Riforma costituzionale. Quagliariello: «Al referendum è saggio dire no. Con Renzi la maionese è impazzita»

Intervista al senatore Gaetano Quagliariello, che oggi presenta il libro: “Perché è saggio dire No”. Critiche a Ncd: «Fallita l’ipotesi di una forza liberale cristiana e moderata alleata a Renzi e al Pd»

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«Abbiamo diviso il paese in due sulle regole, abbiamo messo al bando i princìpi. Per questo è saggio dire “no” al referendum di ottobre». Così il senatore ed ex ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello a tempi.it nel giorno dell’uscita del suo Perché è saggio dire No – La vera storia di una riforma che ha “cambiato verso”, scritto a quattro mani insieme a Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale. Da Enrico Letta a Matteo Renzi, dalla diaspora del centrodestra al patto del Nazareno, tra analisi critiche e inediti retroscena il volume edito da Rubbettino, che sarà presentato oggi alle 17.45 presso la Galleria Sordi a Roma, ripercorre senza filtri e attraverso un serrato dialogo tra i due giuristi, la storia delle riforme in questa tormentata legislatura.

Senatore Quagliariello, perché è saggio dire “no” e perché due “saggi” del presidente Napolitano, pur muovendo da visioni politiche diverse, si ritrovano oggi a condividere lo stesso fronte?
Perché stiamo parlando del cambio della legge fondamentale del nostro paese e quando si cambia la Costituzione è essenziale tenere conto di problemi di merito e di metodo. Dal punto di vista del merito questa proposta lascia perplessi su molti punti. Dal punto di vista del metodo, considerata insieme alla legge elettorale, ha l’effetto di spaccare il paese in due e facilita, anziché rendere più difficili, i salti nel buio. Eravamo partiti con i cosiddetti “saggi” da un’ipotesi opposta: rafforzare la questione nazionale scrivendo le regole insieme e dare tempo alle parti politiche di rinnovare i propri princìpi e di adattarli alle sfide complesse che ci attendono. Ora siamo in prossimità dell’arrivo e l’esito è assolutamente opposto: abbiamo diviso il paese in due sulle regole, abbiamo messo al bando i princìpi. Si va avanti per trasformismi successivi. Per questo è saggio dire “no”.

Come e quando le riforme hanno “cambiato verso”?
Io credo che il cambiamento sia stato determinato da svolte successive. La prima è stata la fuoriuscita di Forza Italia dalla maggioranza di unità nazionale. La seconda è stata la cruenta sostituzione di Letta con Renzi alla testa dell’esecutivo. La terza, e forse più importante, è stata il tradimento del patto del Nazareno, quando per eleggere il presidente della Repubblica si è creata una maggioranza diversa da quella di governo e quella alle prese con le riforme. Lì la maionese è impazzita definitivamente. Da lì in poi si è proceduto su un piano inclinato: o la mia proposta o il diluvio. È stato impossibile qualsiasi ipotesi di miglioramento della riforma. Tutto ciò al netto di una legge elettorale imposta con la fiducia per evitare che fosse discussa insieme alle riforme e coordinata con questa.

Il senatore Renato Schifani si è dimesso dalla carica di capogruppo di Area Popolare, in aperta polemica con la linea del Nuovo centrodestra voluta da Angelino Alfano. Cosa sta accadendo dentro il gruppo dove aumentano i malpancisti, da Sacconi a Formigoni, da Azzollini a Bilardi?
Per andare al nocciolo del problema: è fallita l’ipotesi di una forza liberale cristiana e moderata alleata a Renzi e al Pd. Non è questo il progetto per il quale Ncd era nato. Il suo nome lo testimonia.  Ma anche nel caso si fosse voluta cambiare la ragione sociale, questo progetto si sarebbe rivelato antitetico con Renzi, che non vuole avere alleati autonomi e ancora meno vuole che qualcuno dei suoi alleati possa ambire ad essere il centro.

Quali opzioni vede ora per il centrodestra?
Bisogna sapere con quali regole si giocherà la partita. Oggi non lo sappiamo perché il “no” può vincere. E questo metterebbe in dubbio anche una pessima legge elettorale. Credo però ci siano tutte le possibilità affinché si creino due componenti nel centrodestra – una radicale e una liberale – che facciano uno sforzo per trovare una sintesi in un programma di governo e si diano delle regole affinché le scelte sulle persone siano il frutto di processi codificati e non atti di prepotenza.

Foto Ansa

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