo, avevo una ragazza, pensavo a una famiglia. Sono stato strappato da questo mio piano in un momento di preghiera nella mia parrocchia, nel quale ho capito che il Signore mi stava chiedendo qualcosa di diverso. Sognavo spesso una spiaggia esotica, con le palme, e non capivo cosa significasse. Era l’indicazione a lasciare il mio paese. Ritrovai la stessa spiaggia, reale, vent’anni dopo, in una gita su un’isola col consiglio pastorale in Cambogia. Voltandomi spalle al mare rimasi folgorato dalla stessa visione che tante volte avevo sognato, una conferma a distanza di tanto tempo della mia vocazione.

Nel Sinodo sull’Amazzonia si è parlato di evangelizzazione e si è richiamato costantemente al rispetto delle culture autoctone: come stanno insieme le due cose?
Non c’è alcuna contrapposizione: il Vangelo non schiaccia la cultura degli uomini, la fa fiorire. Non limita mai l’uomo e quel che pensa, produce e crea. In passato ci sono state rigidità e durezze, per esempio nella liturgia, nella proposta della fede con modalità troppo occidentali, ma la Chiesa e le comunità hanno superato da tempo questa ristrettezza di sguardo. È vero poi che la Chiesa è cattolica e universale, e molti cattolici di Paesi asiatici, ad esempio, non vogliono affatto che la liturgia venga cambiata, perché ritengono che questo rappresenti una distanza dalla cattolicità che ha il suo cuore a Roma, le sue radici in Europa.

Il rischio del proselitismo è ancora una tentazione per i missionari?
Non credo che questa tentazione sia reale e contemporanea, almeno non per la mia esperienza. Intendiamoci, l’azione dell’uomo non è mai così pura, e tocca fare attenzione al rischio. Ma ricordo che ai catecumeni che incontriamo nelle nostre missioni viene chiesto un cammino di tre anni, di studio ed esperienza.

Come si porta la parola di Dio in un Paese come la Cambogia, ferito da anni di dittatura atea comunista e con una cultura così diversa dalla nostra?
Non ci sono strategie, né piani pastorali che funzionino. Funziona, a mio parere, portarsi Cristo dentro, tenerselo stretto e condividerlo attraverso l’incontro, l’ascolto, l’amicizia, tessendo relazioni. I miei ultimi anni in Cambogia li ho passati in una cittadina dove il cristianesimo, e i missionari, non erano mai stati presenti. Sono partito dai bambini perché frequentavano il cortile di casa mia ogni volta che aprivo il cancello, per giocare e mangiare i manghi dagli alberi che abbellivano il giardino.

Il giardino, non la casa, abitata dagli spiriti…
Sì, nessuno la voleva comprare perché aveva ospitato un assassino, e si temeva che gli spiriti delle sue vittime la infestassero. Ma io ho spiegato loro che il mio Dio è più potente di tutti gli spiriti cattivi, e per questo io non avevo paura. Abbiamo creato una specie di oratorio laico per intrattenere il loro tempo libero: a me interessava non diventare un bravo animatore ma che attraverso di me capissero l’amore di Dio per ciascuno di loro. Indirettamente l’hanno intuito i loro genitori, che dopo un anno di iniziale diffidenza, vedendo il bene che i loro bambini ricevevano mi hanno chiesto di aprirne uno solo per i più piccoli. Così è nata la comunità cristiana.

Sono più aperti loro, così distanti, di noi, così privilegiati dalla storia eppure avvolti nel manto dell’indifferenza verso Dio?
Siamo in missione in Cambogia come nei nostri Paesi. L’uomo si apre a Cristo quando dà ascolto al proprio cuore e alle sue domande più profonde, quelle che gridano il senso delle cose. E in Asia o in Europa il cuore dell’uomo è lo stesso. Il problema è che sia là che qua siamo anestetizzati dal quel che facciamo, rivolti a desideri piccini che non compiono la nostra vita, e meno disposti all’ascolto, allo stupore. Gesù si comunica ai cercatori, e a chi sa stupirsi di lui, come i bambini.