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Riaperto il processo di Hrant Dink, il giornalista armeno ucciso in misteriose circostanze in Turchia

settembre 17, 2013 Irene Pasquinucci

Voce fuori dal coro, fu ucciso nel 2007 da alcuni giovani nazionalisti. La famiglia e gli amici non si sono mai arresi alla versione di comodo e hanno sempre chiesto che i mandanti fossero puniti

Oggi si è riaperto il processo agli assassini del giornalista turco-armeno Hrant Dink (qui la sua intervista a Tempi nel dicembre 2006), ucciso nel 2007 da alcuni giovani nazionalisti turchi.
Hrant Dink, armeno d’origine e direttore del giornale bilingue turco-armeno Agos, aveva più volte, e con coraggio, scritto articoli sui diritti dei curdi, il massacro degli armeni, i valori della repubblica. Era stato minacciato di morte in diverse occasioni dagli estremisti turchi, ma lo Stato non si era mai preoccupato di proteggerlo. Nel 2010, la Europea dei diritti umani ha condannato la Turchia a risarcire la famiglia Dink con una cifra superiore ai 100 mila euro.

UN OMICIDIO POLITICO. Ai suoi funerali, un corteo di oltre centomila persone sfilò mostrando cartelli che riportavano le scritte: «Siamo tutti Hrant Dink, siamo tutti armeni» oppure «Mio caro fratello» in turco, armeno e inglese. Sebbene il colpevole dell’omicidio – un giovane nazionalista di 17 anni, Ogün Samast – fosse stato condannato nel luglio 2011 a 23 anni di prigione, la famiglia Dink non ha mai smesso di chiedere che anche i responsabili “politici” dell’assassinio fossero perseguiti della giustizia turca.
Nel gennaio 2012 un secondo appello ha condannato colui che è considerato la “mente” che escogitò la morte del giornalista. Yasin Hayal è stato condannato all’ergastolo, ma altre diciotto persone implicate nella vicenda sono state assolte. Il 15 maggio scorso, la Corte di Cassazione ha parzialmente invalido il verdetto e chiesto che l’intera vicenda fosse riesaminata. Il sospetto dei familiari e degli amici di Dink è quello più volte espresso dal legale cioè che ci fossero dei legami tra i sospettati e alcuni funzionari statali: «Abbiamo prove forti di un coinvolgimento degli ufficiali dello Stato nella cospirazione, e queste prove sono anche nel rapporto del Procuratore».

SIAMO TUTTI ARMENI. Gulten Kaya, portavoce dell’associazione “amici di Hrant Dink” ha affermato che: «Hrant Dink è stato ammazzato con l’aiuto e le istruzioni degli agenti pubblici, ma lo Stato continua a proteggerli. È possibile che l’istigatore e i suoi complici siano condannati per aver agito in una banda organizzata ma la struttura “nazionale” e storica non sarà tradotta in giustizia, resterà nascosta e potrà anche portare a delle promozioni».
Oggi, all’entrata del Tribunale di Istanbul c’erano un centinaio di persone che chiedevano che i “veri” assassini fossero portati davanti alla giustizia. I manifestanti, tra cui tre deputati curdi, sventolavano una bandiera con scritto «Arrestate i simulacri, giudicate i veri colpevoli» e urlavano «siamo tutti Hrant, siamo tutti armeni».

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