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«Il finanziamento ai partiti è necessario per il bene della democrazia»

aprile 18, 2012 Chiara Rizzo

Intervista a Emanuele Macaluso, ex direttore del Riformista e parlamentare del Pci: «Il problema è che oggi i partiti non hanno più ideali e programmi, i militanti non sono più disposti a finanziarli. Ma i partiti sono anche il luogo in cui si forma la volontà popolare, devono esistere ed essere sostenuti economicamente».

Fondi ai partiti: il tema del finanziamento pubblico è rovente in queste ore. Secondo Emanuele Macaluso, ex direttore de Il Riformista e parlamentare di lungo corso nelle file del Pci (dal 1963 al 1992), la parola d’ordine è una: «Sobrietà. Ma i fondi servono: non si può lasciare spazio all’antipolitica, i partiti sono la base della democrazia».

Cosa ne pensa dell’appello lanciato da Alfano-Bersani-Casini: «Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici ai partiti sarebbe un errore drammatico»?
Sono d’accordo. Il vero problema è semmai limitarli, definirli meglio e legarli al controllo delle spese effettivamente fatte. In tutto il mondo il finanziamento ai partiti esiste, soprattutto in Europa. L’antipolitica che vediamo oggi così forte e che chiede la testa dei politici non è nata dal nulla, ma è frutto di un logoramento di anni. E non risale nemmeno al ’92-’93, anche allora era il risultato di una situazione che si perpetrava da decenni. Oggi però c’è l’aggravante di una condizione economica e sociale molto pesante: se lo Stato tocca anche i pensionati, allora tocca pure ai partiti fare dei sacrifici.

A cosa serve quindi il finanziamento?
La politica, le istituzioni e le campagne elettorali hanno costi. Non si può eliminare il finanziamento, potremmo incorrere nel rischio di una lobbizzazione dei partiti. Il problema è a monte: cosa sono i partiti oggi? A mio parere, sono diventati degli aggregati politico-elettorati. A destra lo sono stati con il partito creato a immagine e somiglianza di un milionario, a sinistra con uno snaturamento del partito stesso, visto che il Pd non ha una identità propria ma nasce dalla fusione di due culture, democristiana e comunista, con valori opposti. Invece è la visione politico-culturale chiara e l’immedesimazione nei valori del partito che spinge il militante a contribuire alle spese. Il partito comunista, in cui ho lungamente militato, aveva finanziamenti extra, ma anche una tradizione fortissima di autofinanziamento: pagavano i parlamentari e i militanti. Oggi sarebbe impensabile, perché si è persa l’adesione al programma, all’idea. Sono aumentate invece le indennità ai manager pubblici, anche di enti regionali o comunali, in parlamento si sono moltiplicate le commissioni, i portaborse, i segretari, le scorte. Bisogna tornare alla sobrietà, la responsabilità dell’antipolitica sta proprio nei partiti che hanno consentito questo slabbramento.

Il problema dei finanziamenti pubblici è una vecchia storia: il Pci prima che dei fondi dei militanti, viveva con quelli passati dall’Urss.
Solo fino al ’75.

Successivamente, però, le indagini sulla maxitangente Enimont arrivarono anche a Botteghe oscure. Nel ’92-’93 tutte le forze politiche contavano su fondi che non erano quelli dei militanti?
So benissimo che ci sono state contribuzioni extra per i partiti, ma la maggior parte dei fondi veniva dall’autofinanziamento.

Poi il referendum indetto dai radicali: anziché risolvere il problema del finanziamento ai partiti, si scelse di “cancellarlo”. Fu un errore?
Sì. Di fatto dopo il referendum del ’93 il finanziamento diretto è stato cancellato, ma è stato sostituito dall’attuale legge per il finanziamento delle campagne elettorali. È peggio il sistema attuale perché si è perso il rendiconto delle spese. Basti pensare a quello che è successo in questi vent’anni: ha cominciato Antonio Di Pietro, che ora fa il moralista sui finanziamenti ai partiti, con le cause ai suoi soci proprio per l’uso dei fondi pubblici. Ripeto, il finanziamento serve, ma va limitato e controllato.

Cosa pensa del monito di Giorgio Napolitano: «Bisogna estirpare il marcio, ma non demonizzare i partiti»?
I partiti devono esistere. La democrazia senza partiti non esiste, perché non ci sarebbe la dialettica. Come dice la Costituzione, i partiti concorrono alla formazione della volontà popolare e quindi alle decisioni dello Stato. È chiaro che attaccare i partiti significa attaccare e far morire la democrazia. Il punto è estirpare il male, certo, ma senza buttare il bambino con l’acqua sporca.

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