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«Il Medio Oriente senza cristiani perderebbe la sua anima»

luglio 3, 2014 Carlo Torregiani

«Il califfato significherebbe gravi attacchi e crimini come quelli in Siria: violenze, omicidi, stupri, imposizione di tributi ai non musulmani». Intervista a Massimo Ilardo, direttore di “Aiuto alla Chiesa che soffre” in Italia

Nel corso delle ultime settimane l’assetto geopolitico del Medio Oriente è stato profondamente sconvolto. All’interno dei territori riuniti sotto il neonato califfato islamico, i cristiani si trovano in una situazione di crescente difficoltà: la persecuzione spinge moltissimi a fuggire dalle proprie case per trovare rifugio nella piana di Ninive. Cosa sta accadendo? Quali sono le prospettive future di un territorio martoriato dalla guerra? A spiegarlo a tempi.it è Massimo Ilardo, direttore di “Aiuto alla Chiesa che soffre” in Italia.

Qual è l’attuale situazione della regione all’interno della quale si trovano le città di Mosul, Erbil e Qaraqosh? In che condizioni si trovano i cristiani presenti in queste zone?
Al momento la situazione ad Erbil è piuttosto tranquilla rispetto a quella delle altre zone. C’è però una grave emergenza rifugiati, dal momento che le migliaia di iracheni che hanno abbandonato le zone invase dall’Isis e, in special modo, i cristiani, si sono diretti per lo più nel Kurdistan iracheno, di cui Erbil è capoluogo. Mosul è invece ancora in mano ad Isis. Quasi tutti i cristiani hanno lasciato la città nella notte tra il 9 e il 10 giugno e in pochissimi vi hanno fatto ritorno. Da Qataqosh invece molti cristiani sono fuggiti qualche giorno fa a causa degli scontri tra curdi e sunniti, e solo alcuni sono ritornati.

Come è andato e qual è stato l’esito del sinodo della Chiesa caldea che si è concluso proprio negli scorsi giorni? Quali aspetti sono stati affrontati e in quale modo?
Sicuramente è stato un sinodo travagliato. Infatti si è svolto ad Erbil e non a Bagdad come programmato a causa della tragica situazione in corso. L’invasione di Isis è stato l’argomento principale. I vescovi hanno discusso di come far fronte all’emergenza rifugiati. Ovviamente la situazione dei cristiani e il possibile esodo di altri fedeli destano grandi preoccupazione alla Chiesa irachena.

iraq-divisione-stati-kurdistan-sunniti-sciitiQuali sono le conseguenze e quali i pericoli che la nascita del califfato comporta?
La presenza del califfato significherebbe una maggiore discriminazione per i cristiani e la possibilità di gravi attacchi e crimini come quelli di cui Isis si è già macchiato in Siria: violenze, omicidi, stupri, imposizione di tributi ai non musulmani. Ovviamente ciò si tradurrebbe in un maggior numero di cristiani che abbandonano il paese.

Per quanto riguarda l’ipotetica tripartizione dell’Iraq in stato sciita, sunnita e in stato curdo indipendente, invece, cosa pensa?
Penso che la parcellizzazione dello stato non sia la soluzione. Specie per i cristiani, che sarebbero comunque una minoranza in difficoltà in ognuna delle tre parti.

Come commenta la dichiarazione del patriarca Louis Raphael Sako relativa al disinteressse dell’Occidente nei confronti della crisi irachena? In che modo dovrebbe reagire l’Occidente? Che cosa si può realmente fare?
Donare aiuti, in primis, per far fronte alle necessità della popolazione e pregare per questo martoriato paese. E poi mantenere i riflettori sempre accesi; quello iracheno è un dramma che va avanti da 11 anni, eppure negli ultimi tempi noi di “Aiuto alla Chiesa che soffre” eravamo tra i pochi a parlarne. Non possiamo dimenticarci di lunghe e dolorose tragedie ogni volta che l’attenzione mediatica si sposta in altri luoghi.

iraq-siria-califfato-tempi-copertinaQuello della scomparsa dei cristiani in Iraq e nel Medio Oriente, come dice Sako, è un pericolo sempre più concreto; che conseguenze avrebbe per il Medio Oriente, per tutta la Chiesa e per noi occidentali tale scomparsa? Qual è il valore della presenza cristiana in questi luoghi?
La testimonianza cristiana in Medio Oriente è essenziale per l’intera comunità cristiana. Inoltre in un’area così densa di conflitti, i cristiani sono gli unici a poter fungere da mediatori e costruttori di pace. Il Medio Oriente senza cristiani perderebbe la sua anima.

In che modo “Aiuto alla Chiesa che soffre” sta operando all’interno di questa regione? Come verranno utilizzati i fondi inviati pochi giorni fa alla diocesi di Mosul?
Noi sosteniamo la Chiesa irachena dal 1983 e negli ultimi 5 anni abbiamo donato oltre 2,4 milioni di euro alla Chiesa irachena. Gli ultimi 100 mila euro donati all’arcidiocesi caldea serviranno per fornire viveri e beni di prima necessità a 1000 famiglie rifugiate nella piana di Ninive, a Nord di Mosul.

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